A proposito della parola negro | Carla Reschia
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Carla Reschia   
A proposito della parola negro | Carla Reschia
Barak Obama
“Abbronzato”, termine salito alla ribalta per le recenti esternazioni del premier sul neo presidente statunitense, in definitiva non è peggio del “moretto”, in genere e per esteso “uè moretto” che a volte risuona nei locali milanesi per richiamare l’attenzione di un venditore ambulante o al contrario per respingerlo. Il “moretto” a volte è africano, talaltra arriva magari dal Bangladesh, ma che importa. Entrambi i termini però, nel loro essere fintamente elogiativi o affettuosi, sono infinitamente più ipocriti dello schietto e dialettale “negher” che gli anziani ignari del politicamente corretto usano spensieratamente, in genere per indicare qualsiasi straniero di pelle scura.

Del resto Berlusconi, con il suo istinto di animale da palcoscenico ha eclissato altre perle nazionali. Calderoli, ad esempio, che di Obama ha detto: «Non me ne frega assolutamente niente. Basta che sia bravo. È come per le donne: essere donna o negro non conta, non devono essere lì solo per questo». O Forattini che da gran signore ha pubblicato sul Quotidiano Nazionale una vignetta che ritrae Bush mentre si rivolge alla statua della libertà che, in un letto di ospedale, tiene in braccio un neonato di colore. «Sciagurata! M’hai tradito col maggiordomo negro». E, per non fermarsi all’Italia, in Francia il Ministro degli Esteri, il socialista Bernard Kouchner, ha parlato, con assai meno risalto mediatico, di un presidente "plus coloré que d'habitude", ossia "più colorato del solito".

In realtà il tema della definizione dell’”altro” meriterebbe un libro, perché la pulsione ad apostrofare per incarnato o colorito è antica quanto il razzismo. Ci sono stati i “musi gialli” del tempo di guerra e, a ben guardare anche il termine pellerossa, che i nativi americani non a caso non amano, nasce dalla stessa logica. Ma i capolavori dell’arte classificatoria per colore di epidermide sono stati raggiunti in America ai tempi dello schiavismo. Una terminologia molto più articolata dello sbrigativo “nigger” che poi, in epoca di rivendicazione dei loro diritti, i neri americani hanno imparato a usare per se stessi con irrisoria autoironia. Perché, benché divisi dal rapporto schiavo-padrone, bianchi e neri talvolta si mescolavano dando origine a tutta una gamma di colorazioni intermedie che richiedevano un nome. Negli Stati Uniti, soprattutto ma non solo in quelli del Sud, chi nasceva da un genitore di colore e da uno di “razza bianca” era detto “mulatto” se la commistione di sangue era al 50 per cento. La questione tuttavia si complicava con il proseguire della discendenza. Quadroon e octoroon erano detti rispettivamente chi avesse un nonno su quattro o un bisnonno su otto con sangue africano nelle vene. Per africano, è bene precisarlo, si intendeva generalmente un individuo originario dell’Africa subsahariana. Chi era di origine maghrebina veniva invece classificato come arabo, indipendentemente dal colore della pelle. Ma non ci si fermava ai bisnonni: quintroon indicava chi aveva antenati neri risalenti a cinque generazioni. In alternativa si diceva hexadecaroon, per indicare la presenza di un sedicesimo di sangue negro.

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Moses Ochonu
Tanta pignoleria si può riscontrare, nazisti a parte, solo tra gli spagnoli insediati in Centro e Sud America. Nel rigido e complesso sistema di caste messo a punto per stabilire gerarchie e conseguenti diritti c’erano i “mestizos”, figli di una unione tra un europeo e un’amerindia (il contrario come si può immaginare era assai difficile). Ma c’erano anche i “castizos”, per tre quarti europei e per un quarto amerindi altrimenti detti cuarteròn de indio e, al loro opposto, i “cholo”, per un quarto europei e per tre quarti indigeni. La classificazione completa comprendeva una ventina di tipologie diverse e distinte in base alla sfumatura di colore dell’epidermide. Zambo erano invece definiti i nati da un’unione fra le due categorie paria: amerindi e schiavi africani. Cambujo se la percentuale non era fifthy/fifthy.
Dal mondo arabo arriva la voce di al Qaeda che, per bocca di Al Zawihiri definisce Obama Abeed al-beit, ovvero domestico nero. Anzi alla lettera “schiavo di casa”. Ed è uno studioso nigeriano che vive e insegna negli Usa, Moses Ochonu, a rilevare che “il razzismo arabo è così profondamente inscritto nella struttura semantica del linguaggio che a tutt’oggi, il termine generico per un nero è il prefisso abd, che si può tradurre come schiavo (lo stesso che si riscontra nel nome Abd-Allah, servo di Allah)”.
Del resto, non si dice forse: lavorare come un negro?

Carla Reschia
(03/12/2008)


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