Le donne arabe in cerca dei desaparecidos | Donne arabe, sparizioni forzate, Nassera Dutour, ONG, Wadad Halwani
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Abdel Rahman Gad   

Le circostanze politiche e sociali in cui si sono verificate le sparizioni forzate non sono le stesse: in Libano i rapimenti sono avvenuti durante la guerra civile che ha infiammato il paese tra il 1975 e il 1990, in Algeria durante il conflitto tra le forze di sicurezza e i movimenti islamisti degli anni Novanta, in Egitto nel corso degli ultimi due anni a opera di un regime brutale. Quello che invece è simile in tutti e tre i paesi, è l’ingiustizia e l’impunità di cui godono gli autori di questi crimini, come pure il costante rifiuto di ammettere la propria implicazione da parte delle forze dell’ordine. Per questo i parenti delle vittime, come pure gli/le attivisti/e schierati/e al loro fianco e coloro che si battono per i diritti umani, hanno ormai perso completamente la fiducia nello stato e nell’applicazione della legge.

 

Libano

La guerra civile in Libano ha provocato 150 mila morti e 17 mila dispersi. Dopo la guerra il governo non è stato in grado di fornire notizie alle famiglie circa il destino delle persone scomparse. Queste famiglie non si aspettano più nulla dal governo, soprattutto dopo che il parlamento ha approvato un’amnistia generale per tutti i crimini commessi durante la guerra civile. Il senso di ingiustizia è stato uno dei fattori principali che ha spinto le mogli e madri di coloro che sono scomparsi durante le fasi più violente del conflitto a unirsi per protestare.

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Questo movimento continua a chiedere al governo di pronunciarsi sul destino dei loro cari, e ha spinto le organizzazioni della società civile che si occupano di diritti umani a prendere in considerazione la questione dei desaparecidos e a sostenere il diritto delle famiglie a conoscere la verità.

Nel 2010, Wadad Halwani ha scritto queste parole a suo marito, scomparso 28 anni prima, che in quell’anno avrebbe compiuto 64 anni e sarebbe andato in pensione.

“Adnoni, [il fatto che tu abbia raggiunto l’età della pensione] non fermerà la mia ricerca, né manderà in pensione il tuo amore. La tua resistenza, determinazione e pazienza faranno raddoppiare i miei sforzi per avere ciò che mi spetta di diritto, ciò che ci spetta diritto. Credimi, ci riuscirò prima o poi, non importa quanto tempo ci vorrà. Le forze dell’ordine cercano di farmi cambiare idea, ma non ci riusciranno. Né riusciranno i loro tentativi di mettermi a tacere o di dichiarare ormai deceduti coloro che sono scomparsi, per mettere una pietra su questa vicenda”.

Halwani guida il Comitato delle famiglie delle persone rapite e scomparse. Suo marito Adnan venne rapito nel 1982, durante la guerra civile, dalla seconda divisione dei servizi segreti militari perché membro dell’Organizzazione di azione comunista. Halwani cominciò a cercare suo marito nei giorni immediatamente successivi al rapimento. Si rivolse a tutti gli ufficiali di stato, e spesso sentiva storie di altre persone nelle stesse condizioni di suo marito Adnan, senza trovare soluzione.

Halwani non perse la speranza. Fece un annuncio alla radio, invitando le famiglie delle persone scomparse a ritrovarsi davanti alla Corte penale. Voleva mantenere alta l’attenzione sulla questione dei desaparecidos nei media locali e internazionali, e trasformare la sofferenza patita individualmente dalle famiglie in una forza collettiva, capace di catturare l’attenzione delle organizzazioni dei diritti umani in Libano e all’estero. Con sua grande sorpresa al primo incontro si presentarono centinaia di madri e mogli di persone rapite. Cominciarono a lavorare insieme, e così è nato il Comitato delle famiglie delle persone rapite e scomparse.

Nel corso degli anni il Comitato ha dato vita a numerose iniziative, compreso l’allestimento di una tenda di fronte alla sede delle Nazioni Unite, che ora molti considerano la propria seconda casa.

Dopo la dichiarazione di pace in Libano e la definizione, nel 1989, del Documento di accordo nazionale, noto anche come Accordo di Taif, le madri dei desaparecidos hanno continuato a subire la crudeltà del governo. Le famiglie hanno continuato a fare pressione sulle autorità per sapere cosa era successo davvero ai loro cari, e hanno lanciato la campagna “We have the Right to Know” (“Abbiamo il diritto di sapere”), grazie alla quale è stata costituito un comitato investigativo con l’incarico di fare delle indagini sulle sparizioni forzate.

Il comitato investigativo ha prodotto un rapporto nel quale rivela l’esistenza di fosse comuni. Nonostante il dolore provocato dal rapporto, le famiglie hanno finalmente avuto la possibilità di intentare una causa, e nel 2014 il tribunale ha costretto il governo a fornire una copia di tutta la documentazione raccolta dal comitato investigativo. La decisone della corte è stata considerata una vittoria per il diritto all’informazione.

 

Algeria

L’Algeria ha conosciuto una sofferenza indicibile durante il cosiddetto “Decennio nero”, dal 1992 al 1998, che ha visto scatenarsi un conflitto sanguinoso tra l’esercito e le forze di sicurezza da una parte e i gruppi islamisti dall’altra. Durante questo periodo sono scomparse migliaia di persone.

Nassera Dutour, presidente del Collettivo delle famiglie degli scomparsi in Algeria, spiega la nascita del movimento:

“Ho parlato con Amnesty International a Parigi e a Londra, e sono venuta a sapere che ci sono moltissimi casi come il mio in Algeria. Sapevo già delle sparizioni forzate, ma non immagino che fossero così numerose. Ho raccolto gli indirizzi delle famiglie dei desaparecidos che vivevano a Parigi, e ci siamo incontrati nella capitale francese nel novembre del 1997. Eravamo 10, forse 11 persone. Ho proposto loro di riempire un modulo e mandarlo alle Nazioni Unite. Mi sono basata sulla legislazione internazionale per cercare la verità. Ora i casi registrati sono oltre 3 mila”.

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Dutour sta lottando per conoscere la verità su suo figlio, che scomparve nel 1997, e per mantenere viva la questione in Algeria, nonostante la consegna al silenzio che circonda questo tema. Il governo algerino continua a cercare di farla finita con la questione, disperdendo le famiglie che si riuniscono regolarmente in piazza, sostenendo che tali manifestazioni minano la costruzione dello stato nazionale, oppure offrendo a singole famiglie dei risarcimenti per il figlio scomparso, dichiarato legalmente morto.

Secondo le organizzazioni non governative algerine, il 25 per cento delle famiglie ha rifiutato tali risarcimenti, e molte delle famiglie che li hanno accettati continuano comunque a manifestare per chiedere le spoglie dei propri cari, per poterle seppellire. Le madri algerine vogliono delle risposte circa il destino dei loro figli. Vogliono sapere come sono stati rapiti, e perché. Se i loro figli sono davvero tra i morti, le madri hanno il diritto di ottenere le loro spoglie, celebrare i funerali e pregare sulle loro tombe.

 

Egitto

Il cataclisma politico che ha trasformato l’Egitto nel corso degli ultimi due anni e mezzo fa sì che le sparizioni avvengano in circostanze assai diverse rispetto a quelle dell’Algeria e del Libano. I fatti inoltre sono ancora freschi. Eppure le donne, mogli e madri, delle persone scomparse, stanno seguendo lo stesso percorso seguito dalle donne in questi due paesi, con manifestazioni spontanee per chiedere la verità sul destino dei loro congiunti.

In genere le donne si ritrovano in piccoli gruppi, per diversi motivi: alcune famiglie evitano di parlare delle sparizioni forzate in pubblico, perché temono le ritorsioni delle forze di sicurezza; inoltre temono che parlare con i media o con le forze di sicurezza potrebbe mettere a repentaglio la vita dei loro familiari che sono in stato di detenzione. A differenza di Algeria e Libano, il fatto che le famiglie non comunichino molto tra loro, rende anche più difficile mobilitare il pubblico.

Via via che la situazione politica si deteriora – con le forze di sicurezza che controllano con pugno di ferro gli spazi pubblici, le sparizioni forzate, gli arresti e le detenzioni di attivisti e politici, e crescenti limitazioni al lavoro delle organizzazioni della società civile – aumentano anche le proteste delle famiglie dei prigionieri politici e dei desaparecidos, come quella che si è svolta davanti al Sindacato dei giornalisti, nel centro del Cairo, nel mese di marzo di quest’anno.

Le famiglie delle persone scomparse in Egitto stanno cercando di imparare dalle esperienze degli altri movimenti simili, nei paesi arabi e nel mondo, dove le donne sono state capaci di scuotere l’opinione pubblica e spingere la comunità internazionale a intervenire. La sofferenza delle donne, in particolare delle madri, può creare dei legami solidissimi e dare vita a un’insolita forma di attivismo, capace di farsi notare dall’opinione pubblica mondiale.

La partecipazione di Wadad Halwani alla redazione di una legge sul “diritto di sapere”, in collaborazione con il Centro per la giustizia transizionale e la Federazione delle donne d’Algeria guidata da Nassera Dutour è una fonte di ispirazione per le madri dei desaparecidos in Egitto e in altri paesi. Le loro storie ci dicono che trovare la verità e punire i colpevoli non è impossibile.

 


Abdel Rahman Gad

15/04/2016

 

Questo articolo è stato tradotto dall’inglese. La versione originale è stata scritta in arabo. Pubblicato da Mada Masr e diffuso da Babelmed nell’ambito del programma Ebticar.