Ottomila chilometri di muri ancora da abbattere | Muro Berlino, Elisabeth Vallet, Tijuana, accordi di Oslo, Ariel Sharon, muri e trincee
Ottomila chilometri di muri ancora da abbattere Stampa
Marco Cesario   

//Costruzione del Muro di Berlino (1961)Costruzione del Muro di Berlino (1961)

Quando nel 1961 le autorità della Repubblica Democratica tedesca (Ddr), di fronte ad una vera e propria emorragia di tedeschi dell’Est che fuggivano verso l’Ovest intraprendono, nella notte tra il 12 ed il 13 Agosto, la costruzione di un muro alto 3,5 metri che si snoda per ben 155 chilometri attorno a Berlino Ovest, pochi immaginano che quel muro, simbolo dell’inizio della guerra fredda e della separazione di un medesimo popolo, diverrà un modello che verrà preso a prestito da paesi di tutto il mondo per incarnare la segregazione, la divisione, la chiusura e l’incomunicabilità. Dal Marocco all’India, dalla Russia all’Africa, i muri, nonostante la tecnologia abbia permesso oggi di far cadere molte barriere, continuano ad essere edificati fino a diventare, per gli esseri umani che li subiscono, trauma psicologico. Nel 1973 lo psichiatra tedesco Dietfried Müller-Hegemann diede pure un nome a questa patologia: “Mauerkrankheit”, malattia del muro. Nel suo libro “Die Berliner Mauerkrankheit” Müller-Hegemann tracciò una serie di ritratti di pazienti che vivevano in prossimità del Muro di Berlino affetti da questa patologia. Il suo obiettivo era quello di evidenziare le deleterie conseguenze psicologiche e sociali di società chiuse da muri. I più emblematici oggi sono il muro israelo-palestinese, quello tra le due Coree, quello che protegge l'enclave di Melilla, quello tra Messico e Stati Uniti. Ma ci sono anche muri sconosciuti ai più che provocano ugualmente ferite, lacerazioni, drammi. Basti pensare al muro tra Marocco e Algeria, tra Armenia e Azerbaijan, tra India e Bangladesh, tra Arabia Saudita e Iraq o tra Iran e Pakistan. Vediamone alcuni.

Moltiplicazioni di muri e frontiere invalicabili
Intanto occorre partire da una constatazione. Dal 1945 a oggi i muri si sono moltiplicati come funghi su tutto il globo. E’ l’amara constatazione che s’evince dagli studi di Elisabeth Vallet, professore associato presso il dipartimento di geografia dell’Università del Quebec a Montréal e autrice del libro ‘Borders, Fences and Walls – State of Insecurity?”. Secondo la Vallet dal 1945 ad oggi i muri nel mondo sono passati da meno di cinque ad oltre cinquanta (molti, in costruzione, non sono stati repertoriati dalla Vallet), per un totale di quasi 8.000 chilometri di barriere che delimitano oltre 30.000 chilometri di frontiere su quattro continenti e che hanno un solo ed unico scopo: separare gli esseri umani gli uni dagli altri. Un momento di cesura sono stati gli attentati dell’11 settembre 2001. L’idea di un terrorismo su scala globale ha rafforzato le chiusure nazionali generando crisi identitarie, paura, xenofobia. Da quel momento, argomenta la Vallet, s’è assistito al fenomeno delle “democrazia murate” ed il muro, in un mondo globalizzato, è diventato anche una risposta pavloviana alla globalizzazione e al libero mercato.

Il Muro di Tijuana
Ogni anno migliaia di clandestini cercano di superare il Muro di Tijuana, la barriera invalicabile che corre per 1050 chilometri su una frontiera totale di 3.200 chilometri tra Stati Uniti e Messico. Circa il 45% dei lavoratori agricoli in Usa sono in realtà immigrati illegali e buona parte di loro viene dal Messico. La manodopera immigrata è stata infatti da sempre il vero carburante dell’economia del sud-ovest degli Stati Uniti. Per arginare il fenomeno viene approvato un dispositivo, il “Piano Sur” e migliaia di migranti sono fermati, imprigionati e deportati dalla polizia messicana prima ancora di raggiungere i confini statunitensi. L’approvazione del “Piano Sur” provoca quasi 2.000 morti tra il 1998 ed il 2004. La costruzione del Muro di Tijuana inizia nel 2006 dopo l’adozione del “Security Fence Act” e sancisce un irrigidimento delle politiche migratorie Usa all’epoca dell’amministrazione Bush. Centinaia di persone ogni anno cercano di superare la barriera fatta d’acciaio, cemento armato e griglie del Muro di Tijuana che addirittura si allarga anche nell’oceano provocando annegamenti e naufragi. Secondo un’inchiesta pubblicata da The Arizona Republic nel 2013 le guardie di frontiera statunitensi dal 2005 a oggi hanno ucciso 42 persone che cercavano invano di oltrepassare la barriera.  

Muro israelo-palestinese: il muro dell’incomprensione
L’idea di una separazione fisica tra palestinesi ed israeliani risale agli accordi di Oslo (1993). L’opzione ‘sicurezza’ avanzata da Yitzhak Rabin privilegiava una separazione (hafrada) fisica tra i due popoli, modello per l’eventuale creazione di uno Stato palestinese a fianco a quello israeliano. Rispetto ad altre soluzioni, l’idea di Rabin s’impone alla fine degli anni novanta come la più pragmatica. Ehud Barak, primo ministro laburista, pianifica allora la costruzione del muro di separazione. Il suo successore, Ariel Sharon, inizialmente ostile al principio del muro, si converte all’idea spinto dalla pressione dell’opinione pubblica in seguito ad una serie di attentati. La barriera di separazione (Geder Hafrada) viene dunque edificata a partire dal 2002 in Cisgiordania. Una muraglia di cemento armato che si alterna a griglie elettroniche serpeggia per 700 chilometri dividendo campi coltivati, oliveti, famiglie, villaggi ed inglobando le più grandi colonie israeliane oltre che decine di villaggi palestinesi o terre arabili palestinesi. Il muro israelo-palestinese, “il nuovo muro del pianto”, è stato condannato nel Luglio del 2004 dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Invece di diventare la premessa per la coesistenza di due stati, com’era nell’idea iniziale di Rabin, il muro è diventato, come ha ricordato il giornalista Nir Baram su Haaretz, un “enorme ghetto ebraico” in cui si assiste alla cristallizazione della società ebraica israeliana, all’isolazionismo e alla crescita della xenofobia e dell’ostilità nei confronti dei Palestinesi.

Il Muro del Maghreb: la frontiera chiusa più lunga al mondo
Una lunghissima frontiera chiusa, una no man’s land di 1.600 chilometri separa Algeria e Marocco, due paesi che non si amano più dal 1994, anno in cui un attentato terroristico colpisce la città di Marrakech ed in cui sono trovano implicati tre algerini. Da allora le autorità marocchine hanno imposto il visto a tutti i viaggiatori algerini che desiderano passare la frontiera. E col passare del tempo le cose non sono migliorate. Rabat ha iniziato a costruire l’estate scorsa un nuovo muro, ufficialmente per lottare contro il traffico di droga e le reti jihadiste. Il muro s’estenderà per 450 chilometri (ma per molti verrà esteso fino a 750 chilometri) da Saidia, nel Nord, fino a Figuig, nel Sud, lungo la frontiera tra i due paesi. Per le autorità marocchine la priorità è diventata la lotta al traffico di droga e alle reti jihadiste. Ma molti vedono la decisione di Rabat di costruire il muro come una risposta piccata alla decisione algerina di scavare delle trincee per oltre 700 chilometri lungo la frontiera, ufficialmente per lottare contro il traffico di droga e di carburante tra i due paesi. Insomma vent’anni di sospetti, incomprensioni e chiusure tra i due popoli maghrebini hanno prodotto solo questo: muri e trincee.

 


 

Marco Cesario

http://www.linkiesta.it