GIORNO 3 – Cose che non tornano | Gianluca Solera
GIORNO 3 – Cose che non tornano Stampa
Gianluca Solera   
Sono qui da poco più di 48h e molte cose non tornano.
Maria, lampedusana che lavora a Palermo, si attizza quando uso la parola “ghetto” per definire il Centro di Prima Accoglienza e Soccorso. Il vero “ghetto” è l’isola di Lampedusa, almeno quelli che stanno al Centro dopo poco se ne vanno, i Lampedusani no, ed anche se gli abitanti dell’isola inscenano proteste plateali come quella del 2009, quando paralizzarono l’aeroporto per un mese, restano gli ultimi della classe. Un solo medico per tutta l’isola (da condividere con gli extracomunitari), nemmeno un reparto maternità. Non si nasce a Lampedusa, si nasce a Palermo; Maria dice: “Almeno gli immigrati hanno una sala operatoria, un’ostetrica e Medici Senza Frontiere, noi neppure quelli”.

Il Centro di Prima Accoglienza e Soccorso dovrebbe essere una stazione di transito e chi vi arriva non potrebbe starvi più di 48 ore. Ma la realtà non è questa. Ho conversato con un tunisino che è a Lampedusa dal 4 di agosto.
Un altro, arrivato il 13 agosto con altri 208, è ancora qui, e con lui altre sei persone. Nel porto di Lampedusa è attraccata da quattro giorni la nave della Grimaldi che effettua i trasferimenti, e non ha ancora ricevuto l’ordine di salpare (di solito, la nave riparte nel giro di poche ore). Le presenze al Centro hanno già raggiunto le 643. Il 22 luglio u.s. Left Avvenimenti pubblica la notizia che il direttore del consorzio che gestisce il Centro di Lampedusa, tale Cono Galipò, è incriminato per illeciti profitti al Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Sant’Angelo di Brolo, in provincia di Messina, avendovi trattenuto gli immigrati più del previsto, bel oltre il rilascio del permesso di soggiorno. Secondo la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Patti, «l’illegittima permanenza al centro di 248 richiedenti asilo avrebbe comportato l’“ingiusto” esborso di 468.280 € (+ Iva) a favore del consorzio», in quanto il centro riceve 40 € + Iva al giorno per ciascun ospite.

La notizia dei respingimenti di 115 immigrati effettuati in mare il 21 agosto u.s., senza che questi venissero portati a terra, notizia che ha fatto il giro degli organi di stampa questa settimana grazie alla segnalazione dell’Arci, è circolata in modo bizzarro. Una delle sette persone che viene fatta sbarcare dalla Guardia costiera a Lampedusa, un ragazzo tunisino di 22 anni che accompagna il fratello paraplegico, mi conferma di essere stato portato al porto nel tardo pomeriggio. Alle ore 20.02 della stessa sera, l’Ansa pubblica la seguente notizia: «[...] L'imbarcazione è stata raggiunta dalle motovedette della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera a circa 35 miglia dalla costa: 6 persone, tra cui il paraplegico e due donne, bisognose di cure sono state portate a Lampedusa. Tutti gli altri sono stati imbarcati sulla nave della Marina ''Borsini'' che li consegnerà a una motovedetta tunisina che li riporterà nel loro paese». Uno di quelli che erano destinati ad essere respinti in mare aperto, al sentore di quello che stava succedendo, si butta dalla nave italiana prima di essere trasferito su quella tunisina e si rompe un piede. Viene quindi portato a Lampedusa e conferma ad alcuni operatori, il giorno successivo, che l’operazione di respingimento è avvenuta all’una di notte, quindi dopo il lancio di agenzia. Chi ha passato un’informazione così delicata (i respingimenti in mare sono illegali) all’Ansa ben cinque ore prima che avvenisse?

Mi è sembrato di capire che i giovani che arrivano a Lampedusa non ricevano adeguata informazione sui loro diritti, ed in particolare sul diritto alla richiesta di asilo. Saïd, il ragazzo arrivato a Lampedusa per la terza volta in un mese e mezzo, sempre in nave, sempre respinto, che avevo incontrato il giorno prima e che aveva espresso la volontà di richiederere asilo, alla fine della mattinata del giorno successivo non era ancora stato contattato da UNCHR, ma per fortuna non era stato rimpatriato. Contattiamo allora l’Ufficio Migrazioni al Centro; il responsabile è molto cooperativo, e manda immediatamente un mediatore culturale (traduttore) da Saïd a ricevere la volontà di richiesta di asilo. Perché non si applica una sistematica politica di informazione sul diritto di asilo a tutti i nuovi arrivati?

È difficile trarre insegnamenti da spezzoni di cose che non quadrano, ma le poche riflessioni che potrei trarre sono le seguenti:
- Gli immigrati che arrivano non sono sempre percepiti come soggetti portatori di diritti, e se succede qualcosa che va contro le norme internazionali, la loro testimonianza resta debole per la situazione di precarietà e irregolarità in cui si trovano. Un accompagnamento ed una consulenza legali dovrebbero essere assicurate sin dal giorno dello sbarco.
- Il traffico illegale di immigrati può diventare una fonte di lucro anche per le strutture di ricezione legalmente stabilite. È bene monitorare modalità e tempi di trasferimento affinché non vi siano abusi.
- Ci sono molte persone valorose che assistono gli arrivi; stare fisicamente al Centro è un lavoro psicologicamente difficile, e quando hai a che fare con delle persone, se sei un uomo lo puoi dimostrare, e trovare le vie per denunciare o prevenire atti disumani come il respingimento. È facile dettare legge da un ufficio romano, ma solo chi passa lungamente per questi centri può capire cosa significhi applicarla. E poiché siamo tutti umani, sarebbe bene credo assicurare che vi sia una rotazione regolare tra chi opera in questi centri, come avviene perle forze dell’ordine, per non rischiare di cadere nella routine e perdere la pazienza e l’umanità.
- E i Lampedusani, almeno un reparto maternità ed un’ortopedia se li meriterebbero, invece di campi da golf e cose del genere. Quest’isola e la sua gente sopportano per tutti noi l’impatto di un fenomeno che va oltre le frontiere nazionali.

Gianluca Solera


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