GIORNO 8 – Il miraggio  | Gianluca Solera
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Gianluca Solera   
E mentre mi trovo immobilizzato nell’aeroplanino che rulla sulla pista di decollaggio, diretto a Catania insieme a isolani e turisti, lei appare. È la nave della Grimaldi che avevamo tanto cercata, tozza, grigia e fumante, che costeggia la zona aeroportuale navigando verso Cala Pisana. Mancano pochi secondi alla partenza, l’aereo si gira per il decollo, non c’è tempo per riaccendere il telefonino ed informare le ragazze. Quando le raggiungo un’ora più tardi, non vi è più traccia della Grimaldi. Vanno a Cala Pisana, niente. Verso il porto, niente. Un miraggio, un miraggio ch’eppur io ho visto.

Questa è forse la miglior immagine di quanto ho vissuto in questi giorni, di quanto succede qui a Lampedusa. Un Centro di Prima Accoglienza e Soccorso nascosto tra le pieghe del terreno di un’isola piatta, infilato in fondo ad un vallone che più fondo di così non si trova, a queste latitudini, il resto essendo mare. Invisibile rifugio che i turisti sfiorano con la loro presenza senza accorgersene. Durante la giornata, lungo le affascinanti coste dell’isola i motorini si incrociano e gli innamorati si abbracciano, e la sera, in via Roma, il passeggio avanza leggero ed elegante, mentre delle cose succedono a Contrada Imbriacola. Mondi paralleli. Se potessi, inventerei il “Migratour”, forma di turismo culturale che porterebbe il cliente a visitare il cimitero delle navi di legno, ad osservare quelle imbarcazioni di fortuna che arrivano dal mare, come si vanno a vedere le balene, a puntare il binocolo o lo zoom su Contrada Imbriacola per carpire momenti della vita dentro il recinto. E magari, se fosse possibile, ci potrebbero stare anche delle interviste con i ragazzi venuti dal mare, con le forze dell’ordine, con gli operatori del Centro e gli isolani che contano.
Sarebbe, come si suol dire, un trasformare un problema in un’opportunità. Ci guadagnerebbero tutti, non solo gli scafisti, Lampedusa Accoglienza e i fornitori di altri servizi come la Grimaldi. E gli immigrati diventerebbero delle stars, come le tartarughe che covano sotto l’isola dei Conigli. In occasione della fuga del giorno precedente, al molo si erano accalcati numerosi curiosi, e alcuni di loro sono restati a lungo, quindi non pensate che sia fuori di testa.

D’altronde, non è una follia tenere dei ragazzi tre settimane o più in quella gabbia? Non è un’illusione mettere del sonnifero nel loro cibo, come mi hanno raccontato due di loro, per tenerli calmi? Tenere calmi i ragazzi della Rivoluzione dei gelsomini, abituati alle percosse della Polizia ed all’assenza dello Stato? Abituati a vivere con la disoccupazione e la corruzione che stringono nella morsa le città del Meridione tunisino? Che gridano “sciughurl,hurriya, karama wataniya” (fa rima, e vuol dire “lavoro, libertà e dignità cittadina”)?
Certo, non possiamo fare come molti cittadini tunisini, che hanno accolto volontariamente e spontaneamente nelle loro case quattrocentomila profughi libici in fuga nelle settimane successive al 17 febbraio, o che offrivano panini e bevande a chi attraversava la frontiera. Ma quantomeno, se qualcuno volesse ospitare uno di questi ragazzi che arrivano da noi, non dovrebbe meritarsi una condanna per favoreggiamento dell’immigrazione illegale, come prevede la legge italiana.

Di madre libica e padre tunisino, separati, Ayman faceva il cuoco a Sarman, in Libia. Otto mesi prima dello scoppio della ribelliona libica, mentre si trovava in Tunisia, istigato dal padre, suo zio poliziotto lo fa arrestare con l’accusa di essere uno spacciatore, accusa che Ayman nega. Ayman viene picchiato e torturato. Si procura una lametta, e si ferisce al braccio sinistro tagliandosi le vene per uscire di galera. Il suo braccio è devastato da moltissime cicatrici. Ritorna in Libia, e tre giorni dopo lo scoppio della rivolta anti-Gheddafi, raggiunge la Tunisia con la madre. Qualche giorno fa, madre e figlio partono insieme, la madre, di nazionalità libica, con un’aereo per Parigi, ed il figlio, di nazionalità tunisina, con un’imbarcazione per Lampedusa, con l’intenzione di raggiungere la madre in Francia. Ayman è disposto a tutto pur di non tornare, e come lui molti altri.

Dopo una settimana al Centro di Prima Accoglienza e Soccorso, è ora tempo di trarre alcune riflessioni.

Innanzitutto, non si possono trattenere per settimane delle persone nelle condizioni che ho visto. Due devono essere le ragioni per cui vengono trattenuti così a lungo: o i Centri di Identificazione ed Espulsione ed i Centri di accoglienza per richiedenti asilo, in cui devono essere trasferiti sulla terraferma, non li possono temporaneamente accogliere per ragioni che non conosco, o vengono trattenuti per incrementare i profitti dell’ente gestore di Contrada Imbriacola, minimizzando i costi.

Un ragazzo arrivato diciotto giorni prima mi conferma che le lenzuola, che sono del tipo “usa e getta” non gli sono mai state cambiate. Un altro ragazzo ha contato dodici letti-castello nella sua camerata, dove si dorme anche in due sopra e due sotto, su materassi di gommapiuma. Alcuni dormono sul pavimento senza materasso. Per fuggire il disordine, altri mettono il materasso in cortile e dormono fuori. Viviana e Myriam entrano il giorno della rivolta nel reparto donne con Najat e trovano i materassi per terra. Un bagno è inutilizzabile, è allagato. Le docce sono allagate, tranne una.

Ho tenuto nota del menù della settimana tra il 24 ed il 29 (tranne per la cena di quest’ultimo giorno, quello della rivolta), grazie alla diligente cooperazione di Safwan ed alle informazioni ricevuti da altri ragazzi. Il rancio viene servito in sacchetti di plastica e le razioni confezionate in vaschette sigillate con una termosaldatrice. Ecco la dieta:

Colazione: latte caldo senza zucchero, né caffè, e pezzo di torta, tutti i giorni. Il giorno 29 di agosto, due petits gâteaux e una mini-confezione di fette biscottate.
Pranzo: maccheroni al pomodoro tutti i giorni; patatine fritte tutti i giorni, senza sale; carne macinata tutti i giorni, tranne il 27 e il 28, in cui vengono servite polpette fritte (non potevano identificare se fossero di carne o pesce); mela della Val di Non tutti i giorni, probabilmente dell’anno precedente, conservata nelle celle frigorifere, tranne il 29, in cui viene servito un succo di frutta in confezione di cartone.
Cena: riso tutti i giorni, tranne il 27, in cui servono maccheroni (ma ritengo che l’informazione ricevuta sia errata, e che si tattasse di riso); patatine fritte il 24 e il 27, salsa che assomiglia a delle melanzane o ad una peperonata il 25 e il 28 (segnalata come particolarmente cattiva) e fagioli il 26; carne macinata il 24, il 26 e il 27, e uova sode il 25 e il 28; mela tutti i giorni, tranne il 28, in cui viene servito un succo nel cartone.

Molti ragazzi mi chiedevano se la carne fosse halal, macellata come fanno i musulmani, e siccome erano convinti che non lo fosse, non la mangiavano. Il livello di crescente rigetto del cibo portava molti, dopo pochi giorni, a mangiare sempre meno, per poi gettare il resto nella spazzatura. La colazione era almeno servita prima dell’alba, per rispettare l’orario del Ramadan. L’aerofagia e la stitichezza devono sicuramente colpire molti di loro, poiché la frutta e la verdura fresche sono assenti dalla dieta. Khaled racconta una filastrocca: “Pasta-riso, riso-pasta. Pasta-riso, riso-pasta. Anche Berlusconi mangia pasta-riso, riso-pasta? E le patate?”.

In secondo luogo, si devono sistematicamente informare i ragazzi di quello che succederà loro, di come è organizzata la giornata al Centro, di chi è responsabile di cosa, degli orari dei servizi e di quanto dice la legge italiana al loro riguardo. Insomma, di quali sono i loro doveri ed i loro diritti durante il soggiorno. Questo faciliterebbe molto le cose ed eviterebbe malintesi. Non ho visto un solo dépliant informativo girare nel Centro. Diverse devono essere le ragioni per cui non viene fatto. Ne elenco alcune: o perché i termini dei servizi che il gestore di Contrada Imbriacola è tenuto ad offrire non vengono rispettati; o perché le autorità sono divise sul che fare con questi stranieri e sull’applicazione della legge nei loro riguardi, in particolare rispetto ai tunisini; oppure, semplicemente perché non vengono considerati tanto umani come noi.

Infine, dobbiamo accettare il fatto che è più forte il bisogno di arrivare che le leggi scritte per impedirlo. Non si può andare contro la volontà di molti popoli e il corso della storia. L’integrazione tra Europa e Mediterraneo sta già scritta, i popoli della riva sud vogliono convivere con noi nell’uguaglianza, offrono la loro eredità culturale, il senso dell’ospitalità e la forza lavoro. Non c’è futuro per noi in un Mediterraneo tagliato in due, continueremo a restare in una periferia. Sihem Bensedrine, attivista per i diritti umani ed esponente di spicco del Consiglio nazionale tunisino delle libertà, in una recente conferenza in Italia, ha detto che i tunisini non dimenticheranno mai chi ha portato loro soccorso in questo momento di cambiamento storico. Né probabilmente dimenticheranno chi l’ha loro negato. Noi a quale categoria vogliamo appartenere? Le nostre leggi, su cui si fonda la politica dei rimpatri, vogliono forse alimentare l’economia sommersa ed il lavoro in nero? Oppure la nostra vista è annebbiata da schemi ideologici su cui fondiamo la nostra legittimità politica e sociale? “Vuoi che ti dica ciò che penso? Penso che siamo ciechi, ciechi che vedono, ciechi che pur vedendo, non vedono” – dice uno dei protagonisti del mio romanzo preferito, Saggio sulla cecità , di José Saramago.

All’inizio di questo diario parlavo di due eserciti che sono presenti dentro e fuori Contrada Imbriacola, quello dei volontari e degli attivisti per i diritti degli immigrati, e quello delle forze dell’ordine. Dopo una settimana, ho coltivato la sensazione che entrambi gli eserciti soffrano di questa macchina di gestione degli arrivi. Sono diversi nel modo di pensare e nello stile di vita, hanno funzioni e compiti differenti, me entrambi subiscono gli effetti perversi di una macchina costruita per ragioni ideologiche. Entrambi gli eserciti stanno al fronte, ed hanno visto. Sicuramente tra loro vi sono vedenti che vedono, non ciechi che pur vedendo, non vedono. La rivolta del 29 agosto poteva trasformarsi in una strage, ma così non è stato, e questo è anche merito di molti agenti. Oddio, la presenza di osservatori come noi ha certamente incoraggiato la contenzione, ma la presenza simultanea dei due eserciti è sicuramente una garanzia per evitare possibili disastri, provocati dai nostri legislatori e dall’industria dell’accoglienza.

Sulla strada costiera che costeggia la pista dell’aeroporto di Lampedusa, sta la lapide dedicata ad un ragazzo italiano prematuramente scomparso. Ha la forma di un libro di marmo aperto, su cui sta scritto:
“Il tuo fiore avrebbe potuto sbocciare da ogni lato, se un vento crudele non avesse intristito i tuoi petali”.Questo libro aperto è rivolto verso il mare, e le sue parole prendono la direzione del sud, quando c’è aria. L’ho trovato qualcosa di straordinario, perché lo noti per caso, ti sorprende quando pedali in direzione di Cala Francese su quella strada silenziosa, e capisci subito che non sia lì solo per un povero ragazzo.

Per un momento ho pensato che avrei voluto inserire nel mio Migratour una tappa alla lapide, ma poi me ne sono terribilmente vergognato. Lasciamo che altri lo notino, e si facciano domande sulle storie di quest’isola e del mare cha la circonda, nel segreto del loro cuore.

Gianluca Solera



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