Maria Corti e i preziosi manoscritti | Gavina Ciusa
Maria Corti e i preziosi manoscritti Stampa
Gavina Ciusa   
Dedicare mimose che non sfioriscono alle donne che sanno coltivare memoria e innovazione. Come Maria Corti, minuta e piccola di statura, eppure imponente per il suo strano fascino senza età e la carica di energia spesa in una vita senza soste. Nata a Milano nel 1915, conseguì nella locale Università una laurea in Lettere e una in Filosofia. Coniugò insegnamento e attività di ricerca, sino a ricoprire la cattedra di Storia della lingua italiana presso l'Università di Lecce, per poi approdare nella sua sede definitiva, l'Università di Pavia. Contribuì a fondare la Scuola di Pavia di indagini letterarie legate alla filologia, a nuovi studi semiotici e allo strutturalismo. Autrice di numerosi saggi, affiancava studi su autori delle origini ad analisi di contemporanei. Fondò e diresse le riviste Strumenti critici, Autografo e Alfabeta. Collaborò con altre e con i quotidiani Il Giorno e la Repubblica . Una crisi respiratoria la stroncò nel 2002, a 86 anni, attiva e lucida.

Maria Corti e i preziosi manoscritti | Gavina Ciusa
Maria Corti ha costituto e diretto il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia del quale è stata Presidente
Maria fu anche accademica della Crusca. Ricevette il Premio Flaiano, l’Ambrogino d’oro, il Premio speciale per la letteratura della Presidenza del Consiglio, il Premio Ministro dei Beni culturali dall'Accademia dei Lincei, il Premio Campiello alla carriera. Soprattutto diede vita al Fondo Manoscritti di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia, vincendo ogni scetticismo con la forza dei suoi studi, delle intuizioni, della capacità di reperire importanti manoscritti del Novecento e di gestirne conservazione e catalogazione. Ne parlammo nella sua casa milanese, un giorno di novembre del 1999, alla vigilia di un viaggio a Napoli dove si premiava il suo libro Catasto magico . Aveva detto: «Parto due giorni prima per incontrare la vedova di Mario Pomilio e la vedova di Domenico Rea. Mi daranno preziosi manoscritti. Tutta l’opera di Pomilio. I manoscritti e l’epistolario di Rea.»
Tesori per lei che amava rovistare tra le carte dove il libro sorge, alla ricerca di “felicità verbali”, di connessioni tra valenze conoscitive del pensiero che lo genera e l’intima struttura del linguaggio espresso nella stesura che l’autore lavora e rilavora sino all’esasperazione. E mal sopportava che manoscritti italiani venissero acquistati e custoditi in America. Marinetti era finito alla Yale University. Volponi all’Austen University del Texas. Rimuginava: «E se io istituissi un Fondo in un’importante Università filologica come quella di Pavia e riuscissi a coinvolgere gli amici scrittori?»
Si recò da Montale e gli parlò del progetto. “Molto meglio di una biblioteca nazionale!” esclamò lui. Chiamò la governante: “Gina, presto, apra quel cassetto, tiri fuori tutto ciò che c’è dentro e lo dia alla Maria!” Lei andò via con i primi degli attuali 800 manoscritti del poeta. Li mise in un pacco insieme ad altri che aveva a casa: La madonna dei filosofi di Carlo Emilio Gadda; Mio cugino Andrea e altri testi di Romano Bilenchi. Li portò all’Università e li chiuse a chiave in un armadietto che il Rettore Antonio Fornari le aveva messo a disposizione. Ma la burocrazia era in agguato. Per creare un Fondo bisogna donare allo Stato e per donare bisogna chiedere l’autorizzazione! La Corti fa domanda al Ministero nell’ottobre del 1968, a febbraio del 1973 ancora attende la risposta. Intanto le donazioni aumentano, il loro valore sale a centinaia di milioni di lire. Lei vuol portare tutto alla Sormani, a Milano. Il Rettore la ferma, chiede al Prefetto di recarsi a Roma a perorare la causa. Finalmente l’autorizzazione arriva.

Raccontava la Corti: «Al Ministero non ho più chiesto niente. Chiedevo l’elemosina, questo sì, ma agli amici scrittori! Andavo da Vittorio Sereni: “Vittorio sai che Montale mi ha dato... Tu cosa mi dai?” Andavo da Volponi: “Cosa mi dai per il Fondo? ” “Quale Fondo? ” “Ma come? Ho creato in Lombardia un Fondo Manoscritti. C’è dentro anche Montale!” Lui mi dava un’opera e io tornavo l’anno dopo: “Pensa, un Fondo in Italia! Riporta qui tutto quanto hai mandato in America!” “Ma tu non mi dai tutti quei soldi!” rispondeva e intanto mi regalava un altro manoscritto.»

Quindi trascorre un anno negli Stati Uniti da visiting professor, per rendersi conto di persona del modo di gestire i Fondi, e vedere dove si conservano gli scritti italiani. Alla Yale University viene fatta scendere in ascensore due piani sotto terra, condotta attraverso un corridoio che gira a sinistra, poi a destra, sino alla fine di un altro dove le vengono mostrati gli scritti dei Futuristi lì collocati in base alla consultazione: l’italiano è richiesto una volta ogni due anni. Al suo rientro in Italia Maria Corti riferisce tutto alla nipote di Marinetti: «Che errore dare il materiale all’estero! Chissà cosa credevate di aver fatto, invece è là che dorme, mentre qui chissà quanti l’avrebbero studiato!»

Nel 1980 una svolta. Il rettore Gigli Berzolari fa sovvenzionare dal rettorato un centro di ricerca sulla tradizione manoscritta. Arriva qualche milioncino. Lo Stato tace, ma sostengono l’iniziativa gli amici scrittori, la Fondazione Cariplo, la Regione Lombardia, il gruppo l’ Espresso , consci dell’importanza di accogliere a Pavia il più grande Fondo Manoscritti italiano . Negli anni Ottanta la sua valutazione è di decine di miliardi di vecchie lire. Crescono le offerte d’acquisto e non sempre si avevano soldi sufficienti a soddisfarle. «Lo faremo!» si ostinava la Corti, sempre vigile e pronta a intervenire. Come quel giorno di maggio che venne a sapere che il camion posteggiato davanti alla Bompiani era carico di dattiloscritti e di bozze di stampa postillati a mano dagli autori, e destinati al macero. Lei si presentò all’autista “dicendo bugie”: si dichiarò “dirigente della casa editrice”, affermò che c’era stato un errore e si doveva scaricare tutto. Nell’attesa andasse pure a pranzo nella vicina trattoria. Lo pagò con 100 mila lire che aveva destinato all’acquisto di una gonna e salvò Racconti romani di Moravia ritoccati in romanesco su dattiloscritti; Età breve di Corrado Alvaro, e testi di Marotta e di Tonino Guerra.

Maria Corti e i preziosi manoscritti | Gavina Ciusa
Copertina di Ombre dal Fondo di Maria Corti (1997). Il disegno di Franco Fortini è stato rielaborato da Emilio Tadini
La fama del Fondo di Pavia cresce in progressione geometrica all’interno dell’Università che utilizza i manoscritti in seminari che studiano il problema della variante; come si legge e come si distingue la prima dalla seconda stesura. Maria aveva realizzato il suo sogno. Sostituito lo storico armadietto che chiudeva a chiave ogni sera con una trentina di enormi casseforti, custodi di manoscritti “sdraiati” dentro contenitori che li proteggono dall’umidità e dai microrganismi che danneggiano la carta. Lei ne era Presidente e lo dirigeva orgogliosa di vederlo frequentare da studiosi italiani, inglesi, francesi, castigliani, americani che stavano seduti davanti alle Carte per settimane, e da bibliofili di Basilea venuti in Italia solo per ammirare una delle donazioni più belle: la biblioteca del Foscolo.

Oggi, in Europa, il Fondo dell’Università di Pavia è tra le più consistenti raccolte di stesure autografe, fotografie, disegni, scrittori degli ultimi due secoli, carte di studiosi, artisti, scienziati, editori, riviste. Corrispondenze come l’epistolario-documento-scientifico del 1952 dove il Nobel Rita Levi Montalcini illustra i problemi e le fasi di una sua importante scoperta sulla crescita delle fibre nervose, con scritti e disegni vergati su sottili fogli spediti via aerea al collega Viktor Hamburger.
Che altro aggiungere? È qui impossibile riferire una bibliografia adeguata, ma è facile reperire informazioni nel sito dell’Università degli Studi di Pavia, Fondo Manoscritti.

Gavina Ciusa
07/03/2012





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