Il nuovo ruolo dei curdi nello scacchiere mediorientale | curdi, Medio Oriente, Erbil, Kobanê, Diyarbakir, Mahabad, PKK, Adib Fateh Alì, Erdoğan, peshmerga, Selahhdin Eyyubi, Federica Araco
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Federica Araco   

//Yazidi in fuga dal nord dell’Iraq. (Ghetty Images)Yazidi in fuga dal nord dell’Iraq. (Ghetty Images)

Da giugno, centinaia di yazidi sono morti nel nord dell’Iraq e migliaia di donne e bambine sono state rapite o vendute come schiave sessuali nei macabri mercati di Raqqa. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, negli ultimi due mesi nella città assediata di Kobanê ci sono state 1200 vittime e più di 200mila persone sono fuggite nei campi profughi allestiti nel sud-est della Turchia.

//Adib Fateh AlìAdib Fateh AlìIl giornalista curdo iracheno Adib Fateh Alì (Askanews), in Italia dagli anni Settanta, tra settembre e ottobre ha visitato Erbil, Lalhish e altre città del Paese. Nel suo reportageIo ho vistoha denunciato le sofferenze di un popolo straziato dalla furia dei miliziani dell’autoproclamato Stato islamico (IS). “Siamo davanti a un esodo di proporzioni bibliche che coinvolge sciiti, yazidi, cristiani, arabi sunniti, curdi della Siria”, racconta a Babelmed. “È come se tutti gli abitanti della Liguria,in pochi giorni, si spostassero in Lombardia. Quando ho visitato quei luoghi, non c’era scuola, edificio in costruzione, piazza o centro commerciale che non ospitasse decine e decine di profughi. I volontari accorsi da ogni parte del Kurdistan hanno messo in piedi un’organizzazione capillare per garantire almeno un tetto e del cibo caldo a migliaia di persone. Centinaia di ragazzi sono già pronti per andare a combattere contro l’IS. Sono perlopiù giovani animati da forti ideali e da un profondo senso di appartenenza a una terra da sempre aggredita e martoriata e a una cultura che ha saputo resistere a profondi processi di sradicamento”.

I curdi del nord dell’Iraq sono circa 4 milioni, 6 secondo alcune stime. Nel giro di un paio di mesi, un milione e ottocentomila di loro sono fuggiti verso i confini turco e siriano. “Molti mi hanno raccontato di non voler tornare nei propri villaggi perché sono stati i loro vicini di casa, arabi sunniti, a consegnarli nelle mani del nemico indicando ai jihadisti le loro abitazioni. La situazione è drammatica”.

 

Il nuovo ruolo dei curdi nello scacchiere mediorientale | curdi, Medio Oriente, Erbil, Kobanê, Diyarbakir, Mahabad, PKK, Adib Fateh Alì, Erdoğan, peshmerga, Selahhdin Eyyubi, Federica AracoVerso una “primavera curda”?

Per porre fine al massacro e arginare l’espansione dell’IS, la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti ha deciso di sostenere i peshmerga iracheni, i combattenti dell’Unità di protezione del popolo (YPG) e dell’Unità di difesa delle donne (YPJ), schierati in prima linea sul fronte antijihadista.

L’appoggio delle potenze occidentali ha una grossa influenza sul nuovo ruolo che il più numeroso popolo senza Stato al mondo (40 milioni di persone) sta cominciando ad assumere nel complesso e instabile scacchiere mediorientale.

“Oggi Europa e Stati Uniti si trovano in difficoltà a intervenire con le proprie truppe, per la crisi economica e anche perché l’opinione pubblica non appoggerebbe mai una nuova guerra”, spiega Fateh Alì. “Per questo motivo, l’Occidente ha bisogno di allearsi con forze credibili in loco. La resistenza siriana è senza dubbio un interlocutore inaffidabile e nemmeno l’esercito iracheno è all’altezza della situazione. Quest’ultimo, in particolare, non ha saputo fronteggiare l’avanzata jihadista ed è ormai chiaro che, in un Paese nuovamente diviso da antiche logicheconfessionali e tribali,gran parte del consenso all’IS derivi dagli ex militari dell’esercito di Saddam Hussein. Ma gli islamisti contano anche su una massiccia presenza di sudanesi, ceceni, marocchini, tunisini, sauditi e su molti giovani europei. In un contesto così instabile e in continua evoluzione, gli unici alleati su cui poter fare affidamento sono i curdi”.

Ma la loro crescente legittimazione a livello internazionale spaventa Erdoğan, ricorda il giornalista. Pur formalmente collaborando alla lotta all’IS, Ankara teme infatti che l’autonomia del Rojava (Kurdistan siriano) possa risvegliare le ambizioni indipendentiste dei circa 18 milioni di curdi che vivono nel Paese. “La Turchia ha difficoltà a entrare nell’UE e per questo ha consolidato il suo ruolo politico e commerciale verso Oriente” spiega. “In passato Erdoğan ha stretto accordi importanti con Assad ma poi ha appoggiato la resistenza siriana per rovesciarlo, sostenendo le frange sunnite, anche le più estremiste”.

Un altro elemento che ha fatto perdere credibilità a Erdoğan agli occhi della comunità internazionale è il modo in cui gestisce la questione curda. “Oggi il PKK combatte contro i terroristi e per Ankara è molto difficile continuare a dimostrare che si tratta di un’organizzazione criminale. Inoltre, la riluttanza della Turchia all’apertura di un corridoio per consentire il passaggio aiPeshmerga iracheni diretti in Siria ha scatenato forti reazioni nell’opinione pubblica, soprattutto tra i curdi, alimentando, e in parte confermando, i sospetti in una sua complicità all’espansione dello Stato Islamico”.

La tensione nel Paese resta alta e i negoziati di pace avviati nel 2013 con il leader del PKK Öcalan, tuttora rinchiuso nel carcere di massima sicurezza dell’isola di Imrali, rischiano di saltare innescando una nuova spirale di violenza in un conflitto interno che dagli anni Settanta è costato la vita a più di 40mila persone.

Secondo Fateh Alì, il Medio Oriente sta vivendo una sorta di “primavera curda”. “Kobanê è in pericolo ed Erbil accorre, ma sono presenti in prima linea anche Diyarbakir e Mahabad. I peshmerga iracheni combattono al fianco dei turchi del PKK e agli uomini e alle donne della resistenza siriana. Si stanno rompendo degli steccati importanti, come mai prima d’ora: per la prima volta nella loro storia, tutti i curdi difendono il Kurdistan, a prescindere dai confini nazionali”.

Il loro ruolo di primo piano nel contesto regionale sta influenzando positivamente persino l’opinione pubblica araba, storicamente piuttosto dura nei confronti delle minoranze. “ Nei media arabi sta emergendo una forma di rispetto del tutto nuova nei confronti dei curdi, meritevoli per il grande coraggio dimostrato nel combattere le derive estremiste che molti islamici moderati condannano apertamente”, spiega il giornalista. “Qualche settimana fa ricordavo ad alcuni colleghi che in passato Selahhdin Eyyubi, più noto come Saladino, di origine curda, aveva difeso l’onore dell’islam, proprio come oggi i peshmerga combattono i boia che macchiano l’immagine degli arabi agli occhi del mondo. E occorre allora chiedersi: perché questo popolo non ha ancora diritto ad avere un proprio Stato in cui vivere in pace?”.

//Trailer del reportage di Adib Fateh Alì, “Io ho visto”Trailer del reportage di Adib Fateh Alì, “Io ho visto”

 


 Federica Araco

27/11/2014