GIORNO 5 – Shuftu al Maut  | Gianluca Solera
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Gianluca Solera   
“Shuftu al-Maut. Ho visto la morte” – dice Safwan nel giorno in cui il numero delle presenze a Contrada Imbriacola supera le 800 con gli ultimi sbarchi. La morte di un mare aperto e nero che può inghiottirti senza chiederti il permesso, e non restituirti più. Come il fratello di Ayman, arrivato a Lampedusa il 19 agosto con altre centodieci persone. Vuole cercare il fratello o almeno la sua salma. “Ditegli che si metta il cuore in pace, il mare purtroppo non ci ha restituito nulla” – ci dice il poliziotto. Il fratello di Ayman era uno di tre dispersi, che il mare si è preso per sempre. Ed anche se il corpo arrivasse in costa, il suo viso e le sue dita sarebbero così corrose che l’identificazione sarebbe molto difficile, anche attraverso le impronte. Mettiamoci il cuore in pace, anche se ad Ayman non siamo ancora riusciti a dirglielo.

Nel piccolo cimitero di Lampedusa vi sono alcune seppelliture senza nome. Sono gettate di cemento su cui è stata incisa sul cemento fresco la parola “exstracomunitario” (con la “s”) a fianco della data di sepoltura, ed un codice scritto con dello spray blu come “A/2008”. Su una di esse vi sta scritto “n° 3 cadaveri”, e sulla gettata vi sta un nastro tricolore ed alcune pianticelle rinsecchite; seppelliti l’8 maggio 2011, emanano un tanfo orribile. Questi cadaveri non avendo nome, non potevano trovare riposo eterno che con quella dicitura, uno accanto all’altro. All’angolo opposto del cimitero, vi stanno delle piccole tombe in un’aiuola, con una croce di legno piantata sopra ed un codice come “n°3 – 02”. Forse sono dei bambini, o dei minori. I loro occupanti, probabilmente di fede musulmana, sapranno perdonare la croce apposta da chi non è abituato a seppellire mori; è già stata una fortuna che siano stati sottratti al mare immenso.

Lo stesso mare che ha attraversato il gruppo che vedo arrivare al Centro di Prima Accoglienza e Soccorso, verso le due del pomeriggio. Arriva in autobus dal porto e viene fatto attendere sotto una tettoia per procedere alle operazioni di registrazione. Un poliziotto ha la mascherina sul viso. Sono forse una sessantina, hanno visi stanchi e gli occhi bassi ed attendono, chiedendosi probabilmente che succederà ora.

Le storie che raccogli tra gli immigrati parlano di piccole e grandi barche e di molte ore, talvolta venti, in balia del mare. Non tutti amano parlare di come sono arrivati, un ragazzo algerino dagli occhi chiari si rifiuta di rispondere, un tunisino della regione di Sidi Mansub, arrivato una settimana fa con altri ventinove, mi chiede perché voglio sapere così tante cose, temendo che io possa trasmettere queste informazioni al suo governo. Il tunisino ha pagato 750 €. Un volo andata e ritorno charter per Monastir non costa così tanto, anzi ci viaggi in due e ti fai una settimana di ferie tutto compreso. È chiaro che ormai gli scafisti non vengono più; lasciano le barche a chi ha pagato per attraversare il mare, e che si arrangino. Hanno voluto la bicicletta? Che pedalino! Proliferano allora le iniziative del “Fai da Te”. Un ragazzo di Sfax, insieme ad altri quattro, ha rubato un’imbarcazione e sono partiti in nove. Un altro è arrivato con gli amici in barca a vela: ma come avrà fatto? Merita di partecipare ad una competizione sportiva; forse qualcuno dei nostri governanti con un veliero potrebbe ingaggiarlo.

E ci si mette di mezzo anche Facebook.
È la storia di Ahmed, un ragazzo tunisino di 32 anni che parla romanaccio perché ha vissuto una vita intera con i suoi genitori a Fiumicino, mentre lui era rientrato dalla nonna a Tunisi, dopo una vita tormentata tra droga, violenze famigliari, disturbi di salute e carcere. Ahmed è salito su una spedizione che è stata organizzata via Facebook, ed a cui hanno risposto in 57. Non ci ha messo una lira, hanno pagato i suoi amici per lui, ma probabilmente il suo valore aggiunto era che parla l’italiano alla romana meglio di tutti noi. C’è poi chi ci ha messo la benzina, chi la barca, e via.

Ma non c’è solo il mare, ci si mettono anche i ladri. I furti tra immigrati sono frequenti, in barca come a terra, al Centro. Si rubano i vestiti (ieri ho parlato con due ragazzi a cui non era rimasto che l’asciugamano per coprirsi i fianchi), naturalmente i soldi, ma anche documenti e altre cose. Una responsabile della Polizia mi segnala il caso di due somali che sono stati derubati e vengono trattati male dagli altri immigrati, in maggioranza arabi, e verranno quindi trasferiti nella zona delle donne e dei minori, a causa dell’isolamento di cui soffrono nella zona degli uomini.

Munir mi informa anche che un uomo delle forze dell’ordine sulla motovedetta italiana gli ha sequestrato 50 €, la batteria del cellulare ed una pacchetto di sigarette, e mi chiede di segnalare la cosa all’amministrazione. Quando segnalo la cosa alla responsabile della Polizia, questa reagisce male, la prende come se fosse un accusa alle forze dell’ordine, anche se la Polizia non sale sulle motovedette, e spiega che i furti avvengono tra di loro. Non me la sento di trasmettere la segnalazione altrove.

Ahmed, un ragazzo di Keirouan è invece nello sconforto. È molto giovane, ha fatto le scuole superiori e vuole continuare gli studi; ha pagato 1000 € per imbarcarsi, e non sapeva che sarebbe stato rimpatriato una volta attraversato il mare; è questo il destino di molti giovani onesti, che credono di poter entrare in Italia via Lampedusa e raggiungere una persona conosciuta che può offrire loro un lavoro. Lui, conosce un impresario di Lodi che potrebbe dargli un lavoro come muratore, ma gli sono stati rubati gli oggetti personali, tra i quali aveva i contatti del lodigiano, e non sa più come ritrovarlo. Gli dico che avrebbe dovuto accordarsi con il lodigiano dalla Tunisia, ma ora è troppo tardi, verrà rimpatriato. A Keirouan conosco Amer Jeridi, noto professore di scienze ambientali e rispettato esponente della società civile locale. Anche lui lo conosce di fama: gli dico allora di cercarlo una volta rientrato a Keirouan; Amer ha contatti con molte organizzazioni in tutta Europa e può forse proporre qualcosa ad un giovane volenteroso. È tutto quanto gli posso dire, da dietro la grata. È poco, lo riconosco, ma non trovo giusto seppellire tutte le sue speranze.

Gianluca Solera

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