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Federica Araco   

//Un momento del flash mob organizzato dal regista Dagmawi Yimer e dal Comitato 3 ottobre.Un momento del flash mob organizzato dal regista Dagmawi Yimer e dal Comitato 3 ottobre.

“L’omertà che ha sempre circondato l’immigrazione si è rotta quando il papa è venuto a Lampedusa”, spiegava la sindaca, Giusy Nicolini, in un’intervista al Manifesto pochi giorni fa. “[…] Parlando di tutti i migranti morti nel Mediterraneo, ha detto che questa è la più grande strage silenziosa che pesa sulla coscienza di tutti. Di tutti, perché queste non sono le vittime di una guerra, ma persone morte in viaggi che sono la diretta conseguenza delle politiche europee sull’immigrazione e sul diritto d’asilo. E allora il 3 ottobre non dovrà essere un giorno in cui si sta in silenzio. Qua bisogna urlare. Il giorno della memoria deve essere l’urlo della vendetta che chiedono questi morti”.

In un anno nel Mediterraneo il numero dei migranti deceduti ha continuato a salire, superando le tremila persone. Per denunciare questa tragedia umanitaria il 3 ottobre sono stati organizzati diversi eventi sull’isola.

Il regista Dagmawi Yimer ha organizzato in spiaggia un flash mob in cui decine di persone sono entrate in mare coperte da teli bianchi restando qualche istante sott’acqua, tra silenzio e commozione. Le riprese confluiranno in un racconto video che sarà usato come campagna di sensibilizzazione per istituire la giornata della memoria a livello nazionale e per chiedere alle autorità europee di creare un corridoio umanitario.

“Siamo tutti responsabili di questa tragedia, anche se semplicemente decidiamo di tacere o di non prendere posizione”, spiega Fernando Chironda, di Amnesty International. “Queste tragedie sono evitabili ma ancora oggi a livello politico non si fa nulla per cambiare le cose e per permettere finalmente a questa gente di ottenere la protezione di cui ha bisogno. È importante manifestare e dimostrare il proprio dissenso con forza, ricordando che le persone vengono prima delle frontiere. Il flash mob è un modo per dire no alle politiche di respingimento”.

Tra i rappresentanti delle varie autorità religiose presenti a Lampedusa quel giorno c’era anche Padre Mussie Zerai, prete eritreo che ogni giorno riceve segnalazioni e richieste d’aiuto dai suoi connazionali in pericolo sui barconi e che è divenuto ormai un punto di riferimento per moltissimi migranti giunti in Italia ed Europa. Davanti al santuario della Madonna di Porto Salvo il sacerdote ha accompagnato i superstiti e i familiari della strage in una preghiera universale dedicata a tutte le vittime e anche a chi, proprio in quelle ore, rischiava la propria vita al largo delle coste libiche. Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia in sostegno dei migranti, ha ricordato con parole decise e commosse che il 2014 è stato un altro anno terribile: “è arrivato il momento che gli Stati si diano da fare per mettere fine a questa situazione, segnando realmente un cambio di passo”. Promosso dalla Federazione delle Chiese Evangeliche e dalla Arcidiocesi di Agrigento, il raduno “Memoria tra mare e cielo” ha coinvolto diverse identità religiose e moltissimi fedeli.

Nel pomeriggio l’isola è stata attraversata da un corteo a cui hanno partecipato lampedusani, attivisti, militanti, operatori del soccorso, volontari, superstiti del naufragio e famigliari delle vittime. In silenzio, portando un fiore, tutti si sono incamminati verso la Porta d’Europa, l’enorme scultura in ceramica refrattaria realizzata da Mimmo Paladino nel 2008 vicino al Porto Vecchio. Collocata in un terreno brullo e sassoso, proprio davanti al mare, malgrado le sue notevoli dimensioni la porta ha un passaggio piuttosto angusto, come a ricordare che l’entrata nel vecchio continente è stretta e riservata a pochi.

 


 

Federica Araco

Ottobre 2014