Dust, giornalismo militante nel Kurdistan | Dust, Stefano Tallia, Stefano Rogliatti, Kurdistan, Festival di Internazionale di Ferrara, Medici Senza Frontiere
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Dust, giornalismo militante nel Kurdistan | Dust, Stefano Tallia, Stefano Rogliatti, Kurdistan, Festival di Internazionale di Ferrara, Medici Senza Frontiere«La polvere, la polvere è la cosa più evidente, la trovi dappertutto, nella macchina fotografica, nell’obiettivo», così Stefano Tallia, giornalista Rai, spiega il perché del titolo che hanno dato, lui e il collega Stefano Rogliatti, a “Dust, la seconda vita. Un reportage girato a giugno 2015 nel Kurdistan iracheno che verrà presentato sabato 3 ottobre al Festival di Internazionale di Ferrara al corner di Medici Senza Frontiere e a Torino il 22 ottobre, al circolo della Stampa.

Nel Kurdistan iracheno vive oggi un milione di profughi. Stefano Tallia e Stefano Rogliatti sono andati a cercarli nel campo profughi di Domiz, nelle strade di Erbil, nei territori a nord di Dohuk per raccontare le loro storie e le storie degli operatori di Medici Senza Frontiere (MSF), molti dei quali profughi loro stessi.

 

Perché avete deciso di realizzare questo documentario?

«I rifugiati sono la vera emergenza umanitaria che il mondo di oggi deve fronteggiare – spiega Stefano Tallia – Siria, Iraq, Libia, Afghanistan: se guardiamo una cartina sono poche le zone dove è possibile viaggiare in sicurezza. L’idea del reportage in Kurdistan nasce dall’amicizia con Stefano Rogliatti e con MSF, volevamo renderci conto di come si interviene in un contesto di questo tipo, in cui cioè la popolazione fugge dalla guerra e le ferite da curare non sono tanto quelle fisiche, quanto quelle psicologiche. A Domiz il 70% dei bambini ha disturbi psicologici, gli adulti sono disorientati. Sono persone che hanno dovuto lasciare tutto dietro di sé, casa, lavoro, affetti e che in molti casi hanno anche assistito all’uccisione di parenti e amici. L’Europa ha scoperto adesso l’emergenza rifugiati, lì c’è da tre anni. In questo lasso di tempo hanno accolto un milione di persone al meglio delle proprie possibilità. In Kurdistan un abitante su sei è un rifugiato e quello proposto da “Dust” è anche il racconto di come un paese pur povero di strutture abbia saputo aprire le proprie porte alle persone in fuga.

//Dust, la seconda vita - Trailer Dust, la seconda vita - Trailer

Vogliamo accendere un riflettore, e lo facciamo con le storie delle persone: mussulmani, yazidi, cristiani, curdi, siriani. La guerra fa fuggire tutti indistintamente. E quello che colpisce è che non c’è una soluzione politica all’orizzonte, quell’area di mondo è destinata ad essere tormentata dalla guerra ancora per anni. Non si tratta di una situazione temporanea, perché i rifugiati hanno poche speranze di tornare nelle proprie terre. Sono persone per le quali con la fuga è iniziata a tutti gli effetti una seconda vita».

 

Che risultato volevate ottenere con questo reportage?

«Volevamo portare alla luce delle storie. – risponde Stefano Rogliatti – Si dice che “la storia la fa chi vince”, con il reportage invece sono i rifugiati i testimoni diretti che raccontano in prima persona la loro storia, mentre l’uso della voce narrante è ridotto al minimo. Ci sono le testimonianze e i dolori di chi ha subito. La telecamera è il mezzo d’ecceziona del reportage: riprende le voci, ma anche le facce, i luoghi, amplifica e fa capire che cosa succede in quei posti».

 

//Stefano Tallia e Stefano Rogliatti.Stefano Tallia e Stefano Rogliatti.Quali sono state le difficoltà, anche dal punto di vista tecnico, che avete trovato?

«Prima di tutto la lingua – continua Rogliatti – problema che però abbiamo superato velocemente trovando la persona adatta ad accompagnarci come interprete, poi abbiamo dovuto trovare l’empatia giusta per entrare a casa d’altri, nel modo migliore, in punta di piedi. Abbiamo cercato di non essere invadenti, ma presenti. Non andavamo a caccia, ma raccoglievamo delle cose. Cercavamo la prospettiva giusta per guardare le cose in modo diverso. Il reportage lo fai con il cuore, più che con l’attrezzatura. Il percorso giusto è cervello, cuore e poi mano, cercando di essere sempre il più umili possibili. Non volevamo essere protagonisti, ma essere al servizio di coloro che stavano parlando. Certo poi la nostra professionalità l’abbiamo usata per selezionare e montare il materiale. C’è stato un grosso lavoro di post produzione, da venti ore di girato abbiamo analizzato e selezionato trenta minuti di reportage. Ho avuto la soddisfazione di essere accolto in casa d’altri, persone che ci hanno parlato della loro vita, hanno condiviso lacrime, rabbia, sorrisi. La sinergia tra parole e immagini ha dato alla fine un buon risultato che mi fa sentire bene e mi fa dire che ne è valsa la pena».

 

Come si fa il giornalista con Medici Senza Frontiere?

«Noi siamo stati per qualche giorno nel campo profughi di Donuz – continua Stefano Tallia – abbiamo seguito il lavoro di MSF, che ci ha appoggiato e sostenuto. Spiegavamo alle persone che cosa stavamo facendo e gli chiedevamo se volevano essere ripresi, dicendogli che non erano obbligati a parlare con noi. Gli spiegavamo anche che la diffusione del documentario sarebbe andata oltre al Kurdistan e che quindi, se avevano paura di ritorsioni sulle famiglie, erano liberi di non farsi intervistare. Non è facile parlare con persone traumatizzate. Il metodo di lavoro di MSF mette sempre le persone al primo posto e noi abbiamo fatto nostro questo sistema, anche quando poi abbiamo viaggiato autonomamente in altre zone».

 

Che idea c’è alla base del film?

«Dust è anzitutto un’idea di giornalismo – dice ancora Stefano Tallia – . Nei titoli di coda lo diciamo esplicitamente : “I professionisti che hanno lavorato a questo progetto, lo hanno fatto a titolo gratuito per raccontare il dramma di chi fugge dalla guerra”. Hanno collaborato Marco Alotto (voce narrante), Claudio Secco (doppiaggio maschile), Elisa Galvagno (doppiaggio femminile), Annalisa Palisca (traduzioni/sottotitoli). Tutti hanno compreso subito il valore aggiunto di questo progetto e, visto che la gratuità del lavoro è un concetto scivoloso, parliamo di giornalismo “militante”. Abbiamo tutti scelto di mettere a disposizione il nostro tempo libero e le nostre competenze per accendere un riflettore su quella che è la più grave emergenza umanitaria dell’ultimo secolo».

 

Cosa è rimasto da raccontare che non siete riusciti a dire in questo documentario?

«Ci sono tante cose ancora da raccontare, le vite di tante persone che fuggono e che fino a poco prima avevano vite normali: professionisti, medici. Volevo raccontare la banalità del male, che irrompe nelle vite di persone normali. Sentendoli parlare della guerra e della loro fuga mi sono tornate in mente le parole di mia nonna, quando mi raccontava dei bombardamenti su Torino, durante la seconda guerra mondiale, e della sua fuga nelle campagne del cuneese. Ecco, è a stessa cosa, siamo tutti coinvolti, siamo tutti chiamati a custodire la pace».

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Bianca La PlacaDust, giornalismo militante nel Kurdistan | Dust, Stefano Tallia, Stefano Rogliatti, Kurdistan, Festival di Internazionale di Ferrara, Medici Senza Frontiere

 24/09/2015

  Articolo ripreso dal Caffè dei giornalisti