I soliti zingari | R.O.M., Djana Pavlovic, Giovanni Maria Bellu, Gianluca Buonanno, Marco Brazzoduro, Christian Raimo, Simone Zamatei, Roberto Mazzoli, ABCittà, Associazione 21 luglio, Antiziganismo 2.0, Carta di Roma, Romfobia, discriminazione, razzismo, eslcusione sociale, R.O.M.Rights of Minorit
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Federica Araco   

I soliti zingari | R.O.M., Djana Pavlovic, Giovanni Maria Bellu, Gianluca Buonanno, Marco Brazzoduro, Christian Raimo, Simone Zamatei, Roberto Mazzoli, ABCittà, Associazione 21 luglio, Antiziganismo 2.0, Carta di Roma, Romfobia, discriminazione, razzismo, eslcusione sociale, R.O.M.Rights of MinoritSulta vive in Italia da 43 anni e ormai considera questo il suo Paese anche se è spesso vittima di pregiudizi negativi da parte della gente. Brenda, appena ventunenne, vive in un campo attrezzato della capitale. Con un misto di tristezza e indignazione, racconta che un giorno un signore in un parco le ha detto che se fosse stato il presidente della Repubblica avrebbe fatto di tutto per rimandare gli zingari al loro Paese. “Io decisi di replicargli e gli dissi: guardi che sono italiana, come lei. In quale Paese vorrebbe mandarmi, scusi?”.

Di origine Rom e residenti a Roma, le due donne, pur appartenendo a generazioni e contesti diversi, condividono storie di emarginazione e discriminazione molto simili. Parlarne per loro è l’unico modo per non continuare a subire: entrambe considerano la comunicazione e la corretta informazione gli antidoti più efficaci contro la paura, la diffidenza e il razzismo che da sempre colpiscono le loro comunità.

Con altre donne e uomini Rom, Sulta e Brenda hanno aderito al progetto Sar San 2.0 (“Come stai”, in lingua romanì) che, con incontri di formazione e laboratori coordinati da un team di facilitatori, volontari e mediatori culturali, sta realizzando una “biblioteca vivente” per analizzare e mettere in discussione alcuni dei pregiudizi e degli stereotipi Romfobici più radicati e diffusi nel Paese.

“Il metodo, nato in Danimarca, coinvolge gruppi sociali marginali e vittime di discriminazioni”, spiega Simone Zamatei, della cooperativa ABCittà, ideatrice del progetto con l’Associazione 21 Luglio. “Ognuna con un proprio titolo, una quarta di copertina e una storia da raccontare, queste persone si trasformeranno in veri e propri ‘libri umani’ disponibili per essere consultati dai lettori, come in una biblioteca. Per facilitare il dialogo emotivo tra i due interlocutori è necessario preparare il terreno attraverso un processo di capacity building finalizzato a formare e informare il gruppo che ha aderito al progetto. Abbiamo così strutturato un ciclo di incontri, due al mese, accompagnato da un costante lavoro di redazione per raccogliere le testimonianze via via condivise”.

L’obiettivo è aiutare persone che normalmente non avrebbero occasione di farlo a conoscersi reciprocamente contribuendo ad abbattere le visioni distorte e negative che la gente ha nei confronti di alcune minoranze.

I Rom coinvolti nei laboratori hanno cominciato a confrontarsi tra loro, lavorando poi individualmente sul pregiudizio che più li ferisce sul piano personale, e che per questo vorrebbero maggiormente contribuire a superare.

Elviz vive in un “campo attrezzato” e ha scelto la frase: gli zingari non possono e non sanno vivere nelle case. “Non è vero”, dice. “Se avessi un lavoro non esiterei a uscire dal campo e cercare una casa in affitto[…]. Il fatto stesso di vivere in un campo, però, aumenta di per sé i pregiudizi su di noi e ci preclude la possibilità di trovare un impiego. Se un datore di lavoro si accorge che sono Rom, guardando sulla mia carta d’identità la mia residenza, […] molto difficilmente mi darà quel lavoro”.

Liliana si sente ferita ogni volta che qualcuno le dice che i Rom non mandano i bambini a scuola. “Mio figlio più grande è già in seconda media”, spiega. “Abito fuori Roma e ogni giorno faccio una ventina di chilometri pur di accompagnare i miei bambini a scuola in città. Sono fiera di questo sacrificio che faccio come mamma e vorrei raccontarlo”.

Se facessimo cambiare idea sui Rom anche a una sola persona mi riterrei già soddisfatta” conclude sicura Dzemila.

 

Armi di distrazione di massa

Benché infondati e frutto di ignoranza e dicerie popolari, i pregiudizi e gli stereotipi contro i Rom sono molto numerosi e fortemente radicati in Italia. Giornalisti e politici contribuiscono spesso ad alimentarli, trasformando queste comunità nei perfetti “capri espiatori” su cui indirizzare la rabbia e la frustrazione dell’opinione pubblica, distogliendola dai disagi causati dal malgoverno e dalla crisi.

I soliti zingari | R.O.M., Djana Pavlovic, Giovanni Maria Bellu, Gianluca Buonanno, Marco Brazzoduro, Christian Raimo, Simone Zamatei, Roberto Mazzoli, ABCittà, Associazione 21 luglio, Antiziganismo 2.0, Carta di Roma, Romfobia, discriminazione, razzismo, eslcusione sociale, R.O.M.Rights of Minorit“Il punto centrale di ogni razzismo è [….] nell’evitamento della ragione”, spiega lo psicologo e ricercatore sociale Roberto Mazzoli. “Ed è da qua che bisogna partire per sconfiggerlo. Il razzismo contro i Rom è, di conseguenza, una delle numerose forme di espletamento della violenza sociale intergruppi […]: le maggioranze, per rafforzare la coesione al proprio interno, al fine di mantenere e consolidare il potere in mano alla propria classe dirigente, identificano una minoranza verso la quale depositare una porzione di frustrazione del corpo sociale, alimentando dall’alto sentimenti discriminatori già circolanti tra la popolazione; in questo modo si effettua uno spostamento dell’attenzione dalle responsabilità che si dovrebbero attribuire alle istituzioni per il cattivo funzionamento della convivenza sociale. Questo vale sempre e, tanto più, durante le fasi storiche di crisi economica”.

Il PeW Research Center[1] nel maggio 2014 rilevava che l’85 percento degli italiani condivide opinioni negative contro Rom e Sinti, malgrado la loro presenza sia molto esigua rispetto ad altri Paesi dell’Unione. Le stime riportate dal documento “Strategia nazionale di inclusione di rom, sinti e caminanti”[2] (2012) riferiscono di 160mila persone, di cui 70mila di cittadinanza italiana. Si tratterebbe, dunque, di una percentuale molto contenuta (0,23-0,25 percento) rispetto alla popolazione complessiva. È tuttavia molto difficile ottenere cifre esatte perché i censimenti non hanno base etnica.

Ma una cosa è certa: i tentativi di inclusione sollecitati dalle direttive europee hanno avuto finora esiti piuttosto deludenti.

A confermarlo, l’ennesimo richiamo di Strasburgo che, il 24 febbraio scorso, ha pubblicato il report “Conclusions on the Implementation of the Reccomendations in Respect of Italy. Subjet to interim follow-up”[3]. Dal monitoraggio effettuato dalla European Commission against Racism and Intolerance (ECRI) è emerso che le politiche attuate dal nostro Paese sono ancora molto lontane dalla reale integrazione dei Rom.

In gran parte questi fallimenti sono causati dall’assenza di un’efficace e concreta lotta alla retorica razzista riservata a queste comunità, costantemente alimentata da ataviche paure e credenze ancora molto presenti nell’immaginario collettivo.

“Nella sostanza [il razzismo contro i Rom, n.d.R.] non è diverso né più grave di qualsiasi altra forma di razzismo, ma è […] quello più ampiamente legittimato socialmente”, continua Mazzoli. “È riscontrabile in moltissimi ambienti culturali, a volte anche in quelli che ne dovrebbero essere immuni […]perché è molto antico e quindi radicato: gli zingari sono i discendenti di Caino il fratricida, sono i fabbri che forgiarono i chiodi con i quali Gesù fu crocifisso, sono i nomadi misteriosi, impostori e furbi, dediti alla magia e al raggiro”.

Il PeW Research Center ha confermato la relazione tra ideologia politica e attitudine discriminatoria: gli italiani che si considerano “di destra” hanno opinioni più negative a riguardo, ma anche i più democratici non sono immuni da tale tendenza. “Negli anni ho visto che si può essere antirazzisti, antirazzisti convinti, antirazzisti militanti, e odiare i Rom”, commenta lo scrittore Christian Raimo sul blog Minima&Moralia. “Negli anni ho visto che si può avere uno spirito internazionalista, essere cosmopoliti, andare a fare volontariato nei Balcani, e odiare i Rom. Negli anni ho visto che ci si può divertire, commuovere, che si possono amare i film di Emir Kusturica e Tony Gatlif, e odiare i Rom. Negli anni ho visto che ci si può battere per la salute dei bambini, essere sostenitori dell’Unicef o di Save the Children, e fottersene dei bambini dei campi nomadi. Ma soprattutto”, conclude l’autore, “ho visto gli amministratori di sinistra governare Roma per quasi un ventennio ininterrotto e riuscire ad affrontare la questione dei Rom e dei Sinti nel modo più retrogrado e razzista che potesse essere mai concepito: l’invenzione dei campi”.

 

“Un mondo di mondi”

La Risoluzione approvata nel 2011 da Bruxelles sulla “strategia europea per l’integrazione Rom” denunciava le numerose violazioni dei diritti fondamentali, come alloggio, istruzione, impiego e salute, subite da queste minoranze in tutti gli Stati Membri. “La deprivazione materiale e la carenza di opportunità sociali intrappolano queste persone in un circolo di povertà e marginalizzazione dal quale difficilmente si esce”, spiega l’ex docente di Politiche Sociali de La Sapienza di Roma Marco Brazzoduro.

Per poter combattere la “Romfobia” occorre, innanzitutto, conoscere il fenomeno da un punto di vista storico, sociale e culturale. “Si parla sempre di Rom al singolare nonostante gli evidenti tratti di eterogeneità e complessità legati alle diverse provenienze, cittadinanze e tradizioni”, continua il professore che, citando l’antropologo Piasere, parla di “Un mondo di mondi[4].

I Rom, insieme ai Sinti, ai Kalè di Spagna, ai Manouche di Francia e ai Romanichels dei Paesi anglosassoni, sarebbero circa 16 milioni nel mondo, di cui 11 milioni e mezzo in Europa. “Tra loro, ci sono i ricchi e i poverissimi, gli intellettuali, gli artisti, i professori universitari…”, racconta Brazzoduro. “In genere, la vita religiosa è influenzata dal culto praticato nel contesto di insediamento: sono cattolici, ortodossi, musulmani, protestanti (principalmente evangelisti, pentecostali e testimoni di Geova). L’elemento trasversale comune è la lingua romanì, anche se molti non la parlano e soprattutto non la scrivono, trattandosi essenzialmente di culture oraliste. A seconda dell’area geografica, comunque, anche il linguaggio cambia, per via del naturale processo di ibridazione con parole assorbite dagli idiomi locali”.

Alcuni pregiudizi contro i Rom risalgono al Medioevo, quando le prime carovane arrivarono dall’India attraverso il Vicino Oriente e i Balcani. “Erano i diversi per antonomasia in un’Europa cristiana dove era inaccettabile professare un’altra fede. Si sono così create delle leggende tuttora persistenti, ma del tutto infondate, come l’assurda convinzione che rapiscano i bambini, nata nella Baviera del XVII secolo. Si narra che tre ragazzini si smarrirono nel bosco e gli uomini del villaggio andarono di notte a cercarli. Dopo essersi imbattuti in un accampamento di zigovnje, rapirono e interrogarono 17 di loro che, sotto tortura, ammisero di averli uccisi e mangiati. Gli uomini furono squartati vivi e l’accampamento fu distrutto. La mattina seguente, i tre bambini tornarono al villaggio. La stessa infamante accusa aveva colpito anche i primi cristiani e gli ebrei: si tratta, dunque, di una costante nella storia dell’umanità, che ha sempre bisogno di stigmatizzare le minoranze”.

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La ricerca universitaria “La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007)” sui presunti tentati rapimenti di infanti non-rom da parte di Rom, condotta da Sabrina Tosi Cambini, ha dimostrato che nessuna persona scomparsa nel periodo analizzato è stata mai ritrovata in un campo. In Italia ci sono stati diversi processi per tentato rapimento e tutti i casi, tranne due, si sono risolti con proscioglimento, malgrado i frequenti fenomeni di isteria collettiva alimentati dai media che spesso diffondono queste notizie senza verificarle né smentirle. Nel 2012, a Napoli, una sedicenne di origine romena fu condannata a 4 anni per tentato rapimento: uscita dal carcere, disse di non aver nemmeno visto il bambino che era stata accusata di voler rapire. L’episodio scatenò una violenta “caccia al Rom” culminata con l’incendio del campo di Ponticelli.

“Alcuni si difendono dicendo di avere già 10-12 figli da accudire”, spiega Brazzoduro. “Il loro atteggiamento nei confronti della filiazione è basato su un forte senso della famiglia allargata, come in ogni realtà precapitalistica, preindustriale e patriarcale. La scarsa autonomia economica vincola molte persone a forme di solidarietà di gruppo impedendo il superamento di questo modello sociale”.

Anche il nomadismo è una leggenda infondata, strumentale però a segregare migliaia di famiglie ai margini delle città in campi più o meno provvisori, maliziosamente definiti “nomadi”.

“Il loro eterno girovagare era legato alle persecuzioni subite dal Medioevo in poi”, commenta Brazzoduro, “quando nei centri abitati erano affissi proclami in cui si vietava agli cingani di sostare nello stesso luogo per più di tre giorni consecutivi: dopo quel breve periodo ucciderli e appropriarsi dei loro beni non costituiva reato.

È importante ricordare, inoltre, che la maggior parte delle famiglie Rom hanno cominciato a vivere nei campi spontanei, tollerati o attrezzati qui in Italia e, secondo stime recenti, 4 Rom su 5 vivono in normalissime abitazioni”.

Sulla comune credenza che “i Rom abbiano il furto nella loro cultura”, come disse l’onorevole Gianfranco Fini quando era Presidente della Camera, Brazzoduro conclude. “Il fenomeno può riguardare alcuni di loro in quanto poveri, non perché Rom: tutti gli emarginati del mondo condividono le stesse antiche forme di illegalità. È indubbio, però, che le recenti politiche comunali di chiusura dei mercatini e il divieto del commercio dei rottami metallici abbiano messo in difficoltà molte persone”.

 

Antiziganismo 2.0

Nel 2012, l’ONU espresse preoccupazione per il crescente incitamento all’odio da parte dei media italiani, in particolare dei social network. Nonostante le numerose campagne di sensibilizzazione rivolte ai giornalisti e l’introduzione di una formazione obbligatoria su immigrazione e integrazione presso alcuni ordini professionali, il cammino è ancora lungo e non privo di ostacoli e ricadute.

I soliti zingari | R.O.M., Djana Pavlovic, Giovanni Maria Bellu, Gianluca Buonanno, Marco Brazzoduro, Christian Raimo, Simone Zamatei, Roberto Mazzoli, ABCittà, Associazione 21 luglio, Antiziganismo 2.0, Carta di Roma, Romfobia, discriminazione, razzismo, eslcusione sociale, R.O.M.Rights of MinoritIl rapporto dell’Associazione 21 luglio, “Antiziganismo 2.0”[5] (2013), in otto mesi ha segnalato su 140 testate nazionali e locali 370 casi di incitamento a odio e discriminazione da parte di politici (75%), privati (58%) e giornalisti (20%). Dei 482 casi di informazione scorretta rilevati, l’11% riguardava il Corriere della Sera, il 7,5% Il Messaggero, il 6% il Tempo e La Repubblica. I dati del 2014 non sono più confortanti, con 406 casi di incitamento all’odio e alla discriminazione, perlopiù da parte di politici (86%).

Malgrado le raccomandazioni e gli esposti in procura, gran parte della stampa continua a diffondere messaggi di intolleranza e razzismo. L’8 aprile 2013, Giornata Internazionale dei Rom e dei Sinti, l’eurodeputato Mario Borghezio, su Radio 24, ribattezzava la festività “la giornata della demagogia e del fancazzismo […]con un contorno di festival di ladri”. Più recentemente, l’eurodeputato Gianluca Buonanno su La7 ha definito i Rom “la feccia della società”, tra gli applausi del pubblico e lo sguardo attonito dell’attrice e attivista Djana Pavlovic e quasi ogni giorno il leghista Matteo Salvini interviene in programmi radiofonici o televisivi con i suoi vergognosi proclami razzisti.

“C’è un aspetto sostanziale su cui invitiamo a riflettere” commenta Giovanni Maria Bellu, presidente dell’Associazione Carta di Roma. “E cioè se non costituirebbe in qualche modo ‘connivenza’ il fatto di ospitare nuovamente una persona che si esprime in questo modo. E se non ci sia un modo per evitare che – dietro lo schermo di un mandato politico – si faccia sulle reti televisive propaganda dell’odio razziale. Per esempio obbligando gli ospiti a sottoscrivere – con sanzione economica in caso di violazione – l’impegno a non utilizzare espressioni xenofobe e razziste”.

 


 Federica Araco

23/03/2015

 

Realizzato con il contributo di:

 

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