Invisibili | Federica Araco
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Federica Araco   
Il giorno in cui morì, Fikret Salkanovic aveva sessantadue anni, nove figli e cinquantaquattro nipoti. Era arrivato a Roma dalla Bosnia nel 1968, insieme al padre e ai fratelli: la prima famiglia rom ad abitare al Casilino 900, uno dei campi nomadi più grandi d’Europa.
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All’epoca, quel terreno era occupato da immigrati provenienti dal sud Italia, in particolare siciliani, calabresi e napoletani. All’inizio degli anni Ottanta gli italiani si trasferirono nelle case popolari ottenute dal comune. I Salkanovic rimasero nella loro baracca. Negli anni seguenti, nel campo si insediarono decine di altre famiglie provenienti dalla ex Jugoslavia: macedoni, kosovari, bosniaci e montenegrini. Nel gennaio 2010, senza strade asfaltate, fognature né rete idrica, tra baracche e roulottes, wc chimici e stufe a legna, nei sei ettari occupati dal campo vivevano circa ottocento persone.

Oggi, Casilino 900 è un grande terreno abbandonato. Con lo sgombero avviato il 19 gennaio, la maggior parte delle abitazioni è andata distrutta e i residenti sono stati trasferiti in quattro campi fuori città sorvegliati da telecamere e vigilantes armati. L’operazione fa parte del “Piano nomadi 2010” approvato dalla giunta comunale e dal Prefetto di Roma lo scorso luglio, che prevede la riqualificazione di cinque campi rom, lo spostamento di due e la chiusura di altri tre, considerati abusivi.
Ma non dice nulla di preciso sul destino dei loro abitanti.

“In Italia, prima si sgombera e poi si decide dove trasferire le persone rimaste senza casa”, sostiene Monica Rossi, antropologa sociale esperta della questione rom. “In questo caso, i respinti sono persone che vivono in Italia da trent’anni o più, con famiglia e figli che frequentano le scuole di quartiere”, prosegue. “Si tratta di un’umanità fortemente integrata, radicata nel tessuto urbano, ma alla quale non è riconosciuto alcun diritto di cittadinanza”.

Le amministrazioni locali in Italia fanno poco o nulla in materia di integrazione. Dopo il rafforzamento dei poteri delle autorità locali, gli sgomberi forzati sono diventati più frequenti.
“Nel 1996 il Sindaco Rutelli stabilì che Roma poteva ospitare al massimo seimila rom”, continua Rossi. “Tutti gli altri dovevano essere trasferiti nei campi allestiti fuori città. Ma l’idea stessa di ‘piano nomadi’ è un’astrazione puramente istituzionale. Gli unici nomadi a Roma sono i sinti, che da anni aspettano di ottenere un posto dove stare. I rom del Casilino erano tutt’altro che nomadi: molti di loro prima di emigrare lavoravano in fabbrica o al comune di Sarajevo. Le leggi regionali degli anni Ottanta si basano su un concetto improprio di nomadismo e hanno contribuito a rafforzare l’approccio segregazionista che questo Paese ha nei loro confronti”.

Secondo i dati diffusi dal Comune, attualmente nei campi di Roma vivono 7.177 rom, ma stime non ufficiali riferiscono di circa 15mila individui. Il Piano nomadi prevede lo spostamento di seimila di loro nei tredici “villaggi” dotati di acqua, luce e gas e adeguati presidi di vigilanza. I sette campi autorizzati verranno ampliati, tre dei quattordici “tollerati”, riqualificati e saranno costruite due strutture di transito. Fuori dal perimetro della città.

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Molte famiglie sgomberate dal Casilino 900 vivevano lì da quarant’anni. Altri erano arrivati negli anni Novanta, in fuga dai Balcani in guerra. Consideravano Roma la loro città e avevano creato legami affettivi con la gente del quartiere. Ora la maggior parte di loro teme di dover riaffrontare i disagi della difficile integrazione in un nuovo contesto. I primi a risentire di questo sradicamento saranno i bambini e i ragazzi in età scolare, costretti a cambiare compagni e insegnanti. Le difficoltà che un rom affronta per riuscire a integrarsi, le resistenze da parte dei coetanei e dei docenti sono molto profonde e il più delle volte difficili da superare.
La politica di ghettizzazione su base etnica delle comunità rom, respinte fuori dal contesto urbano, ne aumenta la marginalità sociale rischiando di alimentare fenomeni di devianza e microcriminalità.

Ma la questione dei rom è collegata anche a grandi interessi economici e complessi giochi di potere.
Nel reportage “Sognare Casilino 900”, Cristina Artoni affronta la questione del business rom con Lorenzo Romito, fondatore del Laboratorio d’Arte Urbana Stalker per la riqualificazione delle aree di margine e di vuoto urbano.
“I business rom sono tantissimi”, spiega Romito nell’intervista. “Ci sono quelli legati ai container, ai bagni chimici. Adesso si è introdotto un nuovo giro d’affari legato alle video sorveglianze. Il primo investimento del Piano nomadi è stato in telecamere e sono stati coinvolti anche vigilantes privati”.

Dopo lo sgombero del campo, i comitati di quartiere speravano che al suo posto fosse realizzato un parco. Ma è più probabile che il terreno finisca nell’enorme giro d’affari della speculazione edilizia romana. “Roma è una città che vive della rendita fondiaria e della speculazione edilizia”, continua Romito. “Spesso si sgombera quando c’è un’esigenza speculativa. Dove sono i rom il valore del terreno è la metà. A volte si fanno arrivare per deprezzare i terreni, a volte si mandano via per rivalorizzare i terreni. A volte si usano i campi legali per urbanizzare aree che non potrebbero essere urbanizzate”.

La politica attuata dal comune di Roma ha scatenato critiche molto dure da parte di Amnesty International che ha indetto una campagna di mobilitazione nazionale per chiedere la sospensione del “Piano nomadi” e rivederne l’attuazione. L’associazione chiede che tutti i rom residenti nei campi di cui è prevista la demolizione siano informati e consultati in anticipo e che venga garantito loro il diritto a un alloggio adeguato.

Secondo Amnesty, l’attuale Piano nomadi non rispetta gli obblighi dell’Italia a garantire che non vi sia discriminazione nei confronti di gruppi specifici né segregazione in materia di alloggio.
Nella conferenza stampa di presentazione della campagna internazionale sulle violazioni dei diritti umani dei rom, organizzata a Roma lo scorso 11 marzo, l’esponente di Amnesty International esperto di questioni italiane Ignavio Jovtis ha analizzato i principali limiti del progetto varato dal Comune.
“Molti rom vivono in baracche e roulotte prive delle condizioni igieniche di base”, ha denunciato Jovtis. “La situazione attuale è il risultato di anni di mancata attenzione, politiche inadeguate e discriminazione da parte di successive amministrazioni. Il tentativo di affrontare questa eredità è, in sé, apprezzato […] tuttavia, il piano è incompleto e rischia di rendere la situazione di molti altri rom ancora peggiore. È la risposta sbagliata” .


Federica Araco
maggio 2010



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