Appello per il diritto della societa’ civile  all’esercizio di denuncia e solidarieta’ | Emergency, Mario Morcone, Domenico Lucano, Riace, Libera, societa’ civile, Regolamento Dublino, Alessandra Ballerini
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Appello per il diritto della societa’ civile  all’esercizio di denuncia e solidarieta’ | Emergency, Mario Morcone, Domenico Lucano, Riace, Libera, societa’ civile, Regolamento Dublino, Alessandra Ballerini

Il 30 giugno, nel corso di un incontro che si è tenuto a Genova per celebrare i dieci anni dell’attività italiana di Emergency a fianco dei migranti, si è verificato un episodio che riteniamo indicativo dell’inasprimento che sta cambiando il modo in cui le istituzioni che si occupano di migrazione guardano alla società civile e al suo ruolo, che non può che esplicarsi – in regime di democrazia – in una puntuale richiesta di informazioni, in un costante lavoro di denuncia e nel diritto-dovere di solidarietà imposto anzitutto dalla nostra Costituzione.

Ci riferiamo all’attacco che il prefetto Mario Morcone, Capo Dipartimento Libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno, ha riservato all’avvocato Alessandra Ballerini, colpevole – a conclusione di una serata in cui si era parlato di buone pratiche dell’accoglienza in Italia – di aver passato in rassegna l’altra faccia, meno consolatoria, delle politiche migratorie: la morte in mare, il reato di clandestinità, la discriminazione, i labirinti del respingimento del “sistema hotspot”.

Domenico Lucano, sindaco di Riace, aveva tenuto un discorso alto e commovente sull’inclusione, divenuta col tempo una risorsa per il territorio, praticata a Riace anche grazie al sistema nazionale di asilo. Don Pino De Masi, di Libera, aveva parlato di Rosarno e della cooperativa da lui fondata per coltivare terreni confiscati alle cosche, ricordando come il primo immigrato regolarmente assunto avesse posto la propria firma sul registro – finalmente legale – delle attività lavorative proprio alla presenza di Mario Morcone. «Oggi», aveva concluso De Masi, «c’è una squadra-Stato che sta lavorando seriamente sul caporalato, perché combattere il lavoro nero risolverà il problema delle tendopoli e dei ghetti».

Uno scenario apparentemente privo di ombre, in cui l’Italia è il migliore dei paesi, benché costretta dall’Europa a politiche improntate alla «cattiveria». Questa la rappresentazione di fondo fatta del prefetto Morcone, che il conduttore Massimo Giannini definisce «illuminato». E davvero Morcone pronuncia parole apprezzabili. Spiega come il cosiddetto «allarme invasione» sia infondato e come i migranti siano essenziali per il saldo delle nascite e per la produzione nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia. Sconfessa, dati alla mano, l’accusa che i migranti abbiano causato un aumento dei reati. Definisce «pura invenzione» la categoria dei migranti economici imposta dall’UE e dichiara incostituzionale la separazione tra migranti economici e aventi diritto a presentare richiesta di protezione internazionale. Rivendica la decisione del governo italiano di non accettare l’introduzione di una lista di paesi terzi sicuri imposta dalla Francia e denuncia come «follia» l’idea di includervi la Turchia. Chiama «operazione vergognosa» quella di chi alimenta l’idea che i terroristi islamisti arrivino sui barconi. Chiede un investimento da parte del governo su inclusione e integrazione. Afferma che «l’Italia sta facendo la sua parte» meglio di molti altri paesi europei, e che lo sta facendo «attraverso la società civile».

Tutto cambia quando viene chiamata a intervenire Alessandra Ballerini, che Giannini presenta al pubblico come l’avvocato della famiglia di Giulio Regeni. Alla precisa domanda di spiegare «il quadro giuridico e il circuito identificazione / richiesta di asilo / respingimento, con tutte le criticità su cui sarebbe opportuno intervenire», Alessandra Ballerini parla dei tremila morti in mare di quest’anno - due bambini ogni giorno – come di una carneficina che solo l’istituzione dei corridoi umanitari legali potrebbe fermare.

Parla del sovraffollamento e dell’inaccessibilità degli hotspot di Lampedusa e Pozzallo, della difficoltà per i profughi trattenuti di chiedere asilo, della somministrazione nei luoghi di sbarco di questionari incomprensibili e ingannevoli che hanno lo scopo di separare i cosiddetti migranti economici dagli aventi diritto alla protezione internazionale.

Parla dei “decreti di respingimento differito” distribuiti all’uscita dai centri di primo soccorso o dagli hotspot a chi non è stato ritenuto in diritto di chiedere asilo, su cui è scritto che lo Stato italiano intima di lasciare a proprie spese il territorio nazionale entro sette giorni con un volo da Fiumicino, per rientrare - senza documenti, senza soldi, spesso senza scarpe – nello stesso paese dal quale il profugo respinto è scappato, spesso attraversando il deserto e il mare. La mancata osservanza di questa disposizione – spiega l’avvocato Ballerini, rendendo palese l’incongruenza e l’esito vessatorio di un labirinto di pratiche amministrative e procedure di Polizia – fa sì che il migrante venga considerato colpevole di un reato per il quale può essere condotto e trattenuto in un Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) e di lì rimpatriato.

L’avvocato Ballerini parla di chi, dopo aver chiesto asilo, deve attendere la risposta della commissione ed eventualmente l’esito del ricorso in condizioni di precarietà esistenziale, intrappolato in Italia dal Regolamento Dublino.

Parla dei migranti che riescono, nel caos dei grandi sbarchi, a sfuggire all’identificazione e arrivare a Ventimiglia, da dove sperano di entrare in Francia e continuare il viaggio, e che invece vengono fermati, caricati su un aereo e rimandati a Trapani, in un feroce gioco dell’oca.

Parla infine della solidarietà delle persone e della criminalizzazione degli attivisti: dei fogli di via distribuiti a Ventimiglia, degli avvisi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina consegnati in Friuli Venezia Giulia a persone che avevano semplicemente dato acqua, cibo e informazioni, esercitando «il dovere inderogabile della solidarietà sancito dalla nostra Costituzione».

L’irrompere della realtà fa però infuriare il Capo Dipartimento Morcone, che dopo aver ripetuto ad Alessandra Ballerini di non condividere «una parola di quello che lei ha detto fino adesso, ma neanche una», apostrofa il conduttore: «L’altra volta mi ha fatto trovare Salvini in studio, e mi sono dovuto azzannare con Salvini; questa volta mi ha fatto trovare l’avvocato Ballerini, e devo dall’altra parte azzannarmi con l’avvocato Ballerini». Una ben stravagante analogia, non fosse che si fonda sull’usurata retorica degli estremi ai quali si deve opporre la ragionevolezza di chi «non è in guerra contro il mondo», di chi «cerca di migliorare il migliorabile» insieme alla società civile – quella ragionevole, naturalmente.

Usando un plurale che allude agli irragionevoli, Morcone accusa l’avvocato Ballerini di «sparare sentenze», di «dire il falso», di cercare «un po’ di visibilità personale», e – con una caduta che sembrerebbe indicare la presenza fantasmatica di Giulio Regeni – aggiunge che negli hotspot «non si torturano le persone, non si tirano le unghie, non si… non voglio andare oltre per non apparire eccessivo».

Le argomentazioni con cui pretende di smontare le affermazioni di Alessandra Ballerini sono capziose e non corrispondono alla realtà.

Liquida la richiesta di istituire corridoi umanitari – peraltro avanzata a gran voce da tutte le ong che si occupano di asilo e immigrazione[1] e dallo stesso direttore dell’Agenzia europea per i diritti umani Michael O’Flaherty[2] – dicendo che solo una persona con vocazione suicida si recherebbe all’ambasciata italiana in Siria o in Eritrea a chiedere un visto, e oscurando il fatto che - grazie agli accordi fra Chiesa Valdese, Sant’Egidio, ministero dell'Interno e ministero degli Esteri - sono già in corso ingressi protetti e legali di alcune centinaia di profughi precedentemente riparati in paesi terzi come il Libano e il Marocco.

Morcone definisce «stucchevoli» le accuse sugli hotspot, dove – assicura – non c’è sovraffollamento[3] e dove il controllo di EASO, IOM, Croce Rossa e Save the Children[4] garantisce la correttezza delle procedure di identificazione e di accesso alla domanda d’asilo.[5] Se la società civile non ottiene il permesso di accedervi è perché «gli hotspot non sono un circo equestre, ma luoghi in cui va tutelata la privacy delle persone».[6] Salvo poi rinfacciare ad Alessandra Ballerini di aver nominato le situazioni più critiche, Lampedusa e Pozzallo, e di aver taciuto la realtà virtuosa di Trapani dove, dichiara, «la autorizzo pubblicamente a entrare». Quasi che lì non fosse in gioco la tutela della privacy.

Il decreto di respingimento differito non esiste, assicura il prefetto, è «una pura stupidaggine», e se qualcuno lo somministra è un «imbecille»,[7] di quelli che non mancano mai nelle istituzioni. Eppure un esemplare di tale decreto si trova nelle mani dell’avvocato Ballerini. E tra quelle di centinaia di migranti “transitati” dagli hotspot italiani. Non solo. La reiterazione di tali decreti aveva allarmato lo stesso Morcone al punto che, lo scorso gennaio, aveva ritenuto di dover emanare una circolare in cui lamentava: «Continuano a pervenire da parte di organizzazioni internazionali e nazionali non governative preoccupazioni sulle modalità talora accelerate con le quali i migranti sbarcati nel nostro paese che non rientrino nella categoria dei richiedenti asilo ricollocabili, dopo l’identificazione ricevano il decreto contenente l’ordine di allontanamento dal territorio nazionale».

I richiedenti asilo «noi li teniamo tranquillamente in accoglienza e li sosteniamo per tutto il periodo finché non arriva la decisione del magistrato», afferma Morcone, che si adira quando Alessandra Ballerini spiega che le sue denunce pubbliche poggiano proprio sull’autorevolezza di una sua affermazione, resa nel corso di un’audizione davanti al Comitato Schengen: «Con estrema franchezza, mi fa vergognare di essere cittadino italiano quello che è successo nel 2014, quando sono arrivati oltre 14.000 minori non accompagnati. […] Il tema vero è la modalità con cui li abbiamo accolti, in maniera approssimativa, forse dando spazio anche a chi non lo faceva per passione, per usare un eufemismo».[8]

L’accordo di Dublino «è una schifezza», conclude il prefetto Morcone, ma di certo «non vogliamo una Calais a Ventimiglia». E «poiché io non combatto contro il mondo ma combatto per cercare le soluzioni migliori e più accettabili per le persone e per il rispetto dei diritti, e sono un convinto europeista, cerco gli spazi per portare dove posso il mio contributo, e quindi anche le posizioni dell’Unione europea, verso una maggiore apertura e una minore cattiveria nei confronti delle persone che arrivano da noi».

Il nervosismo del Capo Dipartimento ha forse a che vedere con la situazione di “pressing” da parte delle istituzioni europee, di cui testimonia lo scambio tra rappresentanti del governo italiano e vertici dell’Unione.

Il 19 gennaio 2016, il commissario europeo all’immigrazione Avramoupolos fissava in quattro settimane il termine ultimo per l’operatività di tutti gli hotspot in Italia e Grecia.[9] Da allora si sono succeduti richiami e accuse di inadempienza nei confronti dell’Italia da parte dell’Unione.

Il 25 maggio, Matthias Ruete, direttore generale del Dipartimento Immigrazione e affari interni dell’Ue, ha inviato una lettera a Franco Gabrielli, Capo della Polizia di Stato, e a Morcone, in cui i rilievi della Commissione sono numerosi, specifici e dettagliati.[10] L’Ue chiede, tra l’altro, che il tasso dei migranti ai quali vengono prese le impronte digitali, attestato al 90%, salga al più presto al 100%, e che venga messa fine all’alto tasso di fughe dai centri di accoglienza.

In fatto di migrazione, l’Italia sembra un paese commissariato non meno della Grecia, e le spinte xenofobe di parte del paese, riflesse dal rifiuto di numerose amministrazioni locali di accogliere quote di richiedenti asilo, non facilitano il compito del Capo Dipartimento. Ma le «soluzioni migliori e più accettabili per le persone e per il rispetto dei diritti» si cercano insieme – e non contro – le espressioni di quella società civile che è tanto più preziosa quanto più è critica e attenta.

La registrazione video dell’’incontro è consultabile qui.

La notizia dell’incontro di Genova figura sulla pagina web del Ministero dell’Interno, Dipartimento libertà civili e immigrazione. La presenza di Alessandra Ballerini è cancellata: non appare nella fotografia, dove il palco è occupato da sei uomini vestiti di grigio-nero, e non appare nell’elenco dei relatori. Una damnatio memoriae, una desaparición simbolica.

Preoccupati dalla pretesa di tracciare una linea di demarcazione tra società civile collaborativa e società civile da aggredire e far scomparire simbolicamente, preoccupati dalla progressiva criminalizzazione degli attivisti e delle persone solidali che operano a fianco dei migranti, chiediamo che gli hotspot siano resi visitabili a delegazioni di ong e associazioni, come avvenuto in passato per i CIE.

Chiediamo che venga pubblicata una tabella delle presenze quotidiane negli hotspot, degli ingressi e delle uscite per nazionalità, genere, età e condizioni di vulnerabilità.

Chiediamo un incontro con il prefetto Mario Morcone – al Ministero o possibilmente in un hotspot – alla presenza dell’avvocato Alessandra Ballerini, che ai nostri occhi rappresenterà simbolicamente la società civile: zittire lei significa, per noi, zittire un po’ tutti.

Chiediamo infine che il sacro dovere della solidarietà venga tutelato e che siano revocate le misure contro gli attivisti e i cittadini che, in tutta Italia, prestano soccorso ai migranti.

Giovanni Maria Bellu

Sergio Bontempelli

Erri De Luca

Stefano Galieni

Cinzia Greco

Gabriella Guido

Paola La Rosa

Daniela Padoan

Annamaria Rivera

Fulvio Vassallo Paleologo

Guido Viale

Nathalie Galesne



1) - Fra i numerosi appelli che chiedono l’istituzione di corridoi umanitari, si veda http://www.meltingpot.org/ppello-per-l-aperturadi-un-canale-umanitario-fino-all.html#.V3qj0q5s050.

2) - «Violenze, abusi e malattie anche negli hotspot. Urgono azioni», L’Avvenire, 5 luglio 2016.

3) - Di «sofferenza del sovraffollamento» nell’hotspot di Lampedusa parla lo stesso sindaco di Lampedusa, Giusy Nicolini, http://livesicilia.it/2016/05/19/lampedusa-non-adatta-a-un-hotspot-lisola-dedita-alla-prima-accoglienza_750188/. Di «malattie, violenze e abusi negli hotspot» parla il direttore dell’Agenzia europea per i diritti umani Michael O’Flaherty nell’articolo già citato.

4) - Sulla difformità dei dati forniti dalle agenzie europee che dovrebbero operare negli hotspot, si veda l’intervento dell’eurodeputata Elly Schlein nella riunione della Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni del Parlamento europeo, 16 giugno 2016, http://www.possibile.com/hotspot-la-commissione-presenta-un-quadro-ben-lontano-dalla-realta/. Sulla condizione generale dell’hotspot di Lampedusa si legga la relazione dell’avvocato Ballerini del 2 febbraio 2016, in seguito all’ingresso effettuato con Elly Schlein, http://www.meltingpot.org/A-Lampedusa-l-Hot-spot-non-ci-puo-essere.html#.V3rbhjW_UcQ.

5) - Sulla somministrazione del cosiddetto “Foglio notizie” negli hotspot, si veda la denuncia dell’Associazione legale Borderline Sicilia, http://www.meltingpot.org/Hotspot-e-respingimenti-differiti-il-modello-Lampedusa.html#.V3qX9q5s050.

6) - «Il diniego sistematico di accesso della stampa agli hotspot non ha alcun fondamento legislativo. Le giornaliste e i giornalisti devono poter entrare anche negli hotspot, i centri di identificazione dei migranti», hanno dichiarato in una nota il segretario generale e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, e il segretario dell’UsigRai Vittorio Di Trapani. L’occasione era stata il diniego, lo scoro 20 giugno, Giornata mondiale del Rifugiato, delle domande di accesso nei centri e negli hotspsot italiani presentate dalla Campagna LasciateCIEntrare.

7) - Del provvedimento di respingimento differito si parla diffusamente nel Rapporto sui Centri di identificazione ed espulsione in Italia redatto nel febbraio 2016 dalla Commissione straordinaria per la tutela e la protezione dei diritti umani del Senato. Secondo il documento, nell’hotspot di Lampedusa, «tra quanti non hanno manifestato la volontà di chiedere asilo e quindi sono stati considerati migranti irregolarmente presenti sul territorio italiano, 74 sono stati trasferiti nei Cie in tutta Italia, mentre 775 hanno ricevuto un provvedimento di respingimento differito, con l'ordine di lasciare il territorio nazionale entro 7 giorni, e sono complessivamente più del 18 % del totale degli stranieri arrivati a Lampedusa. Questi ultimi, secondo quanto denunciato da alcune associazioni, una volta trasferiti da Lampedusa, sono sbarcati a Porto Empedocle dove hanno ricevuto il provvedimento del questore di Agrigento, senza aver ricevuto nessuna informazione in merito a ciò che sarebbe loro accaduto e senza aver diritto a essere ospitati nel circuito d'accoglienza. Di fatto, sono destinati a rimanere irregolarmente nel territorio italiano e a vivere e lavorare illegalmente e in condizioni estremamente precarie nel nostro Paese».

8) - Resoconto stenografico dell’audizione del Prefetto Mario Morcone davanti al Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione dell'Accordo di Schengen, di vigilanza sull'attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione, Indagine conoscitiva sui flussi migratori in Europa attraverso l’Italia, nella prospettiva della riforma del Sistema europeo comune d’asilo e della revisione dei modelli di accoglienza, Seduta n. 25, 25 marzo 2015.

9) - Intervista a Dimitris Avramopoulos, «Süddeutsche Zeitung», 18 gennaio 2016.

10) - «Il Messaggero», 29 maggio 2016.