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La violenza di genere: una piaga mondiale Stampa
Federica Araco   

//Anija Seedler, “Testimoni silenziose”, acquerelli*. Anija Seedler, “Testimoni silenziose”, acquerelli*.

Fino a qualche decennio fa si parlava di assassini domestici o di accesi litigi finiti in tragedia, quasi sempre a scapito di mogli o fidanzate. Poi, nel 1992, la criminologa Diana Russel introdusse il termine “femicidio” (“femicide”) per indicare “la violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna ‘perché donna’ ”.

L’antropologa messicana Marcela Lagarde introdusse qualche tempo dopo il concetto di “femminicidio” (“feminicidio”), che includeva ogni pratica sociale violenta “contro la donna, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale […]”.

La comunità internazionale è concorde nel considerare il fenomeno una gravissima piaga culturale e sociale da combattere, come dimostra la “Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica” (Convenzione di Istanbul). Approvato dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa il 7 aprile 2011, il testo obbliga i firmatari ( 32 Paesi, compresa l’Italia) a precise misure di prevenzione e lotta contro la violenza, tra cui favorire la protezione delle vittime, impedire l'impunità dei colpevoli e realizzare campagne di sensibilizzazione e formazione coinvolgendo i settori dell’educazione, della cultura e dei media.

Tuttavia, i dati in molti Paesi sono ancora lacunosi e spesso mancano le risorse necessarie a stilare statistiche affidabili. Secondo la Small Arms Survey (http://www.smallarmssurvey.org) un’associazione che monitora la violenza e la diffusione delle armi a livello internazionale, tra il 2004 e il 2009 ogni anno nel mondo sono state uccise circa sessantaseimila donne e bambine.

A guidare la classifica sono le regioni con il tasso di criminalità più elevato, come il Sud Africa, il Sud America e l’America centrale. Ma anche in Asia le percentuali sono spaventose, con otto donne su dieci vittime di violenza. Le ricerche evidenziano inoltre che gli abusi si differenziano per modalità, grado di diffusione e gravità a seconda del contesto.

In India, per esempio, la discriminazione spesso comincia ancor prima della nascita. Secondo la rivista “The Lancet”, negli ultimi trent’anni nel Paese sono stati soppressi 12 milioni di feti femminili con aborti selettivi ( detti appunto “feticidi”). Le statistiche della polizia di New Delhi registrano una violenza sessuale ogni 18 ore mentre donne e ragazze “continuano a essere vendute come schiave”, spiega Gulshan Rehman, di Save the Children, “date in sposa anche a dieci anni, bruciate vive e abusate sessualmente”.

In Bangladesh ogni due giorni viene sfigurata una donna con sostanze chimiche corrosive e tossiche. Si tratta perlopiù di ragazze tra i 13 e i 35 anni, “acidificate”, secondo il gergo ufficiale, sul viso o sul corpo come ritorsione da parte di corteggiatori respinti o futuri mariti rifiutati. La fotografa franco-tedesca Ann-Christine Woehrl nel suo progetto “In/visible” ha indagato il fenomeno in Afghanistan, Cambogia, Pakistan, Iran e India. “Il numero di incidenti è tragicamente alto, ma le statistiche sono probabilmente sottostimate perché molti casi non vengono denunciati”, spiega l’autrice. “Principalmente dietro queste azioni intraprese da mariti o uomini ci sono motivi religiosi legati all’islam: la sfida della Sharia, questioni di dote o gelosia”. 

In Pakistan è diffusa anche la pratica di gettare la sposa tra le fiamme per ottenerne la dote.

//Anija Seedler, “Testimoni silenziose”, acquerello. Anija Seedler, “Testimoni silenziose”, acquerello. n molti conflitti, come quelli in Darfur, in Siria, in Congo o nella Bosnia degli anni novanta, lo stupro viene usato come arma da guerra da parte di eserciti regolari o milizie armate.      

Le vittime, decine di migliaia, spesso perdono la vita a seguito delle percosse, o decidono di restare in silenzio per timore delle reazioni da parte della comunità.

Ci sono poi fenomeni trasversali come la pratica delle mutilazioni genitali femminili: 125 milioni di casi tra Africa e Medio Oriente secondo l’UNICEF, in particolare in Somalia, Guinea, Gibuti ed Egitto. Il numero dei Paesi in cui si consuma il dramma delle spose-bambine, poi, è elevatissimo. Dopo il Niger, al primo posto, la lista stilata dall’ONU è scoraggiante e include Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana, Nepal, Mozambico, Egitto, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia, Arabia Saudita, Afghanistan e Turchia, senza contare alcune aree del Medio Oriente non censite o dove il fenomeno resta più sommerso.

 

Le statistiche in Europa e in Italia

Il recente sondaggio “Violence against women: an EU-wide survey”, condotto dalla European Union Agency for Fundamental Rights (FRA), denuncia una situazione altrettanto preoccupante nei 28 Stati membri dell’Unione. Il rapporto, basato su interviste in forma anonima a 42mila donne, dimostra che la violenza di genere è una pratica enormemente diffusa anche nei “civili” Paesi del Nord. La Danimarca si posiziona prima in classifica, con il 52 percento di donne abusate fisicamente o sessualmente dall’età di 15 anni, subito seguita da Finlandia (47%) e Svezia (46%). Le percentuali sono molto elevate anche nei Paesi Bassi (45%), Francia e Gran Bretagna (44%).

In Italia, al diciottesimo posto, il 27% delle donne hanno dichiarato di aver subito violenza.

Secondo il Parlamento europeo, nel 2013 nel nostro Paese sono state uccise 128 donne tra i 15 e gli 89 anni, “senza una significativa differenza di estrazione culturale o economica”.
L’assenza di statistiche ufficiali e la scarsa diffusione delle informazioni a riguardo rendono più complessa la comprensione del fenomeno: secondo la Casa delle donne di Bologna, che dal 2005 monitora la situazione seguendo i fatti di cronaca riportati dalla stampa, le vittime sarebbero 134, contro le 93 dell’anno precedente. “Seppur in lieve aumento, possiamo dire che i dati sono stabili da anni perché il fenomeno è endemico” ha commentato Angela Romanin, vicepresidente dell’associazione.  

L’ultimo rapporto EU.R.E.S. conferma che è la famiglia il “principale contesto omicidiario italiano”. Nella maggior parte dei casi, infatti, le donne vengono uccise dai propri partner, o ex, o da altri componenti del nucleo ristretto, solo raramente da estranei.

Ma la morte è in genere l’estrema conclusione di una lunga serie di sopraffazioni, abusi fisici, sessuali, psicologici subiti, spesso nel silenzio, durante anni di relazioni malsane. “Il clamore sui femicidi rischia di offuscare gli interventi sulla violenza”, osserva Alessandra Pauncz, psicologa e presidente del Centro di ascolto per uomini maltrattanti (Cam) “Il vero problema è la prevenzione”. Nato a Firenze nel 2009, l’istituto ha accolto finora circa 200 utenti offrendo loro un servizio gratuito.

//Anija Seedler, “Testimoni silenziose”, acquerello. Anija Seedler, “Testimoni silenziose”, acquerello. Più che il bisogno di potere e controllo sulla relazione, spiega Pauncz, le cause scatenanti la violenza maschile sono in genere il senso di impotenza, la paura di essere abbandonati e di mostrare le proprie fragilità nel contesto di coppia. L’uomo maltrattante considera la propria donna causa del proprio malessere ed esprime con la rabbia il senso di inadeguatezza che avverte nel gestire la situazione.

Non si tratta, dunque, di raptus improvvisi, come spesso si legge sui giornali, ma di azioni attive e consapevoli, spesso protratte nel tempo. “La violenza è una questione di scelta e di responsabilità. Nessuno è esente dal rischio”, spiega il dottor Mario De Maglie, psicoterapeuta e coordinatore del Cam.

Tra le cause profonde di questa piaga sociale gli esperti indicano anche la disuguaglianza di genere, la distribuzione ineguale del lavoro in famiglia, l’analfabetismo affettivo di molti uomini e l’incapacità di far fronte alle complesse dinamiche di potere e controllo nei rapporti di coppia.

Il report 2013 del Forum economico mondiale colloca l’Italia al 71° posto nella classifica dei Paesi con la minor disuguaglianza di genere (gender gap: http://www.weforum.org/issues/global-gender-gap ). L’indagine prende in esame salute, accesso all’istruzione, partecipazione economica e impegno nella vita politica. Ma anche i condizionamenti culturali e sociali hanno un peso rilevante, specialmente quando arrivano a inibire le vittime nell’ammettere o denunciare le violenze subite.

Un’indagine condotta dall’Eurobarometro nel 2010 evidenziava che il 91 percento delle donne italiane pensa che l’abuso in famiglia sia molto diffuso nel Paese ma che “non ci sia nulla da fare”. Malgrado l’entrata in vigore della legge sul femminicidio , molte vittime continuano a ignorare o nascondere la gravità del problema per non incrinare definitivamente i precari equilibri di coppia o per paura di ulteriori ritorsioni e violenze.

Il sondaggio del FRA conferma che questa è una tendenza molto diffusa anche a livello europeo. Dai dati raccolti emerge infatti che tra le intervistate che hanno subito aggressioni, solo una su dieci ha dichiarato di aver denunciato l’episodio se coinvolgeva un partner (13%) o un altro uomo (14%).

//Il video “Linda – uno spot contro il silenzio” è stato realizzato dal regista Vincenzo Greco ed è ispirato ai Caroselli di fine Anni ’50. Prodotto e distribuito da Dinamovie Picture. Il video “Linda – uno spot contro il silenzio” è stato realizzato dal regista Vincenzo Greco ed è ispirato ai Caroselli di fine Anni ’50. Prodotto e distribuito da Dinamovie Picture.

 

 


 

Federica Araco

08/03/2014

 

 

*Le immagini sono tratte dalla mostra itinerante sulla violenza di genere “Testimoni silenziose” dell’artista tedesca Anija Seedler. Il progetto, presentato al festival La Violenza illustrata promosso dalla Casa delle donne di Bologna il 25 novembre 2007, è stato donato all’associazione ed è a disposizione per centri e organizzazioni che desiderino mostrarlo altrove. Per informazioni contattare la Casa delle Donne.