Le donne di Raqqa “combattono” le leggi dello stato islamico e continuano a lavorare | donne di Raqqa, Expressen, Dayr az-Zawr, idee estremiste, Hisba
Le donne di Raqqa “combattono” le leggi dello stato islamico e continuano a lavorare Stampa
Enab Baladi   

Le donne di Raqqa “combattono” le leggi dello stato islamico e continuano a lavorare | donne di Raqqa, Expressen, Dayr az-Zawr, idee estremiste, Hisba

“La copertura esteriore non ci deve trarre in inganno, Raqqa sta ancora bene e le sue donne non sono cambiate”, parole con cui ‘Anud, di professione parrucchiera, descrive la situazione della sua città e le sue fatiche per guadagnarsi da vivere in un luogo oscurato dal nero.

‘Anud vive in uno dei “quartieri beduini” della città e racconta a Enab Baladi che tutti i giorni, carica dei suoi attrezzi, si sposta di casa in casa, durante le sue continue visite alla ricerca di clienti. Aggiunge: “Le donne non hanno perso l’amore per la vita e sotto le vesti nere, ci sono capelli tinti di tanti colori, trucco sui visi e profumi di tanti tipi”.

‘Anud, 22 anni, si rifiuta di andare via dalla sua città, a cui la lega un profondo amore e proprio non s’immagina lontana dalle sue vicine con cui ha passato momenti che descrive “di felicità”. Spiega: “Nonostante i suoi sforzi di ucciderci dentro, lo Stato Islamico ha fallito. Questa è Raqqa, esiste una leggenda su Qasr al Banat (il Palazzo delle ragazze) che narra di come si siano ribellate alla società fino alla conquista dei loro diritti e delle loro libertà”. Aggiunge inoltre che molte delle clienti che frequentano casa sua per “farsi belle” provengono proprio dalle fila dello Stato Islamico.

Di nascosto si tenta di dare un’istruzione ai bambini

Non lontano dai “quartieri beduini”, vicino alla centrale elettrica, vive Hosna, una donna sulla quarantina che lavora come maestra, ai bambini insegna a scrivere, a leggere e un po’ d’inglese, in cambio di un po’ di soldi.

Nell’intervista con Enab Baladi, Hosna ha detto che anche se ha bisogno di soldi, il suo obiettivo principale è l’insegnamento. Descrive il suo lavoro come “pericoloso” dato il divieto di impartire lezioni private imposto dallo Stato Islamico e l’intensificazione del controllo sugli insegnanti, ma lei è riuscita a eludere i provvedimenti insegnando ai bambini gli Hadith del Profeta e le basi per la recitazione e la lettura del Corano.

A casa Hosna ha appeso alcuni cartelloni con le lettere dell’alfabeto, nel suo computer personale ha nascosto alcuni strumenti che aiutano i bambini a capire e a memorizzare, tra cui piccoli disegni e brevi film, oltre a una lavagnetta di legno, l’oggetto a lei più caro perché le ricorda il suo lavoro di insegnante nelle scuole di Raqqa.

Nonostante le difficoltà incontrate, Hosna è “decisa a continuare”. Racconta che i membri della Hisba, polizia religiosa, l’hanno affrontata molte volte, “ma quando li ho informati che insegno il Corano hanno smesso e mi hanno proposto di lavorare con loro ma io mi sono rifiutata, anche se ho bisogno di soldi, perché non voglio prendere parte al crimine che commette lo Stato Islamico a spese dei nostri bambini inculcando loro concetti retrogradi e idee estremiste”.

 

Le case si trasformano in laboratori

Le storie delle donne di Raqqa si somigliano e s’intrecciano tra loro, ma tutte quelle che hanno parlato con Enab Baladi sono decise a perseverare e affrontare qualsiasi conseguenza pur di rimanere in città, anche se, come raccontano, i bombardamenti dei quartieri sono incessanti e molti sono i pericoli della convivenza con membri/appartenenti allo Stato Islamico e con le loro leggi radicali.

Nuria, una ragazza che fa la sarta e vende vestiti da donna nella strada Saif al Dawla, gira per le case di Raqqa quotidianamente, carica di merce, un po’ fabbricata da lei e un po’ acquistata per essere rivenduta. Afferma che “il bisogno di soldi ha spinto molte donne di Raqqa nel mercato del lavoro”. Valuta che donne e ragazze della città costituiscono una percentuale “non trascurabile” nel mercato del lavoro all’interno di Raqqa, e anche se invisibile, avviene in “diverse forme e attraverso molteplici mezzi". Nuria ha perso suo marito da tre anni nelle campagne di Dayr az-Zawr, da quel momento vive con i suoi quattro figli. Racconta che la sua casa si è trasformata in un laboratorio dove confeziona nastri per capelli, cuce vestiti nuovi e ne rammenda di vecchi.

"Le nostre rendite si sono ridotte e molte case si sono trasformate in laboratori per cucire o per produrre formaggio, margarina, sottaceti, marmellate e altri prodotti che possono essere preparati a casa e poi venduti".

I figli l’hanno soprannominata "Umm ‘Ali", a indicare il carattere forte. Nuria spiega che "l'ideologia dello Stato Islamico, che pregiudica l’essere donna, non ne ha condizionato la tenacia, considerato che le donne mediorientali sono pilastri della società e questa è una realtà che nessuna organizzazione o ideologia può cancellare". E conclude: "Forse sono riusciti a nasconderci dietro queste tende nere, a imprigionarci dentro le case, ma non sono riusciti ad abbattere il nostro morale e a impadronirsi della nostra forza di volontà. Noi amiamo ancora la vita e il lavoro".
Le donne e i ragazzi di Raqqa, città descritta come "la più radicalizzata, ma che ancora resiste", hanno dato prova del loro punto di vista attraverso un video trapelato sul sito svedese Expressen il 13/03/2016, registrato con una telecamera nascosta da due donne che mostrano la vita all’interno della città, "sfidando lo Stato Islamico e ben consapevoli che questo avrebbe messo a rischio le loro vite". Le donne contattate da Enab Baladi lo considerano un passo che dimostra la sfida delle donne di Raqqa e la loro volontà di vivere nonostante l’incombere dello Stato Islamico e i molti diritti che nega loro, tentando di rinchiuderle e di cambiare il loro modo di pensare.

 


 Traduzione dall’arabo di Lea Martinoli

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