GIORNO 7 – Bip bip bip bip, bip bip bip bip | Gianluca Solera
GIORNO 7 – Bip bip bip bip, bip bip bip bip Stampa
Gianluca Solera   
Il filosofo Walter Benjamin diceva che la storia non segue una linea retta od una spirale e non si svolge in un tempo omogeneo, ma avanza attraverso rotture e lacerazioni. Ieri, la storia ha bussato alla porta di Contrada Imbriacola, e l’angelo della distruzione ci ha sfiorato.

La giornata è iniziata prestissimo. È un lunedì, giorno di trasferimenti per gli immigrati del Centro di Prima Accoglienza e Soccorso. Alle 6.30 mi sveglio mentre la coordinatrice Francesca già prende il caffè in cucina con Rainews a tutto volume. Vuole andare a vedere se a Cala Pisana è ancora ormeggiata la nave della Grimaldi adibita ai trasferimenti. L’aria è fresca e mi convinco a seguirla, con il costume da bagno addosso. Il mare è leggermente mosso ed affascina, ma della nave nessuna traccia. E se fosse al porto? Giriamo le bici e riprendiamo il viale del cimitero; il porto sta dalla parte opposta della cittadina di Lampedusa. Passando davanti a degli hangar situati in un’area periferica dell’aeroporto, notiamo per caso sulla pista un aereo della Sirocco.com. Ci guardiamo e guardiamo i movimenti di persone sulla pista: sì, è una partenza di immigrati. Ci avviciniamo con le bici alla rete di protezione esterna, ma manteniamo una certa distanza. Ci sentiamo osservati. La visuale è buona, siamo a circa 150 mt dall’autobus della Lampedusa Accoglienza e dalle camionette delle forze dell’ordine. Raggiungono la rampa dell’aereo in piccoli gruppi di tre, ovvero due accompagnatori ed un immigrato tra loro, e salgono tutti sul velivolo. Alcune delle persone accompagnate sono piccole di statura e ci chiediamo se siano dei minori, se la terna non sia composta da due minori ed un accompagnatore. L’imbarco avviene lentamente, forse per ragioni di sicurezza o per espletare procedure amministrative. Restiamo una ventina di minuti, poi Francesca rientra a casa, dove erano rimaste le altre volontarie dell’Arci. Io vado al porto, con l’intenzione di fare il bagno. Il porto e un tratto della costa meridionale dell’isola si vede da un’altura su cui arriva la testa della pista dell’aeroporto. Proprio quando sono arrivato davanti alla pista, decolla sopra la mia testa un volo, che curva in cielo e prende la direzione nord. Della nave Grimaldi al largo, nessuna traccia, deve essere ancorata in un’altra cala. Inforco la bici e proseguo per una stradina che costeggia in tutta la sua lunghezza la pista e porta ad altre calette, dove vorrei immergermi. Quando mi trovo esattamente dalla parte opposta a quella da dove avvistammo l’aereo della Sirocco.com, vedo la sua coda mettersi in posizione di partenza e decollare. Brrroum!

Il bagno mi darà le energie per affrontare la giornata. Poco prima di mezzogiorno entro al Centro e mi dirigo agli uffici dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, per sapere se alcuni dei richiedenti asilo segnalati dall’Arci siano partiti per altri centri di identificazione ed espulsione o di accoglienza per richiedenti asilo nella Penisola. “Nessuno”, mi risponde la funzionaria. Quando chiedo se sa in che centri sia stato trasferito il gruppo di oggi, sorride e nicchia; l’informazione è confidenziale. Sono partiti in una trentina.

Mi avvicino alla grata della zona uomini per parlare con Nabil, il ragazzo tunisino che è rimasto in un carcere per quattro anni perché membro del Fronte democratico, fino a quando con la Rivoluzione dei gelsomini le porte delle galere sono state sfondate. Nabil non è alla grata. Ramzy, il ragazzo di Keirouan, mi supplica di chiamare una conoscente spagnola che l’aspetta ad Oviedo e che potrebbe trovargli un lavoro. Mi dà il numero di telefono e l’indirizzo su Facebook.
“Dile que la quiero mucho”. E prosegue ancora in spagnolo: “Però, dimmi, è vero che ci riportano tutti a Tunisi?”
“A Tunisi no, a Tunisi no” – avevano cominciato a gridare da dietro in diversi, mentre parlavo con Ramzy, e i ragazzi che si erano già messi in fila sulla scalinata che porta allo sportello di distribuzione del rancio cominciano ad agitarsi. “No mangiare, no!” – gridano, minacciando lo sciopero della fame. Vola una bottiglia d’acqua sopra la grata.
“Ci hanno chiamato da Tunisi, quelli che sono partiti ieri” – impreca un altro in arabo (sicuramente intendeva la mattina stessa, ma forse li avevano già fatti uscire dalla zona uomini la notte prima).

E la porta dell’Inferno improvvisamente si apre. È una questione di secondi. Due si mettono a cavalcioni sulla grata, poi scendono perché gli altri cominciano a scuotere la grata come una foglia d’autunno. Suona l’allarme: bip, bip bip bip, un suono ritmato ed ossessivo, senza fine. Alcuni agenti si avvicinano e gridano di stare calmi. Sono sulla parte destra della grata e imploro i ragazzi tunisini davanti a me di calmarsi, perché altrimenti tutto va a rotoli e se ne tornano dritti dritti a casa.
La grata trema una seconda volta, poi una terza, mentre le forze dell’ordine indossano la tenuta anti-sommossa, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza tous confondus. Si avvicinano i mediatori della Polizia nella confusione di grida e guizzi di ragazzi che salgono sul crinale saltando la rete esterna. Fino a quel momento non avevo ascoltato le mie emozioni, forse la Palestina mi ha insegnato qualcosa, ma quando lo faccio mi assale la paura. Bip bip bip bip. Sono bloccato tra la grata e il cordone delle forze dell’ordine. Uno dei mediatori negozia la nomina di tre rappresentanti degli immigrati che vadano a parlare con i capi. Alcuni poliziotti socchiudono la grata, li fanno uscire e li portano in una zona tranquilla, dove incontrano i responsabili dell’Ufficio immigrazione e della Sicurezza. Mentre tutte le forze dell’ordine si mettono in posizione, scivolo via e raggiungo gli altri.
Ho la gola secca e mi tremano leggermente le mani. Arrivano i Vigili del Fuoco con gli idranti e i Carabinieri con le cartucce di gas lacrimogeno.

Un ragazzo che indossa la maglia dell’Inter con il numero 22 di Milito ci dice in francese: “Mi hanno chiamato sul cellulare. Sedici sono stati portati a Palermo e sedici a Tunisi”.
Quando i tre rappresentanti riguadagnano la zona uomini, prima scrosciano gli applausi, poi risale la tensione. Vogliono uscire, vogliono scappare; ma che cosa avrà promesso loro la Polizia e la Protezione Civile, nella persona di una signora distinta ed elegante con gli occhiali da sole che a noi ci evita sempre? Il Paradiso?

Verso le 13.30 l’allarme generale viene spento, ma alcuni minori fanno suonare quello antincendio che prosegue per un’altro quarto d’ora. Poi è una lunga attesa ed un incrocio di sgardi tra le forze dell’ordine, equipaggiate per lo scontro, e gli immigrati tunisini, che discutono tra loro. Alcuni lasciano l’assembramento e saltano di nuovo la rete sul crinale (ma dov’è l’Esercito?). La Polizia avanza sul lato e para la falla.

Alle 14.45, quando la tensione è decisamente scesa, lascio il Centro con le ragazze. Abbiamo fame, dobbiamo digerire le emozioni, dobbiamo fare un passo indietro. Dunque li rimpatriano da qui, dunque è possibile, dunque il Governo italiano sta forzando la mano e applica la clausola del rimpatrio senza identificazione utilizzando apparentemente gli accordi presi con il governo tunisino di transizione in aprile. Ma non capiamo che questi ragazzi sono disposti a morire pur di non riattraversare il mare? Ma non capiamo che non si possono trattenere per due, tre o quattro settimane uomini e ragazzi in gabbie disumanizzanti per poi ricacciarli indietro bleffando, senza dare loro una possibilità di giustificare il loro desiderio di restare, per di più il giorno della fine del Ramadan? Quell’aereo della Sirocco.com, partito poco prima delle 8, non può aver sostato a Palermo, aver lasciato il Console tunisino effettuare le operazioni di identificazione, e poi aver ripreso la direzione di Tunisi in poche ore, quando i ragazzi della “gabbia” hanno ricevuto telefonate dai rimpatriati tra le undici e mezzogiorno. Ma allora tutta la trentina è stata rimpatriata, e non sedici come diceva il ragazzo interista? E se fosse stato un test per vedere come reagiscono i tunisini? “Imbarchiamone poche decine e vediamo se tutto fila liscio” – si sono forse detti i fautori dell’operazione.
Ma niente è filato liscio.

Quando rientro al Centro alle 18.15, la sorpresa: da pochi minuti sono scappati verso il porto in centocinquanta, o forse trecento, saltando le reti sul crinale retrostante la zona uomini. Una fuga verso la libertà. Vogliono respirare, camminare, buttarsi a mare. Un pallone salta tra le gambe di quelli che sono rimasti nella “gabbia”, una piccolissima ma tarda concessione offerta a questi ragazzi dall’inesauribile voglia di vivere.
Che cosa avranno detto i responsabili ai tre rappresentanti degli immigrati questa mattina? Lo sapremo sul porto: trasferimento negli altri centri entro due giorni. Se sono scappati verso il porto, evidentemente è perché non si fidano.

Ci dividiamo in due gruppi: Viviana e Myriam restano a Contrada Imbriacola, io e Margherita andiamo al porto, dove ci raggiungerà più tardi Francesca. Gli immigrati sono assembrati su una delle estremità della zona portuale, vicino ad un’area del demanio militare. Molti hanno fatto il bagno buttandosi dagli scogli frangiflutti, o hanno gettato in acqua la tessera di identificazione. Le forze dell’ordine non ci fanno passare, anche se le altre organizzazioni accreditate ad entrare al Centro di Prima Accoglienza e Soccorso sono tutte là. Indietreggiamo. Quando arriva Francesca, riprovo con lei ad oltrepassare il cordone di sicurezza. Entriamo ed iniziamo a conversare con due immigrati. Un agente della Digos alza la voce e ci ordina di andar via, fomentato dalla signora distinta ed elegante con gli occhiali da sole, forse della Protezione Civile, che da quel momento ribattezzo “la Vamp”, ma un carabiniere e dei poliziotti ci difendono: hanno il permesso, restano.
Non ci muoviamo più e chiediamo agli immigrati che si avvicinano di non parlarci per non innervosire lorsignori. Quando ci vedono, però, ci vogliono salutare calorosamente, senza grata a dividerci. Nabil, Sufwan, e due che non riconosco che ci dicono “Shukran! Grazie per tutto!”.

L’attesa sarà lunga, e andrà ben oltre la mezzanotte, quando gli ultimi immigrati accetterano di salire sul bus di ritorno verso il Centro. Sarà una lunga negoziazione: secondo la legge, al Centro di Contrada Imbriacola non dovebbero essere trattenuti per più di 48h, dopodichè non avrebbero più il potere di tenerli dentro. Le autorità usano i guanti di velluto, e le forze dell’ordine si comportano bene. Verso le 22, una parte dei ragazzi si convince a salire sul bus, ma quando arriva a piedi cantando un gruppo di minori seguito a distanza dagli agenti, il bus oscilla a più non posso, e fanno riscendere i ragazzi. Mentre l’umidità si stende su ogni cosa, i ragazzi si coprono e si siedono per terra. Alcuni di loro intonano “Lasciatemi cantare”, animati da un’ingenua passione per il nostro Paese. Un primo bus parte, un secondo pure, ma quelli del secondo, dopo poche decine di metri, fermano l’autobus e scendono, ritornando indietro. Appare il sindaco di Lampedusa, un uomo grosso che sembra la comparsa di un film, e inscena un comizio elettorale: “Tre giorni, uno, due e tre”. Promette ai suoi ascoltatori che se ne andranno verso la Penisola in tre giorni. Poi li prende uno ad uno e con energica gesticolazione li fa alzare: “Sù, ragazzi, che è tardi e dovete ancora mangiare”. Uno, due, tre, fa con le dita della mano. Un ragazzo ribatte segnalando il due. Due dita, come avevano detto i responsabili ai loro rappresentanti in mattinata.
Viviana ci informa dal Centro che li hanno assembrati sotto le pensiline di arrivo per perquisirli, prima di farli rientrare nella zona uomini.
Al porto, uno degli ultimi a salire sulla camionetta si rivolge ai carabinieri e dice in inglese: “Se ci rimandate indietro, I will return. Andremo a Roma, andremo a Milano, andremo a Chievo”. E a Sampdoria, no?

Intanto, a Contrada Imbriacola con l’ultimo arrivo si riaccende la tensione. Viviana e Myriam sono stressate. Fanno scendere i ragazzi dell’ultimo bus tutti insieme, e il disordine riprende quota, mentre i ragazzi scappano dappertutto. “Volano pezzi di vetro, coltellini e sassi” – ascoltano le nostre ragazze da un agente, sassi raccolti sulle colline circostanti e buttati dai tetti dei prefabbricati della zona uomini. Un finanziere ha un ginocchio messo male, un carabiniere è ferito e tre minori vengono portati al pronto soccorso; non si capisce che succede e sarà solo dopo le 1 del mattino che la situazione si calmerà. Due giorni, tre giorni, mai?

Quando chiamo da casa Francesca che dal porto si era spostata a Contrada Imbriacola, sento dietro la sua voce quel suono: bip bip bip bip, bip bip bip bip. Non ho più voglia di analizzare. Ingoio mezzo melone giallo e lascio le ragazze sole a terminare la cena.

Gianluca Solera


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