GIORNO 1 – “Benvenuti a Lampedusa” | Gianluca Solera
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Gianluca Solera   
“Benvenuti a Lampedusa”: una mega-foto di una spiaggia che abbraccia acque cristalline occupa un’intera parete nella zona di arrivo dell’aeroporto e i viaggiatori, come nel paese dei balocchi, si mettono davanti alla foto e si fanno riprendere come se fossero là, sotto il sole cocente. Click! Click! Click! Il gioco piace a molti vacanzieri e visitatori. Ma i ragazzi dell’Esercito Italiano e i reparti speciali della Polizia questo gioco non lo fanno (neanch’io, se per quello). Sull’aereo della Meridiana vi erano almeno sette giovani militari in tuta mimetica ed un numero equivalente di giovani poliziotti che portano cucito sulla giacca il numero di gruppo sanguigno. Sembra un titolo, come Caporeparto, o Vicedirettore, o Architetto, ma poi fa un certo effetto leggere “RH positivo”. Non mi era mai capitato di incontrare in pochi metri quadrati (quelli della sala consegna bagagli) uomini di Esercito, reparti speciali della Polizia e Guardia di Finanza tutti insieme, belli e splendenti come solari guerrieri della Magna Grecia. Stivali lucidati, equipaggiamento con accessori, begli orologi.

A Lampedusa, ognuno si sceglie il proprio esercito. L’altro, quello dei volontari dell’Arci, o di Medici senza Frontiere, o di Borderline Europe o di Terres des Hommes li trovo sulla terrazza di una delle loro case, sotto un cielo nero e calmo, a parlare di ciò che han fatto, visto e sentito quel dì. Non ci si annoia mai a Lampedusa, mi hanno spiegato. Portano sandali, canottiere o capigliature multiforme e fumano sigarette fatte a mano. Sono belli pure loro, ma è una bellezza diversa, innanzituto femminile; le ragazze prevalgono, ed il colore dei loro indumenti accende gli sguardi. Se quelli del primo esercito vengono da Trapani, Palermo o Lecce (così si dicevano tra loro, ed io ad ascoltarli), quelli del secondo vengono da Genova e Roma, o dalla Lombardia; c’è pure una tedesca. Non ne possiamo fare una regola sociologica, perché ogni giorno è sicuramente diverso, e i ragazzi dei due eserciti turnano regolarmente, ma è comunque bizzarro fotografare due Italie così, in pochi incontri.

Due eserciti per fronteggiare gli arrivi di umani dal mare. Poi ci sono evidentemente i professionisti dell’accoglienza, come la cooperativa che gestisce il Centro di Prima Accoglienza e Soccorso, o gli arruolati dell’ultim’ora, come quel somalo che ha guidato lo scafo fino a Lampedusa senza aver mai preso tra le mani un timone in vita sua prima di allora. Sono scafisti per poche ore, che se vogliono portare a buon termine la loro avventura alle coste italiane ci devono arrivare non accompagnati, perché gli scafisti veri restano a terra e li salutano con la manina dalla spiaggia da cui li ammarrano. Oppure diventano scafisti per poche ore perché così pagano meno per attraversare il mare. Strategie da centri commerciali. Quando mi hanno raccontato questa storia, ho pensato a quei due alpini imbarcati per portare la guerra in un arcipelago greco: vi ricordate il film Mediterraneo di Salvatores? Quei due alpini non sapevano neppure nuotare, figuriamoci il loro mulo.
Le organizzazioni accreditate che possono entrare nel Centro di Primo Soccorso o nella Zona portuale di Lampedusa sono poche. Oltre ad alcune di quelle menzionate sopra, mi hanno segnalato la Croce Rossa, L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) e l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Ognuna di queste si è ritagliata uno spazio operativo che è stato loro autorizzato dalla Prefettura, e fanno bene la loro parte. Attorno al Centro, però, girano molte persone che sovente non possono entrare; è un mondo anche quello, un Limbo fatto di ricercatori, giornalisti, o forse semplici curiosi o osservatori indipendenti.

Allora, quelli che si sono fatti le ossa a Lampedusa nei giorni più caldi degli arrivi in massa, se qualcuno chiede loro : “Ma tu per chi scrivi?”, rispondono: “Io sono un turista”. Così si smarcano dalla mischia. Di turisti ve ne sono ancora a Lampedusa (il mio aereo ne era pieno) anche se meno di prima, e quindi dichiararsi un turista non disturba e allontana i sospettosi. E può anche diventare un modo per parlarsi tra i due eserciti. Francesca, che sta qui con l’Arci da qualche mese, si è imbattuta in un militare che aveva steso l’asciugamano a fianco del suo in spiaggia, in un momento di riposo. L’accento toscano di entrambi è stata la miccia, e quando si son chiesti: “E tu che fai qui?”, hanno pensato bene entrambi di dichiarare quello che un italiano sa fare meglio d’estate: “Sono un turista, e tu?”.


Gianluca Solera è nato sul lago di Garda nel 1966. Di famiglia di origine sefardita, dopo molti anni a Bruxelles come consigliere politico del Parlamento europeo, è partito per la Palestina nell’estate del 2004, dove ha vissuto e percorso tra andate e ritorni per due anni. Autore di Muri, lacrime e za’tar. Storie di vita e voci dalla Palestina (Nuova Dimensione, 2009, II edizione), dal 2006 è coordinatore delle reti della Fondazione Euro-Mediterranea Anna Lindh per il Dialogo tra le Culture, che ha sede ad Alessandria d’Egitto, e si occupa di questioni interculturali. Tra le altre cose, ha pubblicato Di città in città. Poesie sull'Europa (1995).


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