Il futuro del giornalismo interculturale | Stefanella Campana
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Stefanella Campana   
Il futuro del giornalismo interculturale | Stefanella CampanaL’Antenna Informazione Interculturale in Piemonte è ufficialmente nata. Il debutto al convegno del 12 marzo al Circolo dei Lettori di Torino, in una sala affollatissima di giovani. Il suo primo passo, la ricerca dedicata al rapporto tra intercultura e media piemontesi, in una regione dove i “non nativi” sono oltre l’8%..Dopo l’anno europeo dell’intercultura, il 2008, e dopo più di vent’anni di esperienza sociale sul territorio con il fenomeno interculturale e i soggetti che ne sono portatori, si sperava che emergesse un quadro migliore. Invece, è una fotografia a macchia di leopardo con molte zone grigie e solo alcuni casi di eccellenza giornalistica con un approccio multietnico quella che emerge dalla ricerca promossa dall’Istituto Paralleli nell’ambito del progetto “Antenna Informazione Interculturale”, realizzata da Marinella Belluati, Cristopher Cepernich e Michelangelo Conoscenti, docenti della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino, con il sostegno dell’Ordine dei Giornalisti e della Regione Piemonte. Un risultato che interroga la responsabilità sociale dei protagonisti dell’informazione, i giornalisti.
L’Antenna vuole essere uno stimolo perché i casi positivi diventino una realtà diffusa. La società locale vista attraverso i media, resta infatti fortemente arretrata e poco disponibile ad integrare le differenze anche a livello di discorso. Persiste un ritardo e una difficoltà culturale a “normalizzare” il discorso sull’altro. Il cittadino immigrato resta ancora fortemente collegato alla dimensione della marginalità sociale e della devianza tanto nei grandi centri abitati che nelle province e solo sporadicamente si coglie l’impegno di cambiare registro. Il discrimine spesso è dato dalle politiche pubbliche per l’integrazione che, laddove sono più evidenti, producono discorsi pubblici migliori anche sui media. Nei contesti in cui l’intervento amministrativo è rimasto scarso, lo sono spesso anche i modi di affrontare la questione.
Tra maggio e giugno 2009 sono state contattate tutte le 208 redazioni regionali somministrando un questionario a: 69 radio; 110 periodici locali e 29 emittenti televisive. Ha risposto il 48,8% delle redazioni, esito ritenuto soddisfacente. Approfondendo gli aspetti legati al coverage, più della metà delle redazioni locali - il 60% -, dichiara di occuparsi con frequenza delle questioni legate all’immigrazione, ma le modalità con cui questo avviene non sempre possono ritenersi adeguate. Lo si deduce prima di tutto nel tipo di interesse giornalistico/redazionale ancora fortemente schiacciato sulla cronaca nera e sugli episodi di devianza. Dalle risposte ai questionari emerge una propensione a parlare di immigrazione quando lo straniero è autore di crimini, nel 67% dei casi, e quando ne è vittima, il 56%. Sempre su questi mezzi di informazione però emerge anche un altro dato più confortante: il 56% riconosce un certo interesse a documentare le good news ovvero le storie di integrazione riuscita e che danno conto di buone pratiche di convivenza presenti nelle comunità locali. Le redazioni censite riconoscono che gli eventi di matrice interetnica sono diventati una dimensione importante nell’offerta culturale locale e nelle loro agende ..

Sulla base di un indice di interculturalismo strutturale (presenza di rubriche ad hoc, collaboratori stranieri, conoscenza del codice deontologico, investimento redazionale ecc..), si è cercato di valutare la disponibilità concreta del sistema dei media verso pratiche di intercultura. Rispetto ai questionari rientrati (100 in totale), solo nel 23% dei casi si sono ottenuti buoni punteggi complessivi. Il dato è contenuto. Una risposta non molto confortante è quella rilevata sulla conoscenza della Carta di Roma, solo 34 redazioni hanno dichiarato di conoscere l’esistenza del codice deontologico (promosso dalla FNSI, Ordine Nazionale dei Giornalisti e UNHCR) per parlare in un modo più corretto di immigrazione e di migranti.
Le radio e le tv locali sono state più disponibili nel tempo a sperimentare nuove forme di dialogo, anche se attualmente la situazione sembra essere ripiegata su se stessa. Le redazioni dei giornali, tranne alcuni casi di professionisti attenti, non si sono dimostrate invece una realtà facilmente permeabile.
Una parte della ricerca ha indagato il linguaggio giornalistico usato dalla stampa locale per parlare di intercultura e di immigrazione. Le parole chiave oggetto di studio sono state intercultura, extracomunitari, immigrati e rifugiati, per un totale di 1852 articoli e 3.412.339 parole, che rappresentano il 10% dell’universo reale. L’espressione “regolare” ricorre solo 8 volte in tutto il campione, rapportabile a 80 frequenze su circa 18.520 articoli.
Dal corpus extracomunitari emerge una particolare attenzione alle aree riguardanti la “sicurezza”, il “lavoro” e gli “organi di polizia”. La frequenza di “problema” indica come la rappresentazione tenda ad essere di tipo negativo. Inoltre, è possibile osservare l’insistenza su alcuni temi emotivi che toccano la sicurezza e la paura dei cittadini, rafforzando l’accezione allarmistica del termine extracomunitari a scapito di una rappresentazione che promuova l’Altro come risorsa positiva. Si nota anche la formazione di una sorta di barriera tra italiani e immigrati, in cui si percepisce una volontà, oltre che ad una necessità, di ridefinire il significato identitario dei primi. Diversi sono i casi emersi nel corpus Rifugiati: il fenomeno è sovente confuso con quello migratorio e clandestino, mettendo in secondo piano la situazione umana dei rifugiati.
Da una lettura trasversale dei dati si osserva la ricorrenza di alcune tematiche importanti, come quelle inerenti la scuola, l’agenda politica, la religione. Non sempre la scuola è considerata un ambiente d’integrazione. L’agenda politica riporta costantemente i temi riferiti agli stranieri, pur preferendo trattarli nell’ambito di extracomunitari e immigrati con una marcata preferenza di collocazione in prossimità del reato d’immigrazione clandestina. Il Pd risulta essere il partito più presente a livello di frequenze, ma poco incisivo dal punto di vista cognitivo, ovvero, si rapporta in modo poco, o non significativo, con le tematiche oggetto di ricerca, subendo, più che imponendo, l’evento comunicativo specifico o la tematica. Efficace invece la capacità della Lega di determinare l’agenda informativa.
La religione è anch’essa una tematica ricorrente, sia come promotrice di solidarietà, sia come fonte di confronto. L’azione solidale si evince in quella stampa di ispirazione cattolica, ove è apprezzabile un tentativo di approccio sensibile, che talvolta, tuttavia, fa intravedere una non celata volontà di evangelizzazione ed ecumenismo. Il confronto religioso, al contrario, è rappresentato come una difficoltà di integrazione quando i singoli cittadini si debbano misurare nelle attività quotidiane che coinvolgono anche lo straniero e le sue abitudini religiose, ad esempio la moschea in quanto luogo di culto.
Le contrapposizioni emotive realizzate dai binomi extracomunitari/cittadini, nostro/nostri, noi/loro sono riconducibili ad un approccio a tratti etnocentrico, inteso come pratica sociale che porta con sé una forma specifica di comunicazione tra gruppi sociali. Questa viene altresì rafforzata dalla trattazione dell’informazione come presenza problematica degli stranieri. In questo modo si induce un sentimento di paura ed insicurezza, alimentando la percezione dei cittadini che vivono nella cosiddetta società dell’incertezza. “Siamo noi giornalisti – dice il presidente dell’Ordine del Piemonte Sergio Miravalle - responsabili della formazione dell’opinione pubblica. Dobbiamo favorire una coscienza critica che deve trovare nel giornalismo una delle sue forze principali”.
Di fronte a questa realtà l’Antenna ora guarda al futuro con un interrogativo: come può evolvere il mondo dell’informazione, come può essere più attento e corretto verso una realtà plurale e complessa come quella in cui viviamo? “Più formazione dei giornalisti, far emergere i problemi ma anche le buone notizie sull’integrazione, linguaggio corretto, rapidità delle sanzioni dell’Ordine per quei giornalisti che non rispettano i codici deontologici, a cominciare dalla Carta di Roma (sui richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti, sottoscritta dalla FNSI e dall’Ordine dei Giornalisti)”. In sintesi, sono questi gli aspetti principali su cui hanno concordato, pur con sfumature diverse, alcuni protagonisti dei media presenti alla tavola rotonda conclusiva del convegno.
“Oggi la società è multietnica e il giornalista del presente dovrebbe raccontare questo nuovo fenomeno. Ma non lo fa, non è in grado di farlo, non ha gli strumenti culturali”, ha sottolineato Lorenzo Del Boca presidente Ordine nazionale Giornalisti. Fondamentale allora la formazione per i giovani giornalisti (la Carta di Roma è già inserita nei testi dell’esame di Stato), ma anche per i colleghi che da più tempo lavorano nel sistema dei media e che hanno un’influenza maggiore, come ha ricordato Roberto Natale. Il presidente della Fnsi ha giudicato il dato emerso dalla ricerca - solo una trentina conosceva la Carta di Roma - come non del tutto negativo perchè “i processi culturali hanno tempi lunghi”, ricordando l’importanza dell’Osservatorio Carta di Roma (a cui partecipano anche Paralleli e i docenti di Scienze Politiche): “la ricerca sui media del Piemonte s’inserisce perfettamente nelle finalità per cui è stato creato”. Natale e poi anche Carlo Cerrato, responsabile TG-Rai3 Piemonte, hanno insistito sull’importanza di dare più attenzione alle buone notizie che fanno da traino positivo per la comprensione della realtà multietnica troppo spesso confinata nella cronaca nera. Un aspetto questo che chiama in causa anche la formazione dei vertici, di chi ha la responsabilità dell’agenda dell’informazione, i direttori di testata. A difesa della categoria,Vittorio Sabadin, vice direttore del quotidiano “La Stampa” che ha rimarcato come di questi tempi vi sia l’abitudine di mettere i giornalisti sul banco degli imputati “come fonte di tutti i mali!”. Convinto però che i media debbano avere un ruolo sociale ed etico per lo sviluppo culturale, e quindi essere corretti “a cominciare dai titoli, che vorrei senza etichette e senza indicare la nazionalità di chi è autore di un crimine”, Sabadin ha fatto notare che purtroppo i giornali più letti sono quelli scandalistici, citando il “Sun” inglese, tabloid di gossip. Non per questo i media possono abdicare al loro ruolo importante d’informare nel rispetto di tutti, con un linguaggio appropriato che eviti pregiudizi e luoghi comuni. Non sono mancate le critiche sui procedimenti sanzionatori dell’Ordine che durano anni, “perdendo quindi efficacia”:
Nel ricordare i problemi della categoria (“i giornali non assumono più e i ritmi del lavoro sono sempre più veloci”), Alessandra Comazzi, segretario dell’Associazione Stampa Subalpina, ritiene importante una nuova preparazione giornalistica di base per affrontare in modo adeguato una realtà multiculturale, “per aiutare a costruire una società futura più tollerante e plurale”. Un obbiettivo questo su cui l’Antenna Informazione Interculturale intende fare la sua parte e proseguire insieme alla rete che già si è creata.

Stefanella Campana
(28/03/2010)




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