Tra giornalismo e femminismo | Ethar El Katatney, Rosita Ferrato, Habib Alì, femminismo e religione, mutilazione femminile, Corano
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Rosita Ferrato   

//Rosita Ferrato con Ethar El KatatneyRosita Ferrato con Ethar El KatatneyIncontriamo Ethar El Katatney a Torino, dopo il 15 maggio passato al Circolo dei Lettori, in un contesto più informale, nella hall del suo hotel. Abbiamo voluto chiederle del suo lavoro, dei suoi reportage più noti, della sua vita professionale, e farle raccontare anche un po' di sé.

Ethar El Katatney è giovane. Ha appena 27 anni e una carriera già avviata: tutto in lei fa intravvedere un futuro professionale promettente e radioso. Nata in Arabia Saudita e cresciuta in Egitto, frequenta scuole occidentali e si laurea in economia all'Università del Cairo. Giornalista, autrice, blogger, pubblica nel 2010 il libro Forty Days and Forty nights in Yemen sulla sua esperienza a Tarim, dove frequenta un corso intensivo in scienze islamiche tradizionali: qui la giornalista, ancora molto giovane, intraprende un importante cammino, spirituale e di crescita personale. Nella sua vita professionale ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti prestigiosi, ha lavorato per testate come Egypt Today ed è attualmente associate producer ad Al Jazeera.

Tra i suoi reportage premiati: The Business of Islam che vince, prima egiziana, il premio Economics and Business per il CNN MultiChoice African Journalist of the Year 2009; Identity Crisis 101 si aggiudica il premio dell'Anna Lindh Mediterranean Journalist Award in 2009; The Veiled Muslim Bogeygirl, nel 2011, vince il Samir Kassir Freedom of the Freedom Award a Beirut.

 


 

 

Nel suo libro c'è una pagina che racconta come lei abbia deciso di diventare giornalista leggendo un articolo su uno dei suoi professori, Habib Alì.

Ho sempre amato scrivere, ma purtroppo faccio parte di una società dove essere un ingegnere, o medico rientra fra le professioni di utilità più riconosciuta, mentre non si favorisce la situazione di chi voglia perseguire una carriera artistica. Sì, quell'articolo è stato decisivo nel farmi scegliere di diventare una scrittrice e giornalista. Ha avuto un impatto molto potente su di me perché mi sono resa conto di essere assolutamente in grado di riprovare le emozioni, di coglierne appieno il messaggio, e mi sono stupita che solamente con delle parole si potessero far rivivere le persone e la storia con tale intensità. Ho pensato che avrei voluto fare lo stesso, ecco perché quello è un episodio molto caro e l'ho riportato nel libro.
Ricordo anche la prima riga dell'articolo che diceva: la prima cosa che colpisce nelle donne è il sorriso. Quell'attacco mi ha assolutamente rapito, ed ecco perché ancora oggi le mie parti preferite da scrivere sono l'incipit e la conclusione: incredibile come si possa con poche parole portare il lettore da un'altra parte. Penso sia una delle magie dell'essere giornalista e scrittore.


In un reportage lei parla degli Halfies: persone divise fra Paesi. Lo è anche lei?

Nel mio caso forse non si tratta nemmeno di essere metà e metà, ma un quarto e un quarto, o addirittura un ottavo di qualcosa, proprio perché più cresco più faccio esperienza, più la situazione da questo punto di vista diventa complessa. Da sei mesi vivo negli USA, e quando lavoravo alla mia tesi ero in contatto diretto con persone di diverse nazionalità e tradizioni culturali: ci si sente a proprio agio dappertutto e in un nuovo Paese non c'è niente che possa farmi paura o sentire a disagio; eppure questo significa non avere mai radici da nessuna parte, anche per le cose molto banali e semplici come ad esempio lo humour: quando mi raccontano le barzellette, posso capirne il senso ma ho l'impressione che mi sfugga l'essenza. È l'espressione di una nuova generazione di giovani che, sia per l'esposizione che hanno a Internet, alla rete e ai nuovi media, sia per il fatto che viaggiano tanto per motivi di studio e di lavoro, si trovano a essere qualcosa nel mezzo, non sono mai al 100% appartenenti a una sola cultura e nazionalità.
È complicato in termini di identità personale: per la mia nonna e mia mamma era molto più semplice, loro potevano autodefinirsi con maggior precisione: sono egiziana, sono una mamma, sono una moglie, questo racchiudeva tutto il loro mondo. Nel mio caso, io ho viaggiato tanto, quello che mi viene da chiedermi è quanto più grande potrà farsi il mio cuore per abbracciare tutte le mie esperienze, per prendere qualcosa dalle persone che incontro, dai posti dove sto. La mia identità a volte mi appare frammentata in una miriade di pezzi: è vero che posso avere mille amici su Facebook ma quanti di questi sono veramente miei amici, quanto vero è il rapporto con queste persone? E quando si cambia spesso posto, si realizza che c'è sempre qualcosa che ti manca del luogo che hai visitato prima, delle persone che hai conosciuto. Da una parte è incredibile quanto il cervello e il cuore umano possano espandersi e allargarsi per accogliere tutta questa ricchezza di esperienze; dall'altra, penso che per non sentirsi proprio una foglia, sballottata dal vento, si debba tenere una piccola radice da qualche parte: che sia la famiglia, che sia una cerchia ristretta di amici, qualcosa che rappresenti veramente un punto fermo.

 

E il suo essere giornalista?

Il giornalismo è per me stato un'opportunità incredibile: è qualcosa che amo, e che io decida di rimanere a lavorare in televisione oppure di tornare al giornalismo scritto, quello che mi interessa è dar voce a chi non ne ha, raccontare le storie di chi vorrebbe che la propria vita venisse conosciuta ma non ne ha l'opportunità; è un grandissimo onore per me, oltre che un dovere. E penso che il giornalismo, in questo senso, rimarrà sempre la mia passione.

 

Parliamo di femminismo e religione. Nel 2008 esce il suo reportage Business of Islam: 1.8 milioni di musulmani nel mondo, si legge, chiedono al mercato prodotti che siano compatibili con il loro credo religioso, una domanda che il mercato è pronta ad accogliere. Con linguaggio semplice e incisivo lei mostra quanto denaro ruoti attorno ai prodotti halal, e non solo per il cibo. L'Islam vende bene. E in tutti i settori: vestiario, viaggi, finanza, ecc. Nessuno fino ad allora ne aveva parlato: come è stata la reazione della gente?

Il focus del mio articolo di allora era mostrare come ogni settore di mercato potesse in qualche modo trarre vantaggio economico dal fattore religioso, e le reazioni sono state duplici: da una parte gli assertori che queste considerazioni erano fuori luogo, una specie di insulto alle persone perbene che non perseguivano certo lo scopo di guadagnare sulla religione; altri hanno avuto una reazione più contenuta. Perché no, dicevano, dopotutto viviamo in un'epoca in cui tutto si mercifica, si vende, perché allora non cogliere un vantaggio economico anche dalla nostra religione?
In generale, posso dire che l'impatto è stato positivo nella misura in cui dopo il mio articolo - che ho tradotto anche in arabo in modo che potesse raggiungere un pubblico più vasto - sono spuntati una serie di altri testi, domande e riflessioni sull'argomento.

 

Nel suo articolo The Veiled Muslim lei si definisce una femminista: è vero?

Penso che tutte le donne passino attraverso fasi: ci si appassiona molto ad esempio ai diritti civili, e poi ci si stanca, poi ci si ritorna... Posso dire di essere una femminista, ma non così "arrabbiata" (ride) come ero una volta, un paio di anni fa.

 

In Egitto vi è una forte tradizione femminista: prosegue tuttora?

Per tradizione, le egiziane sono donne molto forti, e questo è un fattore che rimane anche nella società attuale, come si è visto. Ultimamente, però, stiamo in qualche modo ritornando alla situazione del passato; ad esempio, mia nonna si è sposata molto tardi rispetto a quella che era la consuetudine della sua generazione, ha coltivato la propria attività imprenditoriale, si è data da fare, così anche mia mamma che è diventata medico e solo poi si è sposata. Tra noi ragazze più giovani si sta invece registrando la tendenza a sposarsi prima di intraprendere la carriera scolastica o lavorativa, proprio per evitare di "finire" come le nostre mamme che, perseguendo i loro obiettivi professionali, si sono poi sposate tardi, e si sono tolte delle opportunità specificamente "familiari". Quindi, per quanto riguarda la differenza fra generazioni, stiamo tornando un pochino indietro in questo senso; per quanto riguarda le donne in generale, la società egiziana rimane ancora oggi fondamentalmente patriarcale. Purtroppo è ancora molto diffusa la consuetudine di procedere alla mutilazione genitale femminile.

 

Esiste in Egitto la mutilazione femminile?

Purtroppo sì. La mutilazione femminile è di diverse tipologie, ma quella più diffusa in Egitto prevede la rimozione del clitoride affinché la donna non abbia la possibilità di godere dell'attività sessuale. La pratica è stata dichiarata illegale in questo momento, ma le madri continuano a sottoporre le loro figlie alla mutilazione, per cui le ragazzine vengono portate dai cosiddetti chirurghi illegali che sono dei veri e propri macellai (ci sarà tra l'altro, a breve, il primo processo contro la persona resposabile della morte di una ragazzina, deceduta in seguito a emorragia in quanto la persona che aveva effettuato l'intervento non era assolutamente qualificata). Anche le donne che tentano di emanciparsi vanno incontro a problemi piuttosto seri perché, ad esempio, durante la prima notte di nozze, se il marito si accorge che la mutilazione non è stata eseguita, la donna viene ripudiata. Purtroppo questa è la situazione, soprattutto nelle aree rurali, dove spesso i rappresentanti religiosi continuano a far passare il messaggio che si tratti di una pratica resa necessaria dai precetti religiosi, cosa assolutamente non vera. Ma il problema è culturale. Ho chiesto a una madre, a suo tempo sottoposta a questo tipo di trattamento: sai quanto si soffre? È qualcosa che ti porti dietro per tutta la vita e di cui risentirai fino alla fine, perché fai questo a tua figlia? E la risposta è stata: perché, per quanto possa essere difficile un'esperienza del genere, sarebbe ancora più difficile "marchiare" mia figlia con il segno della vergogna sociale per il resto della vita, per cui devo farlo. La vergogna passa dal fatto che le mutilazioni sono vissute come un mezzo per controllare la vita non solo sessuale della donna: impedendo alle donne di godere della propria sessualità si pensa che le si possa tenere sotto controllo, non permettendo loro di andare a cercare gratificazioni al di fuori della famiglia. È un fattore socio-culturale molto presente.

 

Tra giornalismo e femminismo | Ethar El Katatney, Rosita Ferrato, Habib Alì, femminismo e religione, mutilazione femminile, CoranoNel suo libro Forty Days and Forty Nights in Yemen sottolinea l'importanza della religione. Che rilevanza ha per lei oggi?

Penso che, indipendentemente dalla confessione religiosa scelta, ciò che rende difficile rimanere forti nella propria fede sia conciliare quelle che sono le regole da seguire e a volte sopportare, con quella che è invece la vera essenza della religione. Nella mia esperienza, ho tentato di concentrarmi più sull'essenza, capire come potevo, grazie a essa, diventare una persona migliore, senza troppo concentrarmi su quelle che sono le regole, che comunque la religione per sua stessa natura impone.

Ancora oggi sono fortemente credente e la mia direzione va verso la scoperta di opportunità che la mia religione mi offre, piuttosto che i vincoli che mi impone. Infatti non penso assolutamente che la religione ponga dei limiti, cosa che spesso si pensa con l'Islam ma anche con il cristianesimo. C'è una percezione diffusa del fatto che si è un buon credente se si rispettano le regole, mentre sia più difficile esserlo avendo la mentalità aperta, viaggiando, entrando in contatto con altre culture e altre religioni. Questo non è assolutamente vero: nella mia personale esperienza ritengo che il fatto di essere una credente convinta non mi abbia impedito di essere quella che sono, di spostarmi, di viaggiare, di conoscere altre culture. Uno dei miei versetti preferiti del Corano dice che le persone sono state divise, create in tribù e in nazioni, ma solamente con lo scopo di conoscersi l'una con l'altra, e quindi penso che i confini geografici e idealmente religiosi in realtà siano facilmente superabili se si interpreta la religione in questo modo.

 


Tra giornalismo e femminismo | Ethar El Katatney, Rosita Ferrato, Habib Alì, femminismo e religione, mutilazione femminile, CoranoRosita Ferrato

17/05/2014