"Just about my fingers". Storie di confini e impronte digitali | Paolo Martino, Mussa Khan, Just About my Fingers, Federica Araco, Igoumenitsa, Patrasso, Evros, Alba Dorata, Matteo Cusato, Dario Cestaro, Fabio Grande
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Federica Araco   

"Just about my fingers". Storie di confini e impronte digitali | Paolo Martino, Mussa Khan, Just About my Fingers, Federica Araco, Igoumenitsa, Patrasso, Evros, Alba Dorata, Matteo Cusato, Dario Cestaro, Fabio GrandeMeno battuta delle rotte nordafricane e lontana dai riflettori dei media mainstream, la Grecia è uno dei principali punti di accesso all'Unione Europea per rifugiati e richiedenti asilo provenienti da Asia e Africa. Circa il 90 per cento di loro raggiunge il vecchio continente nascondendosi sotto i camion che salgono sui traghetti diretti a Bari o Ancona, oppure usando piccole imbarcazioni di fortuna.

Nel suo documentario Just About my Fingers (2012) il giovane reporter e regista Paolo Martino denuncia le terribili condizioni in cui migliaia di afgani, iracheni, iraniani, curdi, siriani e sudanesi sono costretti a vivere in questa prigione a cielo aperto sospesa tra l’Europa e il Levante.

La loro situazione è così drammatica che nel settembre 2010 l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha dichiarato lo stato di “crisi umanitaria” e nel gennaio 2011 la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che le condizioni di vita dei migranti in Grecia sono “inumane e degradanti”. Pur di fuggire da questo limbo immobile, tra il maggio 2011 e il febbraio 2012 più di 4.500 persone hanno usufruito dei voli di “rimpatrio volontario” predisposti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

Il documentario, uno dei pochi a occuparsi del fenomeno, è stato girato nel 2012 tra Patrasso e Igoumenitsa. Qui, nascosti dalla polizia e spesso vittime delle rappresaglie dei militanti del partito neonazista Alba Dorata, centinaia di migranti aspettano mesi, a volte anni, nella speranza di riuscire ad attraversare l’Adriatico, ultimo ostacolo di un lungo e pericoloso viaggio in fuga da guerre e persecuzioni. Il lavoro ha recentemente vinto il Premio Yalla Italia dello Yalla Shebab Film Festival di Lecce, "per il coraggio di aver scelto di raccontare e denunciare l’odissea che vivono i richiedenti asilo nel raggiungere le nostre coste”. Mussa Khan fu il primo a spiegarmi che l'Occidente era oltre un mare d'acqua”, ha commentato il regista. “Fu come guardare la terra dalla Luna. Il premio va a lui”.

 


 

L’intervista di Babelmed

 

Come è nato il progetto?

Just about my fingers approfondisce con un linguaggio multimediale il reportage “Mussa Khan, l’afgano ribelle” (http://mussakhan.wordpress.com/) che ho realizzato nel 2010 seguendo le rotte dei muhajirin in cerca di protezione umanitaria. All’epoca seguii il loro percorso dal confine tra Iran e Turchia fino al terminal di Roma Ostiense. Nel documentario ho scelto di focalizzare la mia attenzione sulla Grecia perché è la zona che mi ha impressionato di più di tutto il viaggio. Da cittadino europeo per me è stato scioccante vedere in che condizioni sono costretti a vivere i richiedenti asilo all’interno dei confini di questa regione nata sulla base di principi democratici e di difesa dei diritti umani. Dopo viaggi molto lunghi e pericolosi, una volta entrati in un paese dell’unione, la maggior parte di loro riesce per vie legali a ottenere l’asilo o il riconoscimento dello status di rifugiato. Questo è l’aspetto che più mi sorprende: l’Europa non è stata finora in grado di creare delle normative per consentire l’ingresso legale ai profughi e richiedenti asilo. Ormai nessun paese dell’Unione rimanda in Grecia i migranti, come prevedrebbe il regolamento di Dublino, perché la situazione lì è “inumana e degradante”. Per me era importante testimoniarlo.

 

Quali sono i principali muri o sbarramenti che un migrante deve superare lungo la rotta mediorientale?

Le frontiere sono le zone che rappresentano le aree di pericolo massimo. Tra Iran e Turchia ci sono massicci montuosi di 2-3mila metri di altezza dove finora nessun reporter si è mai avventurato ma i racconti che arrivano da quella zona sono agghiaccianti. Si parla di decine e decine di cadaveri abbandonati lungo i sentieri che rimangono senza sepoltura perché c’è un continuo fuggi fuggi dalla polizia turca o iraniana. Ci si incamminano intere carovane, a cavallo ma più spesso a piedi, che impiegano settimane, a volte anche un mese, per attraversare questi monti in condizioni estremamente dure anche per via delle temperature bassissime. Molti migranti sono rapiti durante il tragitto e alle famiglie viene chiesto un riscatto. Chi è fortunato riesce a scendere in Turchia ma alcuni sono intercettati dalla polizia turca e respinti indietro. Ma non vengono consegnati alle autorità iraniane, sono semplicemente abbandonati sulle montagne da dove ricominciano il viaggio, con conseguenze spesso drammatiche. L’attraversamento della Turchia è in genere molto rapido, in 24-48 ore si arriva a Istanbul e da lì si raggiunge Smirne da dove partono i barconi verso le coste italiane. Ultimamente sono molti siriani a partire, prima erano più iraniani, iracheni e afgani. Il confine europeo della rotta mediorientale coincide con il fiume Evros ed è uno dei punti più rischiosi da attraversare. C’è addirittura un cimitero sul lato greco dove sono sepolti i corpi dei migranti restituiti dalle acque. Molti provano la traversata a nuoto, altri usano le camere d’aria delle automobili e chi ha più soldi si affida a un trafficante che fornisce piccole imbarcazioni. L’attraversamento avviene sempre di notte per fuggire ai controlli delle pattuglie greche e questo aggrava la situazione, già molto pericolosa perché il fiume è pieno di gorghi e vortici ed è largo circa 30 metri. Spesso le autorità greche respingono i migranti verso la sponda turca e attualmente è in costruzione un muro lungo i 14 km dove l’Evros entra in territorio turco e il confine tra i due paesi è sulla terraferma.

Superata questa tappa, resta ancora l’attraversamento dell’Adriatico, ultimo muro d’acqua. Chi ha una situazione economica più svantaggiata tenta la sorte aggrappandosi sotto i camion che si imbarcano sui traghetti a Patrasso e Igoumenitsa. Gli altri si affidano ai trafficanti che organizzano la traversata usando delle barche a vela o da diporto oppure nascondono i ragazzi dentro i camion.

 

"Just about my fingers". Storie di confini e impronte digitali | Paolo Martino, Mussa Khan, Just About my Fingers, Federica Araco, Igoumenitsa, Patrasso, Evros, Alba Dorata, Matteo Cusato, Dario Cestaro, Fabio GrandeCome funziona l’organizzazione del viaggio?

La rotta mediorientale attraversa tutti paesi musulmani dove vige la hawala, un sistema di trasferimento informale di soldi per cui è possibile anche spostare milioni di dollari basandosi sulla parola data. Chi decide di partire incontra nel proprio paese un rappresentante collegato ai trafficanti, pattuisce con lui una cifra per coprire l’intero tragitto e la affida a un garante conosciuto da entrambi e noto per la sua credibilità all’intera comunità. Il garante provvederà a far arrivare la somma a chi di dovere lungo le diverse tappe del viaggio. In Grecia sono i curdi ad aver preso il controllo dei traffici e sono anche loro molto rispettosi di questo sistema tradizionale. Chi ha meno disponibilità economiche, parte da solo.

 

E in che modo i curdi gestiscono i flussi?

Tempo fa è nato un conflitto tra curdi e sudanesi che è stato sfruttato dalla polizia per sgomberare tutta l’area portuale di Igoumenitsa. Centinaia di migranti sono fuggiti nelle campagne vicine inseguiti dalle forze dell’ordine in una vera caccia all’uomo. Da allora le cose sono un po’ cambiate ma per molto tempo i curdi avevano in mano il completo controllo della situazione. Alla polizia faceva comodo la loro presenza a Igoumenitsa. Per poter restare e anche per provare ad attraversare il mare aggrappandosi sotto i camion, i nuovi arrivati dovevano pagare una quota di soggiorno a una delle bande di “protettori” che si spartivano il territorio. La cifra non era alta, circa 50 euro, ed era come pagare il pizzo a una specie di mafia locale che speculava sul fenomeno ma garantiva in un certo senso un po’ di ordine in una zona che altrimenti sarebbe stata una specie di giungla senza regole. Inoltre questo sistema permetteva alle forze dell’ordine di risalire a dei responsabili in caso di disordini. Trattandosi di una zona Schengen, poi, spesso la polizia si serviva dell’aiuto dei trafficanti per individuare chi cercava di imbarcarsi sui traghetti insieme ai turisti approfittando dell’assenza di controlli.

 

Nel tuo documentario molti dei ragazzi intervistati denunciano le violenze subite dalla polizia e le rappresaglie degli estremisti del partito neonazista Alba dorata. I due fenomeni sono collegati?

A Igoumenista i migranti sono continuamente vittime di attacchi da parte delle forze dell’ordine. La collaborazione tra la polizia e gli estremisti di destra è molto diffusa e preoccupante in tutto il paese, anche ad Atene. L’estate scorsa ero a Patrasso e la polizia aveva chiuso alcune strade per permettere a una manifestazione neonazista di sfilare nel centro della città. Si dice che circa il 60 per cento dei poliziotti in Grecia voti Alba Dorata. Qualche giorno fa al partito sono stati tolti i finanziamenti pubblici e i suoi leader sono ora accusati di coinvolgimento in attività di gruppi criminali. Stanno cercando di emarginarlo da un punto di vista giuridico ma sul piano politico è ancora molto forte.

 

In Grecia ci sono associazioni a sostegno dei migranti?

Sì, ci sono alcune associazioni anche se il paese è ormai al collasso. Le poche realtà esistenti fanno un lavoro apprezzabile ma sicuramente questo ha un impatto marginale in un contesto di generale disinteresse e disorganizzazione da parte dello stato. Andrebbe ripensato il sistema di controllo delle frontiere per poter affrontare un fenomeno che non può essere assolutamente gestito a livello delle piccole associazioni, ma nemmeno del singolo paese. Sono tornato l’estate scorsa a Patrasso a distanza di un anno e la situazione è rimasta la stessa e sicuramente la crisi economica e sociale sta aggravando le cose.

Il territorio ha dei tempi molto più lunghi e necessita di un impegno più concreto da parte dell’Europa che dovrebbe concepire un modo per far sì che una persona non debba più rischiare la propria vita per ottenere un diritto che, una volta oltrepassato il confine, magari illegalmente, non fatica a vedersi garantito. L’ipocrisia dell’Europa è proprio questa: è fondata su ideali universali ma continua a vedere soltanto in quella linea di confine disegnata per terra la discriminazione tra chi riesce a svalicare il muro e chi invece rimane dall’altra parte. Inoltre quasi tutti i profughi e richiedenti asilo che cercano di raggiungere l’Europa fuggono da zone di guerra dove sarebbe impossibile richiedere un visto regolarmente, come per esempio la Siria e l’Afghanistan o il Kurdistan turco, iraniano e siriano. Pretendere che in questi paesi si seguano le normali procedure istituzionali è completamente assurdo.

 

"Just about my fingers". Storie di confini e impronte digitali | Paolo Martino, Mussa Khan, Just About my Fingers, Federica Araco, Igoumenitsa, Patrasso, Evros, Alba Dorata, Matteo Cusato, Dario Cestaro, Fabio Grande

 

TURCHIA/GRECIA/ITALIA Durata 40'
Produzioni ACTIVE CITIZENS 2012
Lingua originale: inglese (sottotitoli italiano, francese)
facebook.com/JustAboutMyFingers
Regia: Paolo Martino
Montaggio: Matteo Cusato
Riprese: Dario Cestaro
Musiche originali: Fabio Grande

Trailer: http://vimeo.com/75250393

 


 

Federica Araco

28/10/2013