Italiani brava gente | Annamaria Rivera, I fatti di Rosarno, Federica Araco
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Federica Araco   
Amadou ha 29 anni e un dolcissimo sorriso. È arrivato a Roma da Rosarno, il paesino calabrese dove per mesi ha lavorato dall’alba al tramonto raccogliendo agrumi, senza esser pagato. Dormiva in una fabbrica dismessa trasformata in un dormitorio di fortuna. Dopo gli scontri tra immigrati e italiani innescati dall’aggressione a due extracomunitari, con sparatorie, percosse e un bilancio di 65 feriti, in centinaia sono stati trasferiti nei centri di accoglienza tra Calabria e Puglia. Amadou è finito a Roma. Ora vive nel centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto, a 30 chilometri dalla città. Non sa se potrà rimanere in Italia o se lo spediranno a casa, in Costa d’Avorio. Aspetta da nove mesi una risposta alla sua richiesta d’asilo. Vive tra ombra e silenzio.
Italiani brava gente | Annamaria Rivera, I fatti di Rosarno, Federica Araco
I fatti di Rosarno hanno lasciato ferite profonde e tante domande ancora in sospeso. E hanno confermato che nel sud gli immigrati sono spesso sfruttati dalle organizzazioni criminali per il lavoro nei campi, la vendita di merce contraffatta e lo spaccio di droga. Chi finisce nel giro difficilmente riesce a uscirne: preferisce tacere piuttosto che denunciare i soprusi subiti e rischiare l’espulsione.
I clan requisiscono soldi e documenti e a fine stagione si liberano della manovalanza impiegata, con ogni mezzo. A Rosarno, da 2.000 sono rimasti in 300 .

Gli immigrati in Italia sono 4,2 milioni . Secondo il Dossier migrantes 2009 della Caritas, un milione sono irregolari.
Nell’ultimo decennio, con il costante incremento dei flussi, la politica attuata dallo Stato si è inasprita notevolmente. La Legge Bossi-Fini del 2002, tra le più restrittive a livello europeo, prevedeva l’espulsione dei clandestini dopo l’identificazione nei centri di permanenza temporanea (Cpt). Il decreto vincolava il permesso di soggiorno al lavoro e ammetteva il respingimento degli immigrati in acque extraterritoriali in base ad accordi bilaterali con i Paesi limitrofi.
Nel 2003 il Governo Berlusconi avviò trattative segrete con la Libia, inviando oltremare motovedette, fuoristrada, coperte, materassi e denaro per i voli di rimpatrio. Secondo le autorità libiche, tra il 2005 e il 2006 sono state arrestate 95.370 persone. Sono stati stanziati milioni di euro per assistere la Libia nella lotta alla clandestinità. In cambio, l’Eni, la principale azienda petrolifera italiana operante nel Paese , ha ottenuto il prolungamento della concessione dei giacimenti di petrolio (fino al 2042) e gas (fino al 2047). Nei prossimi dieci anni, Eni e Noc, sua partner libica, investiranno 28 miliardi di dollari in progetti nel settore energetico.

L’accordo italo-libico per la lotta all’immigrazione clandestina e il pattugliamento congiunto del canale di Sicilia risale al marzo 2009. Contravvenendo alla Convenzione di Ginevra, da allora l’Italia ha respinto in mare oltre 1.400 migranti. Molti di loro sono profughi o richiedenti asilo politico in fuga da guerre e carestie: eritrei, somali, nigeriani e sudanesi. In Libia, dove non esistono normative sull’asilo politico e i diritti umani non sono garantiti, ci sono una ventina di centri di detenzione per immigrati. Tre di loro, tra cui quello di Kufra – noto per il trattamento disumano dei detenuti – sono stati finanziati dall’Italia. Le strutture, sovraffollate, hanno pessime condizioni igieniche e sanitarie e sono spesso teatro di abusi e violenze. Migliaia di persone, tra cui molte donne, vi trascorrono anni senza contatti con l’esterno né supporto legale. I migranti vengono arrestati, trasferiti da una prigione all’altra, poi venduti dalla polizia agli intermediari per essere arrestati di nuovo. Il business dei clandestini arricchisce tutti, in un contesto di corruzione e violenza senza limiti. Alcuni rimangono in Libia anche tre o quattro anni prima di raggiungere le coste italiane. Ma chi sopravvive alla traversata rischia di dover tornare indietro.

Nonostante le critiche dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati e di Amnesty International, il respingimento del primo barcone d’immigrati è stato definito dal leghista Roberto Maroni, attuale ministro dell’interno, “una svolta storica per l’Italia”. Di certo, siamo di fronte a una vergognosa deriva xenofoba che intende trasformare gli immigrati in capri espiatori di tutti i mali del Paese.

Qualche anno fa La Padania, un quotidiano leghista diffuso nel nord-est, scriveva: “Quando ci libererete dai negri, dalle puttane, dai criminali, dai ladri extracomunitari, dagli stupratori color nocciola e dagli zingari che infestano le nostre case, le nostre vite, le nostre menti? Sbatteteli fuori, questi maledetti!”.

La retorica aggressiva in difesa dei confini nazionali dall’“invasione” degli stranieri e della lotta contro l’“africanizzazione” delle città è strumentalizzata dal governo e dai media come una priorità politica irrinunciabile. Eppure, uno studio del 2008 del Ministero dell’interno dimostra che gli sbarchi sono diminuiti, contrariamente ai flussi provenienti dall’Est Europa e dall’Asia .

Gli episodi di violenza e intolleranza a danno di singoli immigrati o intere comunità sono in costante aumento in tutto il Paese. L’asilo comunale di Goito, una piccola enclave leghista in provincia di Mantova, consente l’accesso alla scuola solo ai bambini di famiglie che accettano “l’ispirazione cristiana della vita”. A Milano gli immigrati vengono identificati sui trasporti pubblici e trasportati su pullman blindati per il controllo dei documenti. A Foggia esistono corse separate per “italiani” e “immigrati” su una linea di bus che attraversa la città.

Le politiche attuate dalle amministrazioni locali rispecchiano il clima di tensione e intolleranza promosso dal governo.
Il “Pacchetto sicurezza” (2009) ha trasformato la clandestinità in un reato punibile con una multa fino a diecimila euro. Nel Paese dell’impunità politica, la legge prevede una pena da sei mesi a quattro anni di reclusione per gli irregolari rimasti dopo il mandato di espulsione. Il permesso di soggiorno è ora richiesto ad ogni atto di stato civile, perfino per trasferire denaro all’estero. I cittadini italiani sono incoraggiati a denunciare i clandestini e gli immigrati regolari affrontano procedure più complesse e costose per ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno.

Italiani brava gente | Annamaria Rivera, I fatti di Rosarno, Federica AracoIl messaggio è chiaro: qui gli ospiti non sono graditi.
Eppure gli immigrati contribuiscono al 10% del prodotto interno lordo e svolgono mansioni che nessun italiano sarebbe disposto a compiere. Secondo la Fondazione Ethnoland, le aziende gestite da stranieri sono in costante crescita, circa 20mila l’anno: il 3% delle imprese italiane. Gli immigrati sono anche determinanti per la crescita demografica del Paese, da anni vicina allo zero: i dati diffusi dall’Istat rivelano un incremento del 5,7 per mille nel 2009.
“In Italia si parla di immigrazione solo come di un problema di ordine pubblico, ma l’immigrazione è anche cultura”, ricorda lo scrittore algerino Amara Lakhous. Un Paese che deve la propria straordinaria ricchezza sociale, culturale e linguistica al millenario incontro tra civiltà non dovrebbe avere dubbi in proposito.

“Ciò che auspicano gli imprenditori politici della xenofobia”, spiega Annamaria Rivera, antropologa esperta di immigrazione, “[...] è un'immigrazione contenuta e costituita da forza-lavoro impaurita, docile, muta, oggetto passivo di poteri discrezionali, incapace di reclamare diritti, nascosta nelle pieghe del mercato del lavoro informale. Non è dell'islam che essi vogliono liberarsi ma della prospettiva della loro cittadinizzazione... ” .

E gli italiani?
Un sondaggio condotto dall’Eurispes nel gennaio 2010 riferisce che la maggior parte di loro condivide le politiche di controllo e repressione attuate dal governo. Le opinioni più diffuse sugli immigrati sono che aumentano la criminalità (64,7%) e contribuiscono alla diffusione di malattie (35,6%). Il rischio di perdere l’identità culturale è temuto dal 29,9% degli intervistati mentre il 48% considera il lavoro sommerso una causa della crisi economica.

Il degrado morale e culturale al quale assistiamo da anni e il progressivo imbarbarimento della classe politica sono preoccupanti. E ricordano le pagine più buie della recente storia italiana.



Federica Araco
maggio 2010

Filmografia:
“Come un uomo sulla terra”, di A. Segre, D.Yimer e R. Biadene (Italia, 2009)

Bibliografia:
“Mamadou va a morire. La strage dei clandestini nel Mediterraneo”, di G. Del Grande, Infinito edizioni, 2007

Link:
http://fortresseurope.blogspot.com/
http://www.secondegenerazioni.it/
http://clandestino.carta.org/
http://yomigro.noblogs.org/
http://sanpapier.noblogs.org/
www.stranieriinitalia.it