Verso una Sociologia del Mediterraneo? | H.O.S.T., Federica Araco, Antonello Petrillo, Mariano Longo, professor Za, Fatos Tarifa, Nazli Çağin Bilgili, Theodor Grammatas, Augusto Valeriani, Valentina Fedele, Román Reyes, professor Palmisano, professor Cristante, Lecce, Università del Salento
Verso una Sociologia del Mediterraneo? Stampa
Federica Araco   

Verso una Sociologia del Mediterraneo? | H.O.S.T., Federica Araco, Antonello Petrillo, Mariano Longo, professor Za, Fatos Tarifa, Nazli Çağin Bilgili, Theodor Grammatas, Augusto Valeriani, Valentina Fedele, Román Reyes, professor Palmisano, professor Cristante, Lecce, Università del SalentoÈ possibile immaginare una sociologia capace di essere perturbata da ciò che siamo? Capace di ripartire dai luoghi e dai contesti, collegandosi intimamente all’esperienza di chi la pratica?

È questo l’interrogativo posto dal convegno organizzato il 6 e 7 maggio dal Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo dell’Università del Salento a Brindisi e Lecce.

L’iniziativa fa parte del progetto H.O.S.T., finanziato dall’Unione europea, e ha coinvolto venti relatori tra docenti universitari, ricercatori e professionisti del mondo dell’informazione e del teatro provenienti da Italia, Turchia, Spagna, Albania, Grecia e Francia.

Un’occasione preziosa per confrontarsi sulle possibilità e i limiti dell’esistenza di una scienza sociale mediterranea che abbia come priorità il ripensamento degli strumenti metodologici e delle categorie con le quali finora si è cercato di decodificare le realtà di volta in volta indagate.

Molti i temi affrontati nelle loro complesse implicazioni e sfaccettature: la solidarietà e i nuovi modelli di sviluppo, l’integrazione, il ruolo dei media, le radici culturali dei molti conflitti politici, sociali, religiosi ed etnici in atto.

“Il rapporto tra i popoli del Mediterraneo non è mai stato semplice, tra scambi e guerre, commerci e ruberie, tra l’incontrarsi e l’ignorarsi reciproco” ha ricordato il professor Cristante (Università del Salento). “Cerniera tra Europa, Africa e Medio Oriente, questo mare è stato sempre caratterizzato da una profonda complessità e ricchezza e, malgrado il proliferare di nuovi media, blog e social network, soffre di un cronico deficit di comprensione intellettuale”.

Secondo Antonello Petrillo, (Università Suor Orsola Benincasa di Napoli),“Il Mediterraneo è un mare di guerra al di là della vuota retorica del dialogo interculturale. Tra guerre guerreggiate che conosciamo, guerre silenziose, come quella contro i migranti, e guerre di simboli. La solitudine, il deserto di parole hanno mostrato lo stupore afasico delle scienze sociali europee durante le cosiddette ‘primavere arabe’. Il loro ruolo è rinunciare alle categorie che di solito usiamo per descrivere ogni processo, categorie che si dissolvono quando guardiano a Oriente. Concetti come democrazia, cittadinanza, diritti umani, che hanno caratterizzato la storia occidentale sono usati e strumentalizzati per costruire gerarchie di inferiorizzazione rispetto a realtà altre. Siamo di fronte a un Orientalismo scientifico che ha gli stessi tratti di quello descritto da Said per l’età coloniale”. Per ripensare il ruolo e l’efficacia delle teorie sociali, ha affermato Petrillo, occorre “andare sul campo, smontare le retoriche, incontrare il dato (perché) non siamo né neutrali né nascosti. Per questo, più che a una sociologia ‘del’ Mediterraneo, dovremmo pensare a una sociologia ‘nel’ Mediterraneo, senza culturalismi, etnicizzazioni, essenzializzazioni di sorta”.

Tra i concetti delle scienze sociali usati per fini coloniali e neocoloniali dalle politiche degli stati e dei mercati finanziari, emerge il concetto di “sviluppo”.

//Román Reyes, Antonello Petrillo, Fabio De Nardis, Fatos Tarifa, Nazli Çağin Bilgili e Mariano Longo. Brindisi, 6 maggio 2013Román Reyes, Antonello Petrillo, Fabio De Nardis, Fatos Tarifa, Nazli Çağin Bilgili e Mariano Longo. Brindisi, 6 maggio 2013Nel suo intervento, il professor Palmisano (Università del Salento) ha denunciato come questo sia “parte integrante della teoria positivista riguardante la storia umana, considerata all’interno di un’evoluzione lineare e imprescindibile, deterministica e teleologica”. Il concetto stesso di evoluzione, ha ricordato il docente, “deriva da una teoria tratta dalle scienze naturali riguardante la biologia e la zoologia ma applicata tout court alle scienze sociali”. Per le disastrose conseguenze che questo ha generato sul piano sociale, culturale, politico ed economico a livello mondiale, parlare di cooperazione allo sviluppo sarebbe dunque “il risultato di un lungo processo di manipolazione ideologica mirante a legittimare politiche e posizioni profondamente razziste, strutturalmente elitiste”. Approcci di chi, “sentendosi chiamato a rispondere agli imperativi del white’s man burden” ha denunciato Palmisano, “intende proporre, e di fatto imporre, un nuovo ordine sociale mondiale (…) all’interno del quale operare una gerarchizzazione delle società dimostrata e giustificata, in ultima analisi, da differenze quantificabili in termini di prodotto interno lordo”.

Come il concetto di sviluppo, anche l’idea di una modernizzazione necessaria e salvifica ha per decenni animato il dibattito tra sociologi, economisti, politici e intellettuali.

Il professor Mariano Longo (Università del Salento), organizzatore del convegno, ha ricordato: “Occorre cominciare a ragionare su una sociologia dei luoghi perché è molto difficile immaginare che la modernizzazione possa risolvere i contrasti. In primo luogo perché oggi la modernità appare con le sue storture ed è un progetto incompiuto che non ha più tempo per compiersi. Se la sociologia si accorge di questo deve anche accorgersi che i problemi che affliggono il sud non sono tanto il risultato di una realtà arretrata, ma di una modernità che non ha attecchito, o non riesce ad attecchire”.

 

//Teatro Paisiello, Lecce, 7 maggio 2013Teatro Paisiello, Lecce, 7 maggio 2013

 

Alcuni relatori hanno presentato i risultati di studi condotti sul campo.

Il professor Za (Università del Salento) e Fatos Tarifa (European University of Tirana) hanno parlato delle loro ricerche in Albania, Nazli Çağin Bilgili (Istanbul Kültür Üniversity) ha presentato uno studio sulla tolleranza in Turchia e Afef Hagi (Università di Firenze) sui mutamenti socio-politici e culturali in Tunisia come risultato della rinascita della cittadinanza in rete e della rivolta dei dittatoriati. Theodor Grammatas (University of Athens) ha analizzato la società greca e le sue molteplici forme di ripiegamento in un glorioso passato come fuga da un presente fatto di crisi e incertezze. Augusto Valeriani (Università di Bologna) ha presentato uno studio sulla connessione tra primavere arabe e culture della rete mentre Valentina Fedele (Università della Calabria) ha proposto un excursus sulle forme musicali che stanno accompagnando le contestazioni in Maghreb e Mashreq.

Dai diversi interventi è emersa la consapevolezza generalizzata dell’inadeguatezza strutturale delle scienze sociali rispetto alla necessità di includere, e quindi spiegare, un presente sempre più complesso e articolato.

Come ha ricordato Román Reyes (Universidad Complutense de Madrid) “Trasferire il vecchio ordine del discorso in scenari che mai hanno fatto parte delle sue mappe è un’imprudenza. Il Mediterraneo necessita di generare un nuovo ordine del discorso, capace di risolvere le tensioni che fluttuano tra le sue acque. Capace di risolvere i conflitti che il corrispondente nuovo ordine teorico genera. La pluralità è fonte di conoscenza, perché da posizioni geografiche e culturali spesso antagoniste è possibile proiettare visioni confluenti: ‘teorein’. Come terapia e come progetto”.

 


 

Federica Araco

10/05/2013