5. Sabir, tra musica e teatro | Ali ed Hédi Thabet, Mario Perrotta, Cantieri Meticci, Giovanna Marini, Patrizia Bovi, Francesca Breschi, Patrizia Nasini, Ascanio Celestini, Lampedusa, Gheddafi, Sabir, Festival diffuso delle culture mediterranee, WALLS-separate worlds, Federica Araco
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Federica Araco   

//Lampedusa, 1 ottobre 2014. Evento di apertura del Festival Sabir. Foto di G.Pulice.Lampedusa, 1 ottobre 2014. Evento di apertura del Festival Sabir. Foto di G.Pulice.

Una fitta programmazione culturale ha accompagnato lo spazio di dibattito, permettendo ulteriori spunti di riflessione e approfondimento.

La rassegna teatrale di Sabir è abbastanza articolata e sono molto contento degli attori che ho coinvolto” racconta a Babelmed il direttore artistico, Ascanio Celestini (Roma, 1972). “Penso in particolare al debutto dei fratelli Ali ed Hédi Thabet, con il loro ‘Aspettando i barbari’ presentato in anteprima mondiale nella suggestiva cornice del cimitero delle barche dei migranti. Ma mi riferisco anche ai monologhi di Mario Perrotta, ‘Italiani Cìncali’ e ‘La turnata’, e allo spettacolo dei Cantieri Meticci, ‘Il violino del Titanic’.

L’evento con me, Mimmo Cuticchio, Giovanna Marini, Patrizia Bovi, Francesca Breschi e Patrizia Nasini, ‘Racconti, musiche e canti’, parla invece di viaggi attraverso le storie del nostro paese e di viaggi iniziatici…”.

La compagnia Teatro del Piccione ha lavorato con i ragazzi dell’isola perché, racconta Celestini, a Lampedusa è centrale la questione dei giovanissimi. “La prima cosa che ci hanno chiesto quando siamo arrivati qui è stata di coinvolgerli. Così, nel cortile della scuola Luigi Pirandello, abbiamo organizzato un laboratorio teatrale e un fitto programma di spettacoli dedicati a loro”.

5. Sabir, tra musica e teatro | Ali ed Hédi Thabet, Mario Perrotta, Cantieri Meticci, Giovanna Marini, Patrizia Bovi, Francesca Breschi, Patrizia Nasini, Ascanio Celestini, Lampedusa, Gheddafi, Sabir, Festival diffuso delle culture mediterranee, WALLS-separate worlds, Federica AracoAutore, attore, cantante e regista tra i più impegnati nell’ambito del teatro civile italiano, nel suo lavoro Celestini dedica un’attenzione particolare a indagare nella memoria di eventi legati alla storia recente e all’immaginario collettivo, ma anche ai temi delle periferie e dell’emarginazione sociale. Argomenti che, spiega, lo hanno spinto fin quaggiù…

“Lampedusa non è un’isola, ma una periferia”, racconta. “Qui, al sud del sud dell’Italia e dell’Europa, i problemi con i migranti di cui tutti i giornali parlano si intrecciano con quelli che hanno i cittadini dell'isola, anche quando i riflettori delle televisioni si spengono e tutto torna apparentemente alla normalità. E qui si condivide lo stesso destino e la sensazione di essere al confine del mondo che si prova in ogni luogo di margine. Per questo con l’Arci e con il Comune di Lampedusa e Linosa abbiamo voluto provare a raccontare qualcosa di diverso, per ridare all'isola la sua identità e non parlarne solo quando accadono tragedie che hanno un immediato richiamo mediatico".

In questo lembo di terra brulla, già parte della piattaforma continentale africana, non c’è un ospedale, non c’è una sala parto, mancano le scuole (c'è solo un liceo scientifico mentre l'isola ha una chiara vocazione turistica), non ci sono parchi per bambini. Da qui la terraferma dista ben otto ore di nave, e se si alza il vento la popolazione rimane sprovvista di generi di prima necessità come acqua potabile, frutta e verdura fresche, carburante...

Abbiamo cercato di portare sull’isola in un momento di passaggio tra la lunga estate e il lunghissimo inverno qualcosa che non fosse divertimento allo stato puro, ma fosse anche motivo di riflessione su Lampedusa e non in particolare sui flussi migratori, sui morti, sull’isola dei cadaveri o dell’accoglienza”, spiega Celestini. “Così, dal 21 al 30 settembre con Veronica Cruciani, Pietro Floridia e gli attori dei Cantieri Meticci abbiamo realizzato una ricerca sul campo raccogliendo diverse testimonianze. Abbiamo incontrato, per esempio, un giornalista romano che per la prima volta venne quando si parlò dei missili sparati da Gheddafi, un vecchio pescatore, un’anziana che era maestra a tredici anni perché durante la guerra era una bambina che ne sapeva qualcosa in più rispetto a quelli che erano ancora più piccoli di lei… Abbiamo insomma provato a capire come da Lampedusa si racconta Lampedusa ed è stato quasi paradossale che dei morti, dei migranti, degli stranieri si è parlato molto poco. Le persone che vivono tutto l’anno qui ci hanno raccontato di un’isola che di storie ne ha molte altre. Per questo anche gli spettacoli teatrali che abbiamo portato nel festival sono piccoli, spesso monologhi con un solo attore…”

 


 

Federica Araco

ottobre 2014