L’esodo senza fine dei rifugiati | frontiere chiuse, muri e fili spinati, guerre, persecuzioni e povertà, Laura Boldrini, Zygmunt Bauman
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Stefanella Campana   

L’esodo senza fine dei rifugiati | frontiere chiuse, muri e fili spinati, guerre, persecuzioni e povertà, Laura Boldrini, Zygmunt Bauman“Fate cessare la guerra in Siria e noi non fuggiremo”, ha detto disperato qualche giorno fa un ragazzino siriano. Ma la Siria continua ad essere un campo di battaglia tra le forze di Assad - aiutate ora dalle truppe della Russia di Putin – le fazioni rivoluzionarie e i terroristi di Al Nusra e Isis. Un Paese in macerie, la Siria, da cui sono fuggiti già quattro milioni di persone, un’odissea che continua e che ci rimanda immagini drammatiche. Non solo siriani. Anche libici, eritrei, afghani, nigeriani, irakeni, popoli oppressi che fuggono da guerre, persecuzioni e povertà, disposti a tutto pur di trovare pace e libertà. Ma troppi trovano invece la morte: si calcola che dalla fine degli anni Ottanta, circa 25mila persone sono morte nel Mediterraneo, senza contare i dispersi, di cui ora i familiari reclamano la verità.

L’esodo continua senza sosta. In migliaia cercano scampo attraverso il Mediterraneo e ora anche attraverso i Balcani, per raggiungere la Germania, i Paesi del Nord Europa, cogliendo impreparati i Paesi coinvolti da questa fiumana di disperati che trovano frontiere chiuse, muri, fili spinati, manganelli e pure la prigione come succede in Ungheria. Molti rifugiati siriani hanno cercato scampo per sfuggire alla morte e per ricostruirsi una nuova vita anche nei campi allestiti nei Paesi vicini come in Turchia, Marocco, Tunisia, Egitto, Giordania, Libano. Non ci sono dati esatti e aggiornati, ma ovunque l’impatto dei nuovi arrivati – fin dal fallimento delle Primavere arabe - ha creato tensioni, nuovi problemi acuiti anche dal timore del dilagare del terrorismo. Come è successo in Marocco dove migliaia di siriani hanno beneficiato di eccezionali procedure di regolarizzazione, ma l’arresto nel luglio scorso, all’aeroporto di Casablanca di un siriano con falso passaporto che intendeva creare una cellula terrorista affiliata allo Stato islamico, ha creato allarme sulla sicurezza del Paese. E questo vale anche per la Tunisia, dove sono arrivati in modo massiccio migliaia di libici e dove gli ultimi attentati terroristici mettono a dura prova l’unico Stato ad avere avuto una svolta democratica dalla Primavera araba.

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Intanto il flusso di profughi e migranti dal nord Africa continua senza sosta nei Paesi Balcanici che affrontano questo dramma in ordine sparso con il ripristino dei controlli alle frontiere. Sono 600 mila le richieste di asilo nell’Unione europea, il primato è della Germania, che per l’inserimento dei profughi ha stanziato 6 miliardi di euro e con la Merkel che invita le case automobilistiche ad assumere i profughi. «L’Europa è nata per abbattere i muri non per costruirli», ha ricordato Matteo Renzi, mentre il Presidente della Repubblica Mattarella ha sollecitato «un’Unione unita e responsabile che deve fare di più di fronte a un dramma epocale”. Non vanno dimenticati i rifugiati ambientali, milioni di persone, eco-rifugiati costretti alla fuga da disastri climatici, ma come proteggerli? Una questione aperta. “Ci si dimentica che la crisi in Siria nasce dalla siccità”, ha ricordato la presidente della Camera, Laura Boldrini, intervenuta al Prix Italia nel dibattito sul ruolo dei media nel raccontare il fenomeno migratorio “centrale nelle campagne elettorali usato da alcune forze politiche per suscitare paura, contrapposizioni, scontri, creando un nemico che non può difendersi, abbassando il livello del confronto: questo inquina la società, fa male ai giovani, li disorienta”.

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All’Onu s’incontrano tutti i capi di Stato ma tra gli innumerevoli target e obiettivi nell’agenda dei lavori non è contemplata la migrazione, ha ancora stigmatizzato la presidente Boldrini. Manca una strategia, una linea comune per salvare la Siria, per fermare il dramma dei rifugiati. Nell’ultimo Consiglio dei ministri dell’Interno dell’Unione europea, Ungheria, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca e la Romania hanno detto no al piano di redistribuzione di 120 mila profughi, dimenticando la loro storia recente quando migliaia di loro cittadini hanno trovato protezione in altri Stati. Per l’Italia è prevista una quota di 39.600 persone che si aggiungeranno agli 82 mila richiedenti asilo e migranti presenti nelle varie strutture calcolati a fine giugno 2015.

La speranza di una svolta nella politica europea, finora confusa e inadeguata, di una maggiore coesione, è andata delusa. Una cosa è certa: se non torna la pace in Siria, in Libia, nei Paesi lacerati dai conflitti, dal terrorismo dell’Isis, il dramma dei profughi continuerà. Un fenomeno di media, lungo periodo che richiede risposte strutturali, non episodiche. E non cadere nella “stanchezza della catastrofe” come mette in guardia il sociologo della post modernità Zygmunt Bauman.

 


Stefanella Campana

25/09/2015