Osservatorio sui Balcani: laboratorio culturale sull’"Europa di mezzo" | Marcella Rodino
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Marcella Rodino   
Osservatorio sui Balcani: laboratorio culturale sull’"Europa di mezzo" | Marcella Rodino Osservatorio sui balcani.it è un progetto promosso dalla Fondazione Opera Campana dei Caduti e dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti umani, con il supporto dell'assessorato alla Solidarietà internazionale della Provincia autonoma di Trento e del Comune di Rovereto.
Istituito nel 2000 per rispondere alla domanda di conoscenza e dibattito di persone, associazioni e istituzioni che da anni operavano per la pace e la convivenza nei Balcani, oggi Osservatorio è un laboratorio culturale sull’ Europa di mezzo e offre uno sguardo sui Balcani, la Turchia e il Caucaso.
Interlocutori e utenti sono volontari e professionisti della solidarietà internazionale, docenti e ricercatori, giornalisti, studenti, funzionari di Enti locali, operatori economici, cittadini delle diaspore del sud-est europeo e del Caucaso, turisti e viaggiatori.
E’ un’iniziativa nata durante i cantieri di pace a Venezia nel giugno ‘99 da parte di un gruppo di soggetti della realtà italiana che si era mossa a sostegno delle aree balcaniche coinvolte dalla guerra. Nasce quindi come portale all’inizio del 2001 e oggi si sviluppa attraverso tre siti integrati e complementari: la testata giornalistica registrata nel 2004 “Osservatorio sui Balcani”, “Balcani e cooperazione” nato nel 2006 anche su richiesta del Ministero degli affari esteri, e “Osservatorio Caucaso”, una finestra nata nel 2006 di analisi socio-politica, economica dell’area caucasica. L’aggiornamento è garantito da un gruppo di lavoro a Rovereto di sette persone e da una rete di una trentina di collaboratori stanziali nel Sud-Est Europa, in Turchia e Caucaso. A oggi, i lettori medi giornalieri delle pagine on line del portale sono 4500, e sono più di 5000 gli iscritti alla newsletter settimanale. L’Osservatorio promuove inoltre attività di formazione, divulgazione, approfondimento, quindi produzione di film documentari, materiale audio video, supporti didattici, corsi universitari, eventi pubblici.

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Luca Rastello
Babelmed.net ha incontrato Luca Rastello, direttore responsabile della testata giornalistica Osservatoriosuibalcani.it, giornalista e autore di “La guerra in casa” (Einaudi) e di "Piove all'insù" (Bollati-Boringhieri).
Negli anni ’90 ha partecipato a molte iniziative di aiuto umanitario nelle aree coinvolte dalla guerra nella ex Jugoslavia.

Come nasce la sua collaborazione con l’ Osservatorio sui Balcani ?
Nasce dall’esperienza comune negli anni ’90 in Jugoslavia, dalla cooperazione, dall’incontro con alcune realtà che allora facevano capo a Ics. Giulio Marcon è una figura di riferimento incontrata in quell’ambito, ma anche Michele Nardelli, Mauro Cereghini, Nicole Corritore, Andrea Rossini, persone legate a progetti di cooperazione, con uno stesso sentire. Facendo interventi, che allora si chiamavano umanitari, ci siamo accorti in tanti delle contraddizioni che si aprivano, molte di più e forse più gravi di quelle che si chiudevano con l’intervento emergenziale. Io ho avuto il privilegio di dare presto voce a queste perplessità con la pubblicazione del libro “La guerra in casa” che è diventato uno strumento di comunicazione tra noi. E’ stato uno dei motivi che mi hanno ulteriormente legato a questo gruppo, spesso fonte indispensabile per portare avanti il mio lavoro.

Qual era il vostro sentire comune?
Negli anni ‘90 ci ponevamo il problema di quale potesse essere una cooperazione sostenibile, cioè dove l’intervento animato da buona volontà di cooperanti e volontari non crei più contraddizioni di quante ne risolva. Il caso del Kosovo è il momento di presa di coscienza: si è visto come l’intervento umanitario in larghissima parte si sia risolto in un condizionamento dell’economia in grado di dominare e controllare lo sviluppo del Paese e metterlo al servizio di scelte politiche fatte all’estero. Paradossalmente, gli obiettivi che non sono stati raggiunti dai militari, di fare del Kosovo un protettorato europeo e occidentale, sono stati raggiunti dalla cooperazione.
La guerra oggi non ha più i due obiettivi tradizionali di conquista del territorio e di amministrazione di una società conquistata. La guerra si risolve in una “proiezione di potenza”, come la chiamano gli strateghi, molto lontano dall’origine di questa proiezione. Tra gli elementi di questo modello si trovano i moltiplicatori di potenza, quei fattori che riescono ad aumentarne l’efficacia. Ce ne sono di propaganda, culturali, militari e anche la cooperazione rischia di diventare un moltiplicatore di potenza. Abbiamo visto negli anni ’90 come in larga parte gli interventi di cooperazione vengano decisi molto lontano dal territorio, in base a finanziamenti non orientati ai bisogni perché definiti a Bruxelles, a Milano, a Londra, e non a Boroma o Pristina. Questo è uno degli elementi del problema della sostenibilità della cooperazione: partire dalle risorse del territorio, dalla loro valorizzazione.

L’ Osservatorio sui Balcani quale obiettivo si poneva in questo contesto?
Questo sentire comune, che era un sentire critico, partiva da due consapevolezze politiche: la possibilità concreta di diventare un soggetto politicamente competente, un interlocutore critico abbastanza imbarazzante. Nel 2001 a Genova si vide un cambiamento di paradigma: il privato sociale, il terzo settore, le Ong erano state coccolate ed esaltate nel corso degli anni ’90, ma nel momento in cui queste si confrontano con modelli diversi, come quello del forum di Porto Alegre, vengono attaccate duramente. In quel periodo per questo mondo sembrava esistesse la possibilità di fare un’opposizione meno ridicola di quella della società politica.
Dall’altro, operando in territori di crisi, emergeva molto di più dal malato sistema di informazione italiano (di cui io faccio parte) l’interconnessione delle dinamiche politiche ed economiche che coinvolgono noi e la nostra società con i fenomeni globali. Ci si accorse di possedere un potenziale di lettura politica altissimo. Importante e fondamentale era capire quali fossero le aree in cui si decidevano le sorti politiche anche del nostro Paese, almeno quelle più immediatamente rilevanti per noi.

Quindi?
Si trattava con l’Osservatorio di dare servizi alla cooperazione, di dare supporto, contatti, collegamenti, rete a tutti coloro che volevano intervenire con progetti nell’area dei Balcani, Albania, Romania, Bulgaria e Turchia, che in qualche modo fossero affini a questa impostazione critica dell’aiuto. Questo era impossibile senza prevedere anche uno strumento informativo forte, radicato nei territori dove si interviene. Quindi la prima preoccupazione della redazione era di utilizzare tutti i contatti e conoscenze raccolti sul campo per creare una rete di informatori e interpreti, capaci di dare un’analisi della società. E’ stato un lavoro grandioso che ha fatto la redazione.

Com’è avvenuta la scelta delle aree di interesse dell’Osservatorio?
I Balcani rimangono il luogo di contraddizione acuta nel cuore dell’Europa che più ci riguarda. Storicamente sono stati – e questo non viene sempre detto – l’area di spionaggio destinata dalla Nato all’Italia, quindi ci riguardano anche militarmente. Altro aspetto è quello dell’allargamento all’Ue con tutte le contraddizioni relative alla retorica che lo lega alla questione dei diritti umani. Con l’esplodere della crisi degli approvvigionamenti di energia, un Osservatorio chiuso ai Balcani iniziava ad avere un senso abbastanza asfittico. Il problema era almeno circondare il Mar Nero, iniziare a ragionare in termini di Eurasia, sia considerando in prospettiva l’importanza strategica della Turchia, sia quello che succede nel Caucaso, la linea di frattura vera fra Europa e altro dall’Europa, e soprattutto il luogo dove oggi si giocano più che mai le partite legate all’espansione della Nato e al controllo strategico. E così nel 2006 l’Osservatorio rapidamente trovò nell’area caucasica le reti nell’informazione indipendente, nei servizi alla cooperazione, a volte anche nelle istituzioni dove il suo vaglio critico risultava soddisfacente.

Cosa ci puoi dire sulla crisi attuale in Caucaso?
La mia idea è che stiamo vivendo l’onda lunga della cosiddetta dottrina Clinton, che consisteva nel creare due linee di approvvigionamento energetico in grado di prendere le grandi risorse caspiane evitando il territorio russo. Questo iniziò sotto Clinton con i progetti dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che continuava attraverso il Blue Stream sotto il Mar Nero, lungo il corridoio 8 nei bassi Balcani e attraverso quell’altro maledetto corridoio che doveva sbucare nell’Oceano Indiano, a sud passando attraverso l’Afghanistan. Legato a questo orizzonte c’era quello dell’allargamento dell’influenza politica strategica occidentale in un mondo diventato monopolare e quindi l’espansione della Nato attraverso l’Ue, l’accordo con la Turchia che dialoga per ragioni di investimento economico e anche linguistico con i Paesi ex sovietici nati dopo il ’91 in Asia Centrale e nella zona caucasica, dall’Azerbaijan sino al Kazakistan. Paesi questi turcofoni e con risorse formidabili, soprattutto in termini di gas, ma anche petrolio, papavero e acqua. Sono tutte pedine importantissime per l’accerchiamento dell’Afghanistan, per la realizzazione di basi.
La diplomazia occidentale è stata molto aggressiva da Clinton in poi in quell’area e la posizione russa ha raggiunto un alto grado di crisi. Nel momento in cui i missili dello scudo spaziale venivano messi in Georgia, in Polonia, in Ucraina e quest’ultima chiedeva di entrare nella Nato, i russi si sono trovati accerchiati e impotenti. L’opinione pubblica interna è stata profondamente influenzata dai nazionalisti ed era necessario dare un segnale forte.

Come entra la Turchia tra le aree di interesse e analisi dell’Osservatorio?

La Turchia è rientrata tra le aree di analisi dell’Osservatorio sin dal 2004.
La Turchia è il secondo esercito della Nato. Causa la sua inimicizia con la Grecia, è il principale interlocutore dei Paesi balcanici che non si schierano sull’asse iper-ortodosso Grecia-Serbia, acquisendo una forte influenza diplomatica. Non a caso furono mandati i turchi a schierare i caschi blu quando ci fu la crisi dei Mujaheddin. La Turchia ha investito inoltre su tutta la costa europea del Mar Caspio: in Daghestan le aziende edilizie e le industrie sono tutte a capitale turco. Il Daghestan è turcofono ed è una Repubblica della Federazione russa. L’Azerbaijan è considerato Turchia: se chiedi a un armeno cos’è l’Azerbaijan, ti dice che è la Turchia dell’Est. Le Repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale sono turcofone e hanno relazioni di scambio economico privilegiate con la Turchia. Insomma, la Turchia è il ponte fondamentale per l’Occidente o per chi ha buoni rapporti con il Paese, per entrare nelle aree di sviluppo dell’ex Unione Sovietica ancora in trasformazione. La Turchia è l’agente fondamentale nella ridefinizione degli equilibri mondiali: quando si deciderà chi venderà l’energia occidentale alla Russia, credo che la Turchia avrà un posto privilegiato al tavolo delle trattative.

E l’entrata della Turchia in Europa cosa comporterebbe?
Io non la vedrei che positiva. Darebbe all’Europa una soggettività forte nei rapporti con il suo Oriente, con il Caucaso, con l’Asia, ecc. Ma ci vorrebbe una Turchia titolare a pieno titolo in Europa. Questo attualmente, per ragioni culturali e simboliche, mi sembra abbastanza utopistico. Purtroppo quello che sembrava molto opportuno agli inizi degli anni ’90, cioè dare una connotazione antropologica e religiosa alle crisi del mondo, ora si sta ritorcendo contro di noi. Rimane un grande problema annettere alla cabina di regia in Europa un paese islamico. Ma la Turchia rimane, dal punto di vista democratico, un modello da invidiare e da imitare, dove il Consiglio superiore dello Stato ha il potere di mettere in stato di accusa il partito di governo per un eccesso di fondamentalismo religioso.

Marcella Rodino
(29/09/2008)

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