Iain Chambers, le molte voci del Mediterraneo | Herman Bashiron Mendolicchio
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Herman Bashiron Mendolicchio   
Iain Chambers, le molte voci del Mediterraneo | Herman Bashiron MendolicchioIain Chambers insegna Studi Culturali e Postcoloniali presso l’Università Orientale di Napoli. Da molti anni ha scelto il Mediterraneo come oggetto di studio, cercando di far riemergere quelle “storie intrecciate” che da secoli danno forma e movimento a questo immenso territorio fluido.
Per comprendere meglio questo spazio complesso e plurale, la sua metodologia è quella di ascoltare “le molte voci del Mediterraneo”, titolo di un suo saggio pubblicato nel 2007.

Ricomporre il Mediterraneo, recuperando la sua unità e la sua multidimensionalità, significa gettare l’ancora in tutte le sue sponde, attraversare territori, riscoprire storie nascoste, riconoscerne la complessità attivando molteplici dispositivi critici. E significa anche mettere in discussione la costruzione stessa del paradigma occidentale.

Cosa l’ha portata a scegliere il Mediterraneo come oggetto di studio?
Mi sono trovato a Napoli, per ragioni personali, con una formazione in studi culturali dopo una laurea specialistica al Centre for Contemporary Cultural Studies dell’Università di Birmingham. Poi ho continuato a sviluppare questo lavoro nel campo interculturale degli studi postcoloniali che emersero negli anni Novanta. Dopo alcuni decenni ho pensato che sarebbe stato il caso di portare questa prospettiva critica “a casa”, ed elaborarla da Napoli e dalle prospettive incrociate che costruiscono il Mediterraneo di oggi e di ieri.

Cosa rappresenta il Mediterraneo nel contesto geopolitico e socio-culturale attuale?
Penso sia il caso semplicemente di riflettere sul noto argomento delle “origini” dell’Occidente e, scavando in questo archivio che spesso consideriamo omogeneo, far emergere quelle complessità di “territori sovrapposti e storie intrecciate” di cui parlava Edward Said che incidono sulla figurazione del passato e sull’articolazione del presente. Da qui può emergere un altro Mediterraneo, un Mediterraneo multidimensionale e meticcio che sfida l’assetto politico-culturale attuale.

Esaminiamo alcuni elementi come possibili strumenti di conoscenza, incontro e dialogo nel Mediterraneo. Come considera, per esempio, l’arte?
Penso che l’arte fornisca i linguaggi che portano ben aldilà delle logiche conclusive delle scienze sociali e umane; in questo senso diventano essi stessi dei dispositivi critici.

Il viaggio?
Anche il viaggio – aldilà delle storie delle migrazioni che fanno parte, in maniera centrale, della modernità occidentale da vari secoli – è un tema che unisce il senso mutevole della modernità. Dai viaggi della colonizzazione europea al migrante odierno. Sarebbe questa mobilità, che nell’immagine dell’Occidente ha apparentemente mondializzato il mondo, a sprigionare la mobilità di altre storie, di altre culture, e di altri modi per narrare la modernità.

La frontiera?
La frontiera, più di una barriera fisica, rappresenta l’istanza dell’autorità; un’autorità che può punire, ferire e annullare i corpi altrui. Oltre questa logica punitiva, la frontiera si svela anche come una regione labile, porosa: una zona di contatto dove ci si trova tutti esposti ai percorsi di traduzione, dove sia la cultura di chi arriva sia quella che ospita sono modificate, tradotte e trasformate.

La lingua e la traduzione?
La traduzione è il luogo della lingua; non nel senso strettamente linguistico ma nel senso più ampio di una formazione storica e culturale. È il transito della lingua che dissemina i luoghi della traduzione e attribuisce significato. Qui, possiamo finalmente capire la mobilità intrinseca della tradizione come luogo di traduzione: senza l’adattamento continuo ai processi in cui la tradizione è sostenuta, non c’è possibilità di sopravvivere. Ricordo che già Gramsci parlò non dei rapporti tra modernità e tradizioni, ma dei rapporti tra egemonia e culture subalterne.

Internet e le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC)?
Più che di ‘informazione’, che ha la connotazione di ‘messaggi trasparenti’, preferisco parlare dei nuovi media in termini di molteplicità delle possibilità comunicative. Ovviamente, comunicare non significa automaticamente essere capito. Forse sta nella crescente complessità della questione, estesa e sostenuta dalla flessibilità quasi immateriale del web, che sfida il pensiero unico. Se i poteri egemonici diventano ogni giorno sempre più rizomatici, i linguaggi dalla critica devono estendersi su molti fronti introducendo elementi inaspettati dalla logica della trasparenza pretesa dalla comunicazione audiovisiva dominante. Ecco il ruolo dell’arte, come fattore dell’opacità e della libertà custodita nella complessità inconcludente del linguaggio che eccede qualsiasi arresto ‘politico’.

Una geografia plurale composta da persone, luoghi, storie e culture che interagiscono. Qual è, secondo lei, il futuro del Mediterraneo?
Sì, questo dovrebbe essere il futuro del Mediterraneo, com’è stato il suo passato. Comunque, la questione non è solamente politica e collegata al riconoscimento di questa fluidità complessa, ma è soprattutto pedagogica. Si tratta di favorire un apprendimento nel vedere e vivere questa pluralità non come una minaccia ma come uno spazio sperimentale, sempre in via di elaborazione, che ci permette di rielaborare il nostro senso di appartenenza in maniera più libera e democratica.
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Iain Chambers,
Le molte voci del Mediterraneo,
Raffaello Cortina Editore. Milano, 2007.


Herman Bashiron Mendolicchio
(17/04/2010)