Musei e postcolonialismo, ridare voce ai "subalterni" | Alessandro Rivera Magos
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Alessandro Rivera Magos   
Musei e postcolonialismo, ridare voce ai "subalterni" | Alessandro Rivera Magos“Can the Subaltern speak?”(1) Con questa domanda, nel 1988, Gayatri Chakravory Spivak, membro del collettivo dei Subaltern Sudies che nacque in India negli anni '80, intitolava un suo saggio fondamentale. La domanda divenne manifesto di intenzioni di quel movimento che nasceva con l'obbiettivo di “ridare voce” alla storiografia dei subalterni dell'India coloniale, affiché per la prima volta potessero raccontarsi essi stessi, come soggetto con pieno diritto di parola.

Il 19 Giugno 2009 Atene ha inaugurato il suo nuovo museo dell'Acropoli, uno spazio espositivo all'avanguardia, che si estende per 14 mila metri quadri e sostituisce il vecchio museo, costruito a fine '800. Un impegno considerevole, per rendere alla Grecia uno spazio degno della sua importante tradizione culturale e chiedere con più forza la restituzione delle sculture del Partenone al British Museum di Londra, che ne conserva quasi la metà. L'inadeguatezza del vecchio museo, infatti, è sempre stata una delle principali ragioni del rifiuto di Londra.

La storia dell'acquisizione inglese del Partenone risale all'inizio del XIX secolo, quando l'allora ambasciatore inglese presso l'Impero ottomano, Lord Thomas Bruce Elgin, sottrasse e trasportò in Inghilterra molti elementi dall'Acropoli e dal Partenone con l'idea di utilizzarli per decorare la propria tenuta inglese. Pochi anni dopo riuscì a venderli al suo governo, che li cedette al British Museum. La compravendita avvenne quando la Grecia era un possedimento dell'Impero Ottomano, tanto che all'indomani dell'indipendenza questa cominciò a rivendicarne la restituzione, insieme a buona parte della comunità internazionale nei tempi più recenti.
Da allora il museo inglese ha negato i marmi per le ragioni più disparate e alcune di queste sembrano riportarci direttamente al vecchio discorso coloniale. Suona particolarmente sinistro il commento per cui le lastre del Partenone, che insieme costituiscono un racconto unitario, un discorso compiuto, starebbero meglio frammentate e sparigliate per il mondo, perché il loro potere di fascinazione nei musei internazionali servirebbe a suscitare l'interesse per il mondo classico.

Così i marmi sembrano riconquistare l'esotica funzione di quelle fiere umane inviate in passato, dalle colonie di mezzo mondo, in tournées europee per provocare l'immaginazione della borghesia del vecchio continente. La loro voce originale viene privata del diritto a ricomporsi, a raccontare, e sembra porci ancora davanti alla domanda: il subalterno può parlare?

Iain Chambers, che insegna Studi culturali e postcoloniali all'Università degli studi di Napoli “L'Orientale” e ha pubblicato diversi importanti volumi sulle questioni culturali e postcoloniali, soprattutto nel Mediterraneo, è la persona adatta a cui girare quella famosa domanda.

Prof. Chambers, inanzi tutto, la questione dei “marmi di Elgin” e quelle simili di altri musei nel mondo, hanno davvero a che fare con il discorso postcoloniale?
Queste domande mettono in rilievo soprattutto il senso e il ruolo del museo come istituzione del sapere (e potere) occidentale. Il museo nasce in Occidente contemporaneamente alla elaborazione dello Stato moderno e della sua storia. Nel narrare(2) e promuovere il senso unitario di quella “comunità immaginata”(3) che è la nazione, il museo fornisce lo spazio in cui è messo in scena il senso e la spiegazione del passato custodito nell’attuale autorità dello Stato/nazione.

Musei e postcolonialismo, ridare voce ai "subalterni" | Alessandro Rivera MagosSpesso musei come il British sostengono che questi reperti, in quanto testimoni della storia dell'uomo, non possono essere rivendicati da alcun paese in particolare. Discorso nobile, ma non ha forse il difetto di poter essere fatto da una sola delle due parti?
Si tratta, chiaramente, di discorsi, nonostante una presunta scientificità oggettiva, che non sono mai “neutrali”. La logica stessa svelata nel catalogare, definire, spiegare e “disciplinare” il passato attraverso la raccolta di oggetti della propria e delle altrui culture, fa parte di quella disposizione di potere di un Occidente che si è arrogato il diritto di definire, imporre e sancire la “civiltà” in maniera unilaterale. Sappiamo bene che il mondo-mercato stabilito dalle leggi astratte, e perciò prese per universali, del capitale non è semplicemente un fattore economico. Si tratta, invece, di una configurazione culturale che spiega e giustifica l’appropriazione del resto del pianeta nel nome del progresso della parte più potente di esso.
Le silenziose stanze del British Musem testimoniano un trauma inaudito e di portata mondiale. Il silenzio che avvolge gli oggetti in mostra nell’aura potente della Storia è anche il silenzio delle storie rifiutate, negate ed espulse dalla versione istituzionale del passato, e perciò del presente . In questo senso, il linguaggio e il lessico del museo parla sempre del presente: il museo è sempre il sintomo e lo strumento del potere e alla fine di quello dello Stato, che autorizza la conoscenza del passato-presente. Nell’accettazione foucaultiana dell’intreccio tra sapere e potere dobbiamo vedere nel museo non tanto una macchina propagandistica quanto un’istituzione, apparentemente accademica, scientifica e “neutrale”, in grado di indirizzare il nostro sguardo e disciplinare i nostri sensi in modo da confermare e non disturbare, aldilà di un ristretto dibattito tra “esperti” e addetti ai lavori, lo stato delle cose. Sarebbe in questo scenario che il museo, come istituzione della modernità occidentale, è intrecciato in quella costellazione nazionale, inevitabilmente nazionalistica, sostenuta ieri dal colonialismo e oggi dalla globalizzazione, che pretende di custodire la “storia dell’uomo”.

Alcuni hanno fatto notare il forte simbolismo che sottende la vicenda. Per cui l'Occidente, negando la parola ad Atene, culla di alcuni dei valori che lo hanno costituito e che rivendica come universali, negherebbe voce a se stesso. L'epistemologia del discorso coloniale è davvero in contrasto con quella che invece fonda la cosiddetta cultura occidentale?
Musei e postcolonialismo, ridare voce ai "subalterni" | Alessandro Rivera MagosForse, in fin dei conti, la restituzione dei ‘marmi di Elgin’ alla Grecia, sarebbe più vantaggiosa per una Gran Bretagna abituata a legiferare la storia mondiale e le culture degli altri, che per una Grecia che cerca di custodire la sua narrativa nazionale. Certamente la Grecia dovrebbe riavere i ‘suoi’ marmi, ma sarebbe importante non perdere di vista che si tratta di un litigio all’interno dei rapporti di potere dell’attuale egemonia mondiale. In questa storia la Grecia è subordinata alla Gran Bretagna ma come parte dell’Occidente, e anche come mitico luogo delle sue “origini” non è certamente subalterna a gran parte del resto del pianeta.
Le vere domande che non riescono a uscire qui sono i limiti critici imposti dall’appropriazione del mondo negli spazi museali. Il concetto stesso di museo, la sua raccolta delle ricchezze del passato planetario portato a casa (ogni museo nazionale è diviso in tempi e zone mondiali), dovrebbe essere assoggettato a una rivalutazione postcoloniale; in parole povere, interpellato da domande non autorizzate dall’autorità nazionale e culturale. Il problema critico è quello di rompere la logica stessa della museologia e di riconfigurarla su una mappa che eccede le chiusure richieste e imposte da uno sguardo nazionale quasi esclusivamente occidentale. Sappiamo bene che quando si parla dell’“uomo” e dell’“umano” s’intende per universale qualcosa che è particolare: noi stessi – il soggetto occidentale.

La domanda iniziale di Gayatry Spivak è il nodo, mai completamente sciolto, di tutta la questione postcoloniale. È possibile, dopo l'esperienza coloniale, restituire la parola al Partenone di Atene? Esso può ancora tornare a parlare con la sua voce?
Come minimo, a questo punto, il nuovo museo di Atene, si troverebbe dinanzi al compito non solamente di riprendere i marmi “rubati” da Lord Elgin, ma anche di narrare i loro transiti sulle cartografie sovrapposte fornite dagli imperi britannico e ottomano, dall’egemonia europea vestita di un ellenismo etnicamente “pulito”, nonché le storie complesse, contaminate e creolizzate dei Balcani e del Mediterraneo sia in epoca classica sia in epoca moderna.
Mondializzare il museo in questa maniera, ed esiste qualche tentativo, specialmente nell’area dei musei antropologici nelle ex-colonie, significherebbe trasformare un’istituzione monumentale – l’archivio o la cripta dove si gestisce il passato nazionale e la sua incisione nello spazio globale ¬– in un campo critico, dove diventa possibile raccogliere il senso di essere storicamente e culturalmente ubicati in uno spazio-tempo che non è solamente il nostro da definire e gestire. Sebbene nella poetica, nei linguaggi letterari, nei suoni musicali, nelle firme anonime delle ricette culinarie, esistono delle tracce incise sulla carne del mondo, disseminate nel suo rumore inascoltato, il subalterno, la subalterna, sta aspettando ancora di parlare.


Note:

1) - Spivak G. C., “Can the Subaltern Speak?” in Marxism and the Interpretation of Culture. Eds. Cary Nelson and Lawrence Grossberg, University of Illinois Press, 1988.
2) - Bhabha H., I luoghi della cultura, Meltemi, 2001
3) - Anderson B., Comunità immaginate, Il Manifesto, 1996



Alessandro Rivera Magos
(02/08/2009)