Germogli egiziani | Primavere arabe, Caffè dei giornalisti, Ethar El Katatney, Nadine El Sayed, Rosita Ferrato, Stefanella Campana, dialogo tra religioni e culture, Elisa Gallo
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Elisa Gallo   

Germogli egiziani | Primavere arabe, Caffè dei giornalisti, Ethar El Katatney, Nadine El Sayed, Rosita Ferrato, Stefanella Campana, dialogo tra religioni e culture, Elisa Gallo

Tra libertà di stampa e realtà femminile, questo il fulcro dell'incontro "Primavere arabe: quali germogli?" organizzato dal Caffè dei giornalisti, giovedì 15 maggio, nell'ambito di The Arab Journalist Routes, una serie di eventi promossi dalla Fondazione Anna Lindh attraverso il progetto Dawrak - Citizens for dialogue, in collaborazione con la rivista online di cultura mediterranea Babelmed.

Ospiti dell'evento sono state le egiziane Ethar El Katatney, blogger e giornalista di Al Jazeera, e Nadine El Sayed, fondatrice della rivista on line 19TwentyThree, che per un intoppo burocratico non è riuscita a raggiungerci a Torino, ma si è unita via Skype alla tavola rotonda.
Dopo i saluti di benvenuto della presidente Rosita Ferrato, ha introdotto e moderato l'incontro la giornalista Stefanella Campana.

Giornalista pluripremiata, Ethar El Katatney vive ora tra Stati Uniti ed Egitto, scrive su diversi blog, ha un animato account Twitter e una pagina Facebook, viaggia in tutto il mondo per tenere conferenze e partecipare a incontri per promuovere il dialogo tra religioni e culture. È anche parte di Muslim media watch, un osservatorio sulla rappresentazione delle donne musulmane nei media.
"Si utilizzano solitamente 4 stereotipi - spiega El Katatney - l'immagine della donna musulmana tradizionalista, la donna mostrata in una situazione violenta, per esempio mentre imbraccia un mitra, la donna che invoca aiuto e quella che ha abbandonato il suo credo e si è liberata. E quando ci si trova davanti a una situazione come la mia, che non sono oppressa (vivo in California, ho una carriera e un marito che la sostiene) allora ci si mette in vetrina". 

Una rappresentazione molto limitata quindi quella che i media, occidentali ma non solo, danno della donna musulmana, monodimensionale, che per fortuna sta cambiando, dice Ethar, "grazie al web, ai blog, le donne possono iniziare semplicemente a parlare di sé". Senza etichette e nella complessità di una società come quella egiziana, in cui da un lato grazie al post-primavera stanno nascendo nuove associazioni e sperimentazioni artistiche e culturali per promuovere i diritti della donna, ma dall'altro le questioni di genere vengono ancora messe in secondo piano a livello politico.

"Quando sono stata a Londra per scrivere la mia tesi di dottorato - racconta Nadine El Sayed - il collega a cui avevo presentato il mio lavoro era stupito per tre motivi: non portavo il velo, stavo scrivendo la tesi e vivevo a Londra da sola. Tre questioni inconcepibili per lui, ma in realtà basta camminare per le strade egiziane per accorgersi della verità".

E per dare spazio alle tante sfaccettature del mondo femminile egiziano, dalla moda alla politica, Nadine El Sayed ha fondato un giornale on line, 19TwentyThree, il cui nome si riferisce all'anno, oltre che della costituzione egiziana, della nascita del movimento femminista egiziano. Nel 1923, infatti, nel corso di una conferenza femminista a Roma Hoda Shaarawi (una attivista egiziana molto nota nel secolo scorso) si tolse il velo, in segno di controllo del proprio aspetto e di rivendicazione dei propri diritti.

//Ethar El KatatneyEthar El Katatney"Le donne hanno partecipato alla rivoluzione, racconta Ethar, sono state coraggiose e consapevoli, sono scese in piazza con i propri figli, perché hanno creduto nel cambiamento e volevano che i bambini fossero lì mentre avveniva". Ed è grazie alla partecipazione e alla fierezza delle donne che si abbattono gli stereotipi, concordano le giornaliste, ma va ricordato che durante le rivoluzioni in piazza le donne sono state vittime di violenze, perpetrate per scoraggiare la protesta.

A proposito di libertà di stampa, giunge la denuncia di Nadine El Sayed: "Abbiamo un grosso problema di censura, non imposto dall'esterno o da una questione normativa, ma di autocensura perché la tolleranza del pubblico rispetto alle opinioni diverse dalla maggioranza è bassa e quindi si è creata una situazione di polarizzazione. Per cui si hanno canali media pro-esercito o, quelli più internazionali, come Al Jazeera, che invece fanno opposizione per vari motivi".

Ethar El Katatney concorda con la collega: "Prima c'erano i giornali governativi e i media privati che criticavano aspramente i vari governi. Ora la situazione è peculiare, perché non solo i media di Stato, ma anche quelli privati lodano la candidatura di Al Sisi, il favorito alle prossime elezioni, come la soluzione migliore per il Paese".

"La popolazione ha perso fiducia nei media - aggiunge Nadine - non solo in quelli tradizionali o locali, ma anche negli internazionali come Cnn o Bbc, per mancanza di imparzialità, di credibilità e di capacità di rappresentare la situazione qual è".

La situazione dei giornalisti egiziani è drammatica: "Solo negli ultimi sei mesi, sono stati i sei giornalisti uccisi, 45 sono stati vittime di aggressione, 44 si trovano ristretti in regime di detenzione e 11 sedi mediatiche sono state rase al suolo, secondo i dati del Comitato per la protezione dei giornalisti" spiega Ethar El Katatney. A questo si aggiungono i giornalisti di Al Jazeera, tre egiziani e uno australiano, arrestati e tuttora detenuti con l'accusa di aver collaborato con un'organizzazione terroristica.

Ethar e Nadine sono parte di un'élite e ne sono consapevoli. Hanno ricevuto un'istruzione di alto livello, parlano un ottimo inglese e hanno sempre avuto dalla loro parte le proprie famiglie e i propri amici. "Siamo un'élite, ma siamo reporter - sottolinea Nadine - abbiamo sempre il sentimento del luogo comune e sentiamo la voce di tantissime persone: c'è un cambiamento in corso e non è solo una questione di classe, perché abbiamo visto marciare donne di qualsiasi provenienza. Siamo in una posizione di privilegio, eppure non siamo rappresentanti di un'élite".

"Abbiamo la responsabilità e l'onore di rappresentare donne molto più coraggiose di noi, che non hanno la possibilità di farsi sentire", conclude Ethar El Katatney.

 

//Il servizio sulla serata di Tekla TvIl servizio sulla serata di Tekla Tv 

 

//Il video integrale dell'incontro di Tekla TvIl video integrale dell'incontro di Tekla Tv

 


 

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18/05/2014