Cultura, sfida per l’integrazione  | Stefanella Campana
Cultura, sfida per l’integrazione Stampa
Stefanella Campana   
“L’integrazione non piove dal cielo”, era il titolo di una iniziativa che a Torino ha messo a confronto esperienze educative europee, organizzata dal Goethe Institut e dalle Biblioteche Civiche Torinesi e nazionali, partendo da un dato clamoroso: un terzo dei giovani che vivono in Europa proviene da famiglie di stranieri immigrati. Titolo significativo per affermare che la sfida dell’integrazione non arriva a caso ma richiede impegno, a cominciare dalla cultura. Sembra essere questo il filo conduttore delle innumerevoli iniziative messe in campo dalle istituzioni e da una miriade di associazioni. Un ruolo importante è quello del Centro Interculturale della città di Torino che nasce nel ‘96 per offrire a nativi e migranti un’opportunità di formazione interculturale nonchè occasioni di incontro, dialogo e confronto (ad esempio, la seguitissima rassegna cinematografica “Mondi lontani, mondi vicini” con film di registi italiani e stranieri).
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Ora il “bersaglio” sono operatori dei servizi, educatori, medici e psicologi, esperti del diritto. “Recentemente abbiamo attivato un tavolo di lavoro con avvocati, notai, magistrati, esperti, poi affluiti in un affollato convegno per trovare risposte ai problemi nati dall’immigrazione, dalle controversie che contrappongono sistemi giuridici diversi, per rispondere ai bisogni che nascono dal nuovo tessuto sociale della città - spiega la responsabile Anna Ferrero – Anche aziende pubbliche e private ci chiedono consulenza per la formazione”. Il centro è pure un “oratorio laico” per i giovani di seconda generazione che insieme a italiani usufruiscono di un supporto doposcuola con docenti volontari, e un luogo di ritrovo con laboratori di danza e musica dove si misura la capacità di stare insieme tra nativi e non. Ora una nuova scommessa “imprenditoriale”: affidare a varie associazioni iniziative culturali a pagamento (yoga, henné, danza del ventre…).
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Ilda Curti
Torino, con la sua identità plurale e differenziata, è la prima città in Italia ad aver istituito il servizio civile per giovani immigrati tra i 18 e i 25 anni, residenti a Torino, giunto quest’anno alla 4^ edizione. Sono 25 borse di studio per un anno, ma l’anno scorso sono arrivate 125 domande. “Dimostrano maturità, fame di partecipazione di essere cittadini attivi”, sottolinea l’assessore all’Integrazione Ilda Curti, ricordando che dal prossimo anno si aprirà un hub culturale in un’ex officina comunale, gestito dai giovani, “dove la creatività multiculturale, il melting pot avrà uno spazio fisico” .
Anche il progetto “Se non ora, quando?” era rivolto alle seconde generazioni di immigrati (nati e cresciuti a Torino o nati nei paesi d’origine e ricongiunti alle famiglie). Si è svolto dal 2007-2009 nei territori di Barriera di Milano e Vanchiglia, per favorire il processo di integrazione dei nuovi cittadini come risorsa da valorizzare. Un’iniziativa del Comune di Torino per generazioni che vivono un paradosso: a 18 anni perdono la cittadinanza italiana. “La scommessa è di investire sul loro futuro, sulla normalità”, dice l’assessore Curti. Saranno persone “sospese tra due culture” o invece “appartenenti a due culture” diventando così un elemento importante di coesione sociale? La speranza è che vinca la seconda ipotesi.

Torino è la Capitale Europea 2010 dei Giovani. Uno slancio per la città plurale. Con lo slogan “Our time is Y-our time” e grazie a un fondo “Futura”, intorno ai 9 milioni di euro stanziato dalla precedente giunta di centro sinistra della Regione, Torino si è trasformata in un grande laboratorio creativo, ospitando giovani di diversi Paesi e innumerevoli eventi che spaziano dall’ambiente al teatro, dall’arte alla musica.
”In effetti a Torino c’è molto attivismo per l’integrazione, l’intercultura, per creare occasioni di conoscenza reciproca. Io credo che investire su cultura ed educazione non possa che dare un buon ritorno e risultato. Forse si dovrebbe fare di più per sensibilizzare la gente in strada, quelli che faticano a riconoscersi nei cambiamenti della città, magari con iniziative alle fermate degli autobus”, commenta Anna Ferrero.

I luoghi della creatività

Arrivano giovani italiani e stranieri nei dieci centri aperti dalla Rete TO&TU della città di Torino (con la cooperativa CISV e l’associazione MIAO), per dare spazio al protagonismo giovanile, dove trovano casa linguaggi ed esperienze diverse, e soprattutto la socializzazione del confronto.
Uno di questi è El barrio, alla Falchera, periferia nord della città, da luogo abbandonato è diventato dal 2002 un luogo colorato, con quattro aule a disposizione per chi vuole proporre o frequentare laboratori o attività legate alla sostenibilità energetica e alla solidarietà internazionale, all’espressione corporea e alle arti performative, all’audio, al video e alla grafica. I “corridoi” sono utilizzati per mostre, esposizioni e installazioni artistiche; c’è una palestra attrezzata con impianto luci, audio e video per concerti, eventi, spettacoli: danza, musica, teatro. Incontriamo dei giovani musicisti italiani e di origine stranieri che insieme hanno creato una canzone inedita che parla d’immigrazione. E in un video-clip raccontano il loro quartiere.

Nella politica interculturale della città il cinema ha uno spazio di rilievo. L’associazione culturale Puntodoc dal 2005 agevola scambi di conoscenze, strumenti e progetti nel campo audiovisivo e artistico-culturale tra i soci; promuove progetti che intervengono con iniziative di carattere culturale e sociale in situazioni di difficoltà e disagio. Dal 2006 organizza FLORES, rassegna di documentari sui diritti delle donne e dei minori nel mondo, prodotta da M.A.I.S. e realizzata con la collaborazione delle associazioni Baretti, Documè, Libera, Emergency, Almaterra, Scambiaidee, Cittadini per San Salvario, Università di Torino, Assessorato alle Pari Opportunità della Provincia di Torino e centro culturale italo-arabo Dar al Hikma. L'archivio video di MAIS è costituito a tutt’oggi di circa 200 tra documentari, reportage, film di finzione, interviste, materiali grezzi, ecc., di cui ha prodotto un catalogo.
E nasce a Torino il Concorso letterario nazionale Lingua Madre, ideato da Daniela Finocchi, parte del progetto permanente della Regione Piemonte, che lo promuove insieme al Salone Internazionale del Libro ed è destinato alle donne straniere residenti in Italia, con una sezione dedicata alle donne italiane. Le tre vincitrici dell’edizione 2010 sono state: Kamela Guza (Albania), Leila Mirkamali (Iran), Monica Vodarich (Croazia), Sezione Donne Italiane Marina Crespo (Italia), premiate nella giornata di chiusura del Salone del Libro. I racconti selezionati sono raccolti in un libro. “Il concorso ha visto crescere il numero delle partecipanti: quest’anno 260. I temi affrontati dalle autrici hanno privilegiato non solo il ricordo e le origini ma anche il confronto tra le diverse culture, con moltissime partecipanti giovani e giovanissime (la stessa vincitrice, Kamela, ha 24 anni). Un’esperienza per approfondire temi di attualità e di fondamentale rilevanza sociale quali le seconde generazioni, l’identità, il dialogo interculturale, i nuovi linguaggi, il valore aggiunto dei laboratori di scrittura e auto-narrazione”, racconta Daniela Finocchi (torinese, madre pugliese e padre umbro), alle prese con un concorso che è cresciuto e ramificato in mille iniziative sparse in Italia, anche in scuole, carceri e laboratori. I premi speciali sono stati assegnati a Alia Alloh (Palestina), a Veronica Orfalian (Armenia), Leoreta Ndoci (Albania), Simone Silva (Brasile). Novità 2010 il Premio Speciale Fondazione Sandretto Re Rebaudengo che apre una nuova sezione del Concorso destinata alle immagini. Da quest’anno, infatti, si potrà concorrere non solo con un racconto ma anche con una fotografia. Gli scatti selezionati saranno quindi esposti alla prestigiosa Fondazione di arte contemporanea nel corso di una mostra nell’autunno 2011. E la giuria attribuirà un Premio all’opera migliore. Il numero sempre crescente di partecipanti, le decine di iniziative svolte su tutto il territorio nazionale nel corso di ogni anno, i riconoscimenti (quali l’annullo filatelico che le Poste Italiane dedicano per il secondo anno al Concorso) si accompagnano a collaborazioni con enti e istituzioni ed hanno portato alla nascita di una vera e propria “comunità allargata” che continua a esprimersi e confrontarsi durante tutto l’anno, anche grazie alla creazione di un blog.

Parlo come te

Cultura, sfida per l’integrazione  | Stefanella CampanaC’è chi già padroneggia l’italiano e chi lo impara, magari insieme a un’altra lingua, andando alla domenica in piazza, a Porta Palazzo, vicino al mercato del pesce. Sotto gazebi bianchi, con tanto di sedia e lavagna, chiunque può seguire dei corsi di italiano, cinese, arabo con l’aiuto di 25 studenti universitari volontari (grazie anche a un protocollo d’intesa con la facoltà di Scienze della Formazione) o madrelingua stranieri. “S’impara soprattutto ad usare la lingua come mezzo di relazione con i propri simili, come ponte da gettare per superare diffidenza e timori”, dicono gli organizzatori dell’agenzia “The Gate” che fin dal 1996 lavora per la riqualificazione, sicurezza e integrazione del quartiere. “Lingua in piazza” a cui partecipano 400-500 persone, permette soprattutto ai “grandi” di imparare meglio le lingue per sette mesi all’anno. E così si scopre magari un rom, come racconta Ilda Curti, che va Porta Palazzo per apprendere il cinese, un desiderio che ha sempre avuto e che ora è riuscito a realizzare.
O si può andare ai bagni pubblici di via Aglié per lavarsi ma anche per gustare un melting pot menu, vedere un film documentario su Srebenica, ascoltare un mix di musica africana, assieme a performance e mostre artistiche. La creatività della Torino plurale è anche questo.
Un apprezzato ristorante con prelibati piatti della cucina araba e un affollato hamman fanno da cornice fin dal Duemila al Centro culturale italiano-arabo Dar al Hikma. Il suo presidente, lo scrittore iracheno Younis Tawfik, è il protagonista di dibattiti con intellettuali, scrittori, artisti (per citarne alcuni, Tahaar Ben Jelloun, Nawal Sa’adawy, Liana Badr, Battiato). E’ un luogo di accoglienza, formazione per il lavoro, insegnamento della lingua italiana e araba, di cultura e musica.

La Biennale Giovani Artisti europei e mediterranei BJCEM, associazione con 71 membri di venti paesi nata nel 1985 per promuovere la creatività, scambi e pacifiche relazioni, ha la sede operativa a Torino (dove nel 1997 si è svolta un’edizione). Il presidente è Luigi Ratclif, al suo secondo mandato, segretario generale il torinese Alessandro Stillo, uno degli ideatori della Biennale: “La prossima edizione sarà dal 13 al 22 ottobre a Casablanca, la prima volta sulla riva Sud, e come sempre costituirà un filo rosso tra giovani creativi dei Paesi mediterranei, dai 18 ai 30 anni, in diversi campi: architettura, cinema, video, crazioini digitali e industriali, fotografia, scrittura, gastrnomia, musica, teatro, danza…”. Stillo, forte della sua lunga esperienza, spiega come l’arte si sia rivelata uno strumento per superare tra i giovani anche contrasti politici. “Alla Biennale di Napoli, nel 2005, palestinesi e israeliani hanno creato insieme un video per filmare la costruzione del muro “Art without wall”. Così come non ci sono mai stati problemi tra giovani dei Paesi della ex Yougoslavia”.

Modelli di convivenza
Karim Metref, algerino della Kabilia, educatore-giornalista, blogger, molti lavori precari, vive dal 2001 a Torino: “Mi sono innamorato subito della città: è viva, vivace e cerca di affrontare i problemi. La città dà molto spazio alle iniziative culturali delle miriadi di associazioni che con budget quasi a zero s’inventano cose incredibili, come il Festival sul cinema legato ai temi del lavoro, i Bagni di via Aglié...” Ammira gli interventi fatti in quartieri difficili come Porta Palazzo e San Salvario, “ma si dovrebbe far di più anche in altri più periferici”. Karim fa parte di un Collettivo d’Immigrati di tutte le nazionalità, un movimento politico autogestito slegato dai partiti, nato alcuni mesi fa: “Ci troviamo ogni settimana per discutere dei nostri problemi e avanzare proposte, soluzioni. Andiamo nei mercati per parlare con la gente, per farci conoscere, per favorire il dialogo e vincere la paura di ciò che non si conosce”. Il movimento sta crescendo e già pensano di andare a un congresso regionale e poi di dar vita a un comitato nazionale”. Karim ha un blog sulla letteratura straniera ed è autore tra l’altro di “Tagliato per l’esilio” (edizione Mangrovie), dove racconta la sua esperienza della “doppia identità” e “doppia assenza” del migrante.
Murat Cinar ha lasciato Istanbul otto anni fa ed è sposato a una ligure. Formazione economica, videoreporter, ha lavorato come project manager nel laboratorio Videocommunity, a San Salvario (tra l'altro alcuni dei suoi molti social video sono stati premiati) e con un team turco e altri amici ha fondato l'associazione Taksim che ha organizzato FestiLav, Festival Cinematografico dei Lavoratori-FestiLav , un’esperienza internazionale che è riuscito a portare quest’anno a Torino. Tre serate di successo con films italiani e stranieri, letture di libri, dibattiti con esperti.: “Per me Torino è come un villaggio dove ci si conosce tutti. Mi spiace però che la gente che prima sembrava curiosa verso lo straniero ora ha paura…”. Confessa che Istanbul gli manca: “E’ una città piena di energia ma è diventata troppo caotica. La qualità della vita a Torino è migliore”. Appassionato di calcio, Murat ha scattato delle belle foto al “Baloon mondialito”per l'agenzia "Notizie senza Permesso" , torneo di calcio dilettantistico di stranieri che coinvolge un migliaio di persone dai 16 e 45 anni, suddivise in 28 formazioni di Paesi diversi. “Non solo un match, ma un momento d’incontro con la propria collettività e le altre”, spiegano gli enti di promozione sportiva Uisp e Csi. Divisi a volte da diffidenze e aspre competizioni commerciali, le varie etnie si ritrovano appassionatamente uniti dal football.
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Edith Elise Jaomazava gestisce a Moncalieri, alle porte di Torino, dove attualmente vive, un'azienda che importa la migliore vaniglia Borbon direttamente dal Madagascar. Sposata, con 4 figli, sei anni fa ha fondato la SA.VA, un'azienda specializzata in import e commercializzazione di spezie coltivate da generazioni nella provincia malgascia di Sambava. La Sa.Va è una realtà imprenditoriale, che dà lavoro a molte persone, impiegate nelle aziende agricole dei coltivatori diretti di spezie in Madagascar. Il suo scopo è creare un mercato estero per spezie di alta qualità e provenienza diretta, che soddisfino una domanda sempre crescente di prodotti naturali, come il caso della “vaniglia bourbon”, soppiantata dagli anni '80-'90 dalla vaniglia sintetica a causa del forte incremento dei prezzi subito da questa spezia. «Assumo solo lavoratrici stranieri – dice Edith - Oltre ad essere il loro capo, spesso faccio anche da mamma. Le consolo nei tanti momenti di difficoltà che gli stranieri incontrano quando cercano fortuna in Italia. Quando posso, cerco anche di provvedere ai documenti e ai permessi di soggiorno delle mie dipendenti». Lei le difficoltà le ha superate, e alla grande tanto da meritarsi il premio come “Immigrato dell’anno”, il MoneyGram Award 2010.
Viorica Nichifor, rumena, giornalista, vive da 10 anni a Torino dove coordina il sito del Comune che in diverse lingue, dà informazioni agli stranieri. “Ora Torino è la mia casa. E da cittadina vorrei che funzionasse al meglio. Certo, ci sono dei luoghi che amo di più, come San Salvario, specie di venerdì e sabato sera, dove percepisci che c’è la coscienza di vivere in una città per tutti., dove vedi gente felice di essere lì ” Collabora anche al Consolato di Romania, un osservatorio da cui Viorica si è fatta una sua idea dell’evoluzione dell’immigrazione a Torino: “Non è una città ostile. Ho la sensazione che il livello di convivenza sia migliore della politica. I torinesi mostrano senso civile, responsabilità”
Viorica è anche presidente di ANSI, l’associazione stampa interculturale dei giornalisti stranieri, riconosciuta dalla FNSI e con sede a Torino, dove tra l’altro è nata l’Antenna Informazione Interculturale, grazie a Paralleli-Istituto Euromediterraneo del Nord Ovest, con la collaborazione dell’Ordine del Giornalisti e docenti dell’Ateneo torinese, per sollecitare i media a una corretta attenzione verso tutti i cittadini, nativi e non, senza pregiudizi e discriminazioni.

Le donne
Cultura, sfida per l’integrazione  | Stefanella CampanaVa riconosciuto che le prime ad avvertire il bisogno di creare un luogo di accoglienza e dialogo tra native e immigrate sono state le donne. Il progetto ambizioso del Centro Interculturale Alma Mater (salutato con molto spazio da Le Monde) è stato avviato l’8 Marzo 1990 e realizzato grazie all’impegno del Comune di Torino, della Commissione Regionale per le Pari Opportunità, di molte associazioni femminili e donne dei sindacati. “Un luogo pratico e simbolico di intermediazione tra le donne e la città”. Il Centro, un vero laboratorio interculturale, è gestito dall’associazione “Alma Terra”.
L’impegno è a 360 gradi: promozione di iniziative produttrici di reddito, un punto di sostegno dell’immigrazione femminile nei suoi bisogni di salute e di supporto relazionale nei momenti più difficili. La decisione di creare l’Hammam, il primo vero bagno turco in Italia, sembrava rispondere a queste esigenze.
“L’idea forte è stata quella di ribaltare lo stereotipo della migrante come bisognosa e rivalutare le capacità, i talenti personali delle migranti, sovente invisibili pure a se stesse, utilizzando le loro competenze anche in campo economico”, spiega Marité Calloni, attuale presidente del Centro, preceduta da altre di origine straniera. Si realizzano così corsi di formazione per mediatrici, figure-ponte di comunicazione tra le migranti e i servizi della città, inserimenti qualificati in banche e centri informatici, corsi di riqualificazione dei lavori di cura. E funziona un asilo nido all’interno della struttura. Fin dal 1994 è attivo un consultorio giuridico che dà consulenza legale sul diritto di famiglia, diritto allo studio e alla salute, tutela dei minori, legislazione sull’immigrazione, acquisto della cittadinanza italiana. La sua mission? “Rendere la donna migrante consapevole dei propri diritti e rafforzarla nella sfera privata”.


Stefanella Campana
Giugno 2010

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