Rom: la persecuzione consentita | Cristina Artoni
Rom: la persecuzione consentita Stampa
Cristina Artoni   
«Il Comune ha emesso l'ordinanza per la pulizia e la messa in sicurezza, con recinzione e vigilanza 24 ore su 24, dell'area di via Bovisasca.
L'ordinanza è stata notificata alla Società Milano Santa Giulia che ha in carico l'area ex Montedison e che dovrà intervenire entro 7 giorni». Siamo a fine marzo quando viene redatta, fredda e diretta, l’ordinanza sul campo nomadi di via Bovisasca di Milano.
Rom: la persecuzione consentita | Cristina Artoni
Lo sgombero del campo rom di via Bovisasca (Olycom)
È solo uno dei provvedimenti delle decine ai quali le amministrazioni locali italiane ci hanno abituato subito dopo le elezioni vinte dal centrodestra.
Alcuni casi di cronaca nera hanno autorizzato i sindaci, su spinta del governo, a dare il via ad una persecuzione senza precedenti nelle democrazie europee nei confronti di una popolazione intera. In Italia i nomadi sono improvvisamente diventati l’obiettivo da colpire. Agli interventi della forza pubblica è seguita una campagna stampa quasi corale. Il termine “sgombero” negli articoli è stato sostituito da quello di “bonifica”. Le parole “delinquenza” e “carenza di igiene” sono sempre associate alla presenza di comunità nomadi in un quartiere o zona.
Le circa 170 mila persone di etnia Rom e Sinti, nel nostro paese sono diventate sinonimo di pericolo. In Spagna i nomadi sono 800 mila e in Francia almeno 400 mila. In Europa sono complessivamente dai 9 ai 12 milioni e rappresentano la minoranza più numerosa del continente. Composta da diversi gruppi etnici e sottogruppi, ma unita dalla lingua romanés, la popolazione nomade è anche da sempre quella più discriminata.
Il campo di via Bovisasca di Milano era il più grande della città.
Dalla scorsa estate, diverse famiglie, molte delle quali di origine romena, provenienti dai campi sgomberati della zona dei cavalcavia nel nord est della città e dalle ex aree industriali della Falk di Sesto S. Giovanni, si erano unite al gruppo di Rom presenti nell’area da diverso tempo, e avevano cominciato a costruire le loro abitazioni sul terreno occupato fino a trent’anni fa dagli stabilimenti della Montedison.
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Lo sgombero del campo rom di via Bovisasca (Emblema)
Il campo è diventato così il rifugio per circa 600 persone. Ma si trattava di un rifugio avvelenato, considerato che l’ex multinazionale ha lasciato rifiuti industriali con valori di 200 volte superiori al consentito secondo i rilievi dell’Agenzia Regionale Prevenzione e Ambiente (Arpa).
Da mesi le associazioni di mediazione culturale stavano collaborando per trovare una soluzione abitativa per le famiglie del campo. Il primo aprile, dopo gli “alleggerimenti progressivi” realizzati in diversi momenti e in diverse fasce dell’area, le ruspe sono entrate nel campo, per lo sgombero definitivo. Centinaia di persone sono state allontanate dal campo senza sapere dove andare. Dopo anni di disinteresse da parte del Comune, per l’amministrazione è diventato urgente liberare l’area. Un’accelerazione improvvisa che si spiega con il progetto Expo, che trasformerà Milano da qui al 2015: “Stiamo parlando di un'area destinata a ospitare una funzione strategica per la città – ha dichiarato l'assessore del Comune di Milano Carlo Masseroli riferendosi a via Bovisasca - Alla Bovisa sorgerà infatti un parco scientifico e tecnologico.”
Ma l’ondata repressiva contro la popolazione Rom non si è limitata agli sgomberi. Il governo a giugno ha dato il via ad uno dei provvedimenti più palesemente razzisti: le schedature di tutti gli abitanti dei campi nomadi, in aree autorizzate e non.
Così nei campi dove il rumore dei generatori per l’elettricità fa da sottofondo sono sbarcati come degli extraterrestri i furgoni della scientifica per le schedature. Il Ministero degli Interni, nel giustificare il provvedimento, ha sostenuto la necessità di controllare le presenze sul territorio. Una spiegazione che crolla quando ad essere schedate sono famiglie che vivono in Italia da decenni.
Rom: la persecuzione consentita | Cristina ArtoniÈ il caso del campo nomadi autorizzato di Milano-Rogoredo, un’area incastrata tra la tangenziale est e la ferrovia. Con i cavi dell'alta tensione in vista, il campo è composto da quattro casette di legno, il resto da roulotte e baracche. Tra le abitazioni meno precarie c’è la casa della famiglia Bezzecchi, arrivata in Italia dalla Slovenia nel 1943 e qui, tra un campo e l'altro, giunti alla quinta generazione. Sono circa quaranta persone e sono state obbligate a sfilare uno per uno davanti a polizia, carabinieri e vigili urbani per declinare nome, cognome, generalità, stato civile. Ognuno ha mostrato il documento d’ identità e ad ognuno è stata fatta la fotocopia.
Giorgio Bezzecchi, 47 anni, ragioniere, uno dei cinque figli di Goffredo, vicepresidente dell'Opera nomadi della Lombardia, fino all’anno scorso responsabile dell'Ufficio nomadi del Comune e adesso ricercatore presso l'università, si fa forza nel raccontare dei gesti che feriscono: "Sono arrivati alle cinque e mezzo - racconta Giorgio - hanno circondato il campo, lo hanno illuminato, sono venuti casa per casa, roulotte per roulotte, ci hanno svegliato, ci hanno fatto uscire, hanno fotografato le case e poi i nostri documenti. Hanno finito intorno alle sette e mezzo. Io credo - aggiunge Bezzecchi - che tutti debbano sapere e capire cosa sta succedendo: sono italiano, sono cristiano e sono stato schedato in base alla mia razza. Rimanere in silenzio oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani".
Tutto questo avveniva nel consenso quasi generale lo scorso giugno.
Anche l’Unione Europea che in un primo tempo aveva protestato, ha ritirato le critiche dopo le spiegazioni del Viminale a Bruxelles.

Sono tre le città che sono state messe al setaccio: Milano, Roma e Napoli, con un finanziamento di tre milioni di euro per realizzare i controlli. Il 15 ottobre il Ministero degli Interni ha diffuso i dati delle schedature realizzate: 167 campi, dei quali 124 abusivi e 43 autorizzati. Sono state censite 12.346 persone, di cui 5.436 minori. Il governo ha poi annunciato che in un anno verranno costruiti dei campi attrezzati per coloro che hanno il diritto di rimanere in Italia. Su quanti siano coloro che possono rimanere indenni dalle legge Bossi-Fini non è ancora chiaro. Certo è che l’ondata repressiva ha già provocato un panico silenzioso, sfuggito quasi completamente dai nostri media: ben 12 mila persone, tra rom e rumeni, secondo lo stesso Ministro dell’Interno Maroni “si sono allontanate volontariamente dall’Italia in direzione Spagna, Francia e Svizzera.”
Rom: la persecuzione consentita | Cristina ArtoniÈ il termine “volontariamente” che stride nel racconto dalle antiche sale del Viminale. Tornano così nella mente, come in un flashback, le parole di pochi mesi prima di Giorgio Bezzecchi: “Sessanta anni fa, usciva la rivista "La difesa della razza" di Guido Landra, furono approvate le prime leggi razziali, poi i primi rastrellamenti. Mio nonno fu portato a Birkenau ed è uscito dal camino... Mio padre fu portato a Tossicia ed è tornato indietro. Stamani lo hanno svegliato all'alba e lo hanno messo in fila. Io oggi, italiano e sinti, dico vergogna".
Cristina Artoni
(14/11/2008)



Questo articolo fa parte di una serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. È stato redatto nell’ambito del progetto DARMED , realizzato dal Cospe e sostenuto dall’ UE .

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    "Preventing Violent Radicalisation 2007"

"Con il sostegno finanziario del Programma Preventing Violent Radicalisation
Commissione Europea - DG Giustizia, Libertà e Sicurezza" 

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