La Marcia Perugia–Assisi è di destra o di sinistra? | Gianluca Solera
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Gianluca Solera   
La Marcia Perugia–Assisi è di destra o di sinistra? | Gianluca SoleraNon è facile incontrare una manifestazione per la pace che raccolga persone di diversa estrazione e che si protragga da mezzo secolo. È questo il caso della Marcia Perugia-Assisi, che periodicamente, anche se non tutti gli anni, raccoglie movimenti ed espressioni dell’arcipelago pacifista italiano ed europeo. La varietà di organizzazioni presenti, laiche e cattoliche, per la risoluzione dei conflitti, di solidarietà, per l’ambiente, per la giustizia, è la dimostrazione più vivace di un modo compiuto di concepire la pace, non come assenza di guerre e conflitti armati, ma come ampliamento degli spazi dei diritti senza distinzione di razza, sesso, opinione e condizione sociale. Tra i più meravigliati di questo variopinto arco di sensibilità sociali vi è Elay Oren, un israeliano di Parents Circle (un’organizzazione israelo-palestinese che raggruppa i parenti di vittime del conflitto). Nel suo paese una cosa del genere non esiste. “Forse anche noi dovremmo avere la nostra marcia”. Percorro buona parte della marcia con lui ed altri amici del Medio Oriente. Quando ci approssimiamo alla testa del corteo, a pochi minuti dalla partenza, noto che vi è qualche esponente di partiti dell’opposizione a chi governa l’Italia, e glielo segnalo. “Perché solo dell’opposizione?” mi chiede. “La pace non è di tutti?”. Alla domanda folgorante non so rispondere che con un: “Tutto dipende da che parte stai”, e cerco di argomentare che i valori vengono utilizzati dai partiti politici ed il senso intrinseco di tali valori diventa talvolta secondario.
“Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...” , cantava Giorgio Gaber, le cui note che uscivano dai megafoni si perdevano tra la folla. Come la minestrina è di destra ed il minestrone di sinistra, così la Perugia – Assisi è sempre di sinistra, e i funerali dei carabinieri caduti su un fronte di destra?

Questa marcia, la mia prima Marcia Perugia – Assisi, l’ho voluta percorrere facendo tesoro di quelle riflessioni. Ed anche le cose che sono state dette durante il Forum della pace nei due giorni precedenti la marcia hanno acquisito un senso diverso. Fare pace con la Costituzione della Repubblica, con gli immigrati che vengono a cercarsi una vita migliore in Occidente, con la natura e le risorse che la biodiversità offre all’umanità, con i giovani e gli studenti accorsi da molte scuole per ascoltare testimonianze di speranza, con la televisione e le sue potenzialità educative, ma anche la manipolazione delle coscienze a cui si presta. E fare pace naturalmente in e con la Palestina, l’Iran o l’Afganistan, proteggendo i civili, disarmando poteri e contropoteri violenti, ed offrendo una prospettiva democratica alle popolazioni di quei paesi senza necessariamente imporre la nostra visione del mondo. Quanto è difficile fare pace, soprattutto se per aspirarvi ammettiamo di riconoscere che anche l’altra parte può aver ragione. Fare pace significa innanzitutto accettare i principî del dialogo, senza dimenticare che tutti devono avere accesso ai diritti umani e civili fondamentali, parte avversa compresa. Un’occasione perduta dunque dover ammettere che tra i relatori del Forum della pace vi fossero (credo) esclusivamente nomi che molti classificherebbero di sinistra o del fronte del progresso. Molto probabilmente perché anche la Marcia Perugia – Assisi fa parte dell’immaginario di sinistra, come canterebbe Giorgio Gaber. Ma allora anche i santi possono essere di destra o di sinistra? E San Francesco d’Assisi sarebbe dunque di sinistra?

Certo, Francesco fece molto per rimettere in discussione i principî della forza e della potenza nella risoluzione dei conflitti in un’epoca in cui i Papi dichiaravano guerre sante. A Rivka Levi, attivista di Combattants for Peace , movimento che raccoglie ex-soldati israeliani ed ex-miliziani palestinesi che si rifiutano di usare le armi, ho spiegato durante la manifestazione che Francesco fu forse il primo ex-soldato a fare quella scelta. Fu guerriero durante il conflitto con la guelfa Perugia, e fu sul punto di partire cavaliere per la quarta crociata se la malattia non l’avesse fermato. Così partecipò alla quinta, ma come frate, non più come cavaliere. Tutto cominciò con un incontro tra Francesco d’Assisi ed il Sultano egiziano Malek Al Kamel, nipote di Saladino, nel 1219 a Damietta, sul delta del Nilo. Allora, mentre la città era cinta d’assedio dall’esercito crociato, Francesco abbandonò le fila cristiane per incontrare il Sultano, da cui ottenne il salvacondotto per la Terra Santa. Francesco ottenne quell’autorità di tutelare i luoghi sacri della Terra Santa che i Crociati non avevano saputo ottenere con le armi. Quando, malgrado gli inutili tentativi di dissuasione del cardinale legato, Francesco attraversò le trincee e si presentò alle guardie saracene con il compagno Illuminato senza malvagie intenzioni, le guardie credettero che avessero rinnegato la loro fede. Si fecero incontro, li presero e li condussero dal Sultano, il quale, pieno d’ammirazione per la potenza delle parole del Santo “volentieri prestava ascolto alle sue parole, contro il divieto della sua legge nefanda, e lo invitò con insistenza a prolungare la sua permanenza nella sua terra, e diede ordine che lui e tutti i suoi frati potessero liberamente recarsi al sepolcro di Cristo, senza pagare nessun tributo”(1).

La prima prova con la realtà della guerra combattuta la marcia l’ha sfiorata per poco. Il giorno dopo, lunedì 17 maggio, due soldati italiani cadevano tragicamente durante l’esplosione di un ordigno posto su una strada su cui transitava una colonna di convogli militari della forza internazionale diretto a Bala Murghab, in Afganistan. Ad un dibattito televisivo su Rai1, la sera stessa, il ministro italiano della Difesa parlava di “vigliacco attentato terrorististico” e della necessità di modernizzare i veicoli blindati per prevenire ulteriori gravi perdite durante la missione. Avevo sempre creduto che si definisse terroristica un’azione violenta che colpisce i civili, e non necessariamente dei soldati in una zona di guerra, ma anche questo fa parte della battaglia politica sull’uso dei concetti di guerra e di terrorismo, e sul significato della presenza militare nel paese. Anche in questo caso, essere contro la guerra in Afganistan è di sinistra? E se uno che vota un partito della maggioranza di governo volesse partecipare alla Marcia Perugia – Assisi verrebbe cacciato via, o se rifiutasse la politica interventista in zone di crisi verrebbe tacciato di essere della parte politica avversa?

La pace è una di quelle nozioni il cui uso e la cui traduzione nella pratica quotidiana sono estremamente difficili. La prova ne è la testimonianza di Seiko Ikeda, sopravvissuta alla bomba atomica di Hiroshima, che dal Palazzo dei Priori di Perugia ripeteva di non essere mai stanca di testimoniare contro la violenza sistematica ed organizzata, che esiste e continua ad essere utilizzata nonostante l’orrore che ha visto la signora Ikeda non abbia paragoni. Pochissime erano le persone che tra le migliaia che hanno marciato abbiano intravisto o sfiorato atrocità simili, eppure erano là, sotto le sigle più diverse, alcune celebrando la santa messa domenicale come i testimoni di Pax Christi, altre cantando canzoni rock. Alcune raccoglievano firme per la petizione referendaria contro i provvedimenti di privatizzazione dei servizi idrici in Italia, altri pubblicizzavano la campagna Cambiamenu , per diminuire il consumo di carne e preservare l’ambiente, la nostra salute e i diritti degli animali. Mangiare carne è di destra? Bere acqua del rubinetto è di sinistra?

Forse la risposta la conosce solo San Francesco, ma vorrei che non ci fossero marcie di destra e di sinistra quando ci si alza in piedi per valori universali come la pace.

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Aldo Capitini
Quale slogan comune, i promotori della marcia hanno scelto le sagge parole di Eleanor Roosvelt, grande attivista per i diritti umani e moglie del presidente americano Delano Roosvelt,: “Non basta parlare di pace, uno ci deve credere. E non basta crederci, uno ci deve lavorare”. La grandezza di questa marcia che continua da quel lontano 24 settembre 1961, quando Aldo Capitini guidò per la prima volta un corteo per la pace e la fratellanza tra i popoli, sta nella sua capacità di raccogliere energie e aggregazioni diverse che vogliono un’Italia, un Mediterraneo ed un mondo più pacifici, lavorandoci appunto, e non semplicemente parlandone. In questo sta la discriminante che rende l’evento della marcia unico in tutta Europa e in tutto il Mediterraneo(2).
Essere di destra o di sinistra dovrebbe essere meno rilevante, e candidati a rappresentare la cittadinanza di entrambi gli schieramenti dovrebbero prestarvi l’attenzione che merita. Sono convinto che quei centomila che hanno camminato per ventiquattro chilometri sotto la pioggia che andava e veniva vogliono discriminare donne e uomini pubblici per i valori che incarnano, non per i colori che difendono.
Gianluca Solera
(24/05/2010)

Note
- 1) Dal Chronicon seu Historia septem tribulationum ordinis minorum scritta da Angelo Clareno tra il 1325 ed il 1330.
- 2) Peccato che diversi quotidiani italiani l’abbiano sottovalutata (il giorno seguente, su La Repubblica vi era una foto di un sedicesimo di pagina con una nota di cinque righe).




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