Il Mediterraneo e la sua… “radice” araba | Enrico Galoppini
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Enrico Galoppini   
Il Mediterraneo e la sua… “radice” araba | Enrico GaloppiniA volte ci si dimentica che la traduzione di una parola da una lingua all’altra non implica necessariamente un passaggio automatico ed in blocco di tutto quel caleidoscopio d’immagini che un certo vocabolo evoca in chi lo utilizza abitualmente. In ciò entra in ballo l’etimologia, ma anche la storia e l’ambiente così come vien plasmato dalle civiltà hanno la loro parte.
La parola “mediterraneo” indica in italiano “ciò che sta in mezzo alle terre”, senza specificarne il numero. Ma in un primo momento, se si pensa al “mar Mediterraneo”, la percezione immediata che si ha – probabilmente influenzata dalle cronache degli sbarchi di persone dal “sud del mondo” - è quella di una superficie marina che si estende tra l’Europa e l’Africa, tra le “due sponde” settentrionale e meridionale.
Tuttavia, a pensarci bene, c’è almeno una terza “sponda”, quella asiatica siro-libanese e della “Terrasanta”, a ricordarci che il Mediterraneo bagna le coste di tre continenti: Europa, Africa e Asia. Ecco così che comincia a delinearsi la natura di quello che è uno dei più grandi mari del mondo: quella di crocevia della massa di terre emerse che forma il cosiddetto “vecchio mondo”.

A questo mare i romani dettero il nome di “Mare Nostrum”. Essi ne fecero un ‘lago romano’, fondamentale nella gestione delle correnti dei traffici commerciali da un paese all’altro del loro vasto e florido Impero (l’Africa ne era il “granaio”). Gli arabi, all’epoca, non erano ‘entrati nella storia’, e per loro quel mare continuò ad essere semplicemente il “Mare Romano” ( al-Bahr ar-Rûmî ) o il “Mar Siriaco” ( al-Bahr ash-Shâmî ), poiché gli arabi preislamici delle città carovaniere dello Hijâz, dediti ad un commercio che raggiungeva Gaza e Damasco, già conoscevano le coste orientali di questo mare.
La percezione di qualcosa di più complesso dovette arrivare allorché le armate arabo-musulmane, nel VII secolo, fecero la loro comparsa sulla costa nordafricana per poi intraprendere una manovra a tenaglia verso l’Europa (Penisola iberica, da un lato, Bisanzio, dall’altro). Quel mare che ancora garantiva il persistere d’una civiltà fondamentalmente romana (Pirenne) venne a dividersi in aree civilizzazionali distinte, in specie dopo la presa araba della Sicilia. Si ebbero così quella romano-germanica, in piena decadenza economica e culturale, quella bizantina, che pur ridimensionata continuava la tradizione imperiale, e quella arabo-musulmana, che nel IX secolo avrebbe toccato l’apogeo. Adesso, anche per i sudditi del califfo di Baghdad quel mare era il “Mediterraneo”.
Sennonché, chiamandolo il “Mare mediano” o “intermedio” ( al-Bahr al-Mutawassit ), non si specificava “tra le terre”. Forse lo si dava per scontato? Fatto sta che nella radice triconsonantica araba wâw-sîn-tâ’ si ritrovano significati che rafforzano ancor più rispetto al nostro “mediterraneo” il concetto d’uno spazio che unisce e mette in contatto. Invece, il trovarsi semplicemente “tra le terre” può anche veicolare, a seconda della fase storica (come in effetti è stato), l’idea d’un qualcosa che sta in mezzo e che separa. Nell’arabo, invece, non c’è spazio per ambiguità di questo tipo, anche se – intendiamoci – mica per questo si vuol dire che gli Stati arabo-musulmani non abbiano mai utilizzato questo mare anche per condurre attacchi e scorrerie ai danni di popolazioni (tipo quelle del sud Italia) che evidentemente non dovevano nutrire troppa voglia di “contatti” con costoro!

Il Mediterraneo e la sua… “radice” araba | Enrico GaloppiniCiò premesso, la lingua araba presenta sotto la stessa radice di mutawassit parole quali wast, wasat, awsat, wasît, wâsita e tawassut . Se le prime tre esprimono inequivocabilmente il concetto di “medianità” ( ash-Sharq al-Awsat : il Medio Oriente, tra un “Vicino” ed un “Estremo”), anche in senso figurato ( khayr al-umûr awsâtu-hâ : in medio stat virtus), le altre introducono l’idea dell’intermediazione e dell’intercessione (non in senso religioso). Un “mettere in contatto” delle persone, quindi, a prescindere dal motivo, nobile o meno... Il wasît è perciò il “mediatore”, anche in senso commerciale, il sensale, il paciere. Una funzione senz’altro utile e benemerita. Meno utile, o meglio utile per chi ne beneficia!, è senz’altro la wâsita (o wasâta ), che di per sé significa “mezzo”, “strumento”, ma che nel linguaggio corrente di persone alla disperata ricerca d’un lavoro o comunque d’un espediente per fregare gli altri in situazioni svantaggiate ha acquisito il senso di ciò che pudicamente vengono chiamati “buoni uffici”: in parole povere la mitica “raccomandazione”! Una raccomandazione, almeno negl’intenti di chi ha sistematizzato la lingua araba, abbastanza ‘innocente’, poiché nelle relative parole arabe non si trova il senso dell’“affidare”, del “dare in custodia” al fine di garantire un favore o una protezione, né il “re-” di “raccomandare” che esprime un’intensità nell’attività mirata a mettere in buona luce presso terzi qualcuno piuttosto che un altro.

A parte questa divagazione tra il serio e il faceto, ricordiamo che anche mutawassit ha tra i suoi significati quello di “mediatore” e di “intermediario”. Quindi, l’idea del mare che mette in comunicazione e consente l’incontro, piuttosto che lo scontro. Tra popoli che non devono forzatamente condividere ogni cosa ed amarsi reciprocamente in tutto e per tutto, ma che almeno possono comprendersi e cooperare perché alla fine conviene a tutti. Ecco una delle funzioni di questo mutawassit-mediatore.

Il Mediterraneo e la sua… “radice” araba | Enrico GaloppiniAd arricchire la questione dal punto di vista linguistico ci si son poi messi i turchi, che coniarono la denominazione “Mare Bianco” ( Akdeniz ), in contrapposizione con “Mar Nero” ( Karadeniz ), a loro familiare dopo che i Selgiuchidi - sbaragliando i bizantini a Manzikert (1071) - ebbero occupato buona parte dell’Anatolia, affacciandosi sulle coste di quel vasto mare interno che comunica col Mediterraneo propriamente detto attraverso lo Stretto dei Dardanelli, il mar di Marmara e il Bosforo. Gli stessi turchi, affidatisi a elementi mediterranei più esperti nella marineria (i corsari “barbareschi”), nel Cinquecento avrebbero ridotto il Mediterraneo ad un vero campo di battaglia per il controllo delle sue piazzeforti (Tunisi, Malta, Cipro ecc.). Solo dagli anni Novanta del secolo scorso, anche per bilanciare l’influenza atlantica penetrata (ironia della sorte!) dallo stretto di Gibilterra ( Jebel Târiq : la montagna di Târiq, il conquistatore berbero di al-Andalus), ci si è messi di nuovo a pensare ad un rinnovato “Mare Nostrum” sotto le insegne del “partenariato euro-mediterraneo” (accordi di Barcellona, 1995). Oggi, sebbene quest’idea di mare inteso come “continente liquido” e “crocevia di civiltà” faccia fatica a diventare realtà a causa dei troppi e contrastanti interessi in gioco, l’importanza d’un discorso che coinvolga tutti i paesi rivieraschi e non solo (a riprova che il Mediterraneo ha delle potenzialità che vanno oltre i suoi confini) va sempre più evidenziandosi presso i decisori e il pubblico che s’informa.
La bandiera della recentissima “Unione per il Mediterraneo” è bianca e blu. Il bianco esprime una “speranza”, il blu il colore del mare. In arabo, integrando la denominazione datagli dai turchi di “Mare Bianco”, questo mare si chiama per esteso “Mar Bianco Mediterraneo” ( al-Bahr al-Abyad al-Mutawassit ). Probabilmente senza volerlo, quest’Unione che è sorta, tra luci ed ombre, il 13 luglio 2008, s’è data un vessillo in cui c’è anche un pizzico di storia degli arabi e dei turchi.
Ma la speranza principale, al di là di tutto, è che alle parole facciano seguito, finalmente, i fatti.

Enrico Galoppini
(05/12/2008)






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