Julian de la Serna | Gianluca Solera
Julian de la Serna Stampa
Gianluca Solera   
Julian de la Serna | Gianluca Solera
Julian Assange
Ha un viso così pallido che passa inevitabilmente inosservato al primo sguardo. Un ciuffo di capelli mal curato da ragazzaccio viziato ed annoiato ed una cravatta senza pretese. Né mi ero interessato più di tanto del suo lavoro. Eppure, mentre il cerchio gli si chiudeva lentamente attorno, la simpatia che provavo verso di lui cresceva ineluttabilmente. Quando si tira i capelli all’indietro ricorda Roby, alias Roberto Baggio, indubbiamente il calciatore italiano che più ho amato, anche se quel rigore tirato alto davanti alla porta di Taffarel mi costò una bottiglia di rum e tantissime lacrime. Anche lui, Roby, è un ragazzo dall’espressione modesta e l’aspetto dimesso, quasi volesse chiedere scusa di fronte ad ossessive telecamere sempre in cerca di dio.

Julian Assange ha anche un’altra qualità che amo: è australiano, anzi è del Queensland. Dieci anni fa, mi presi due mesi e, dopo aver partecipato ad una conferenza di studi urbani nella verdissima UQ, l’università di Brisbane, attraversai il Queensland in lungo ed in largo con un zaino ed un abbonamento per gli autobus a lunga percorrenza. A Brisbane, la mattina, si facevano nutrienti colazioni a base di uova e cereali, ed il pomeriggio ci si divertiva a raggiungere il centro della città camminando scalzi sulle corsie erbose che affiancano i marciapiedi. Provai un profondo senso di libertà. Visitai anche Magnetic Island, dove Assange ha passato la sua prima giovinezza. So che non conta assolutamente niente, ma su quell’isola dal nome tanto intrigante gli opossum si accomodano a tavola con te mentre consumi il tuo pranzo, mentre i koala continuano a masticare foglie di eucalipto a dieci metri da terra. Se è vero quanto diceva lo psicologo messicano Santiago Ramírez, che “l’infanzia è destino”, e che si stanno registrando nella memoria da poco sviluppata della persona le esperienze che daranno origine agli atti del futuro, quella terra ha insegnato a Julian l’arte della spontaneità e dell’irriverenza. Julian non è stato l’unico ad impararla. In quel mio viaggio, tramite un amico irlandese presi appuntamento con l’editore di Nexus , una rivista bi-mensile che pubblica notizie soppresse o ignorate dai mezzi di informazione di grande diffusione, e tratta di nuove scoperte scientifiche, misteri e futurologia. Fu un incontro molto particolare, che ebbe luogo a Brisbane, in un caffé molto frequentato. Durante il colloquio, l’editore girava regolarmente lo sguardo attorno a sé per vedere se qualcuno lo stesse osservando. Aveva appena pubblicato materiale sulle sperimentazioni di armi batteriologiche sui soldati americani di stanza nel Golfo, e di armi elettromagnetiche sullo stesso territorio americano. Tranquillizzatevi: non si chiamava Julian Assange.

Certamente, i dispacci dell’amministrazione statunitense sono molto più noiosi dei dossier sulle armi delle forze armate di quel paese. Tuttavia, hanno aperto uno straordinario dibattito globale sulla transparenza dell’azione dei governi di fronte ai propri cittadini e sul diritto a conoscere gli interessi politici o economici che muovono la diplomazia. Questi dispacci rivelano spesso un’altra immagine, diversa da quella offerta dalle rappresentanze istituzionali di molti paesi, e la loro pubblicazione è fonte di preoccupazione per molte cancellerie. Alcune preoccupazioni sono di carattere personale, come i commenti sulle abitudini nottambule del capo di governo della Repubblica italiana. Altre si intrecciano con interessi corporativi sotterranei. Basta a questo proposito sfogliare le pagine dei giornali di tutto il mondo. Per gioco, ho passato in rassegna le edizioni online di qualche giornale del mondo arabo: i dispacci americani hanno creato reazioni e controreazioni per arginare il dibattito pubblico. L’edizione online del giornale libanese Al Akhbar è stata attaccata dagli hackers dopo aver pubblicato dispacci che parlavano delle difficoltà incontrate dalle Nazioni Unite nelle indagini sull’assassinio di Rafiq Hariri, o delle pressioni dell’Arabia saudita per un intervento armato arabo in Libano contro la resistenza sciita nel 2008. Il giornale egiziano Al Masry Al Youm ha addirittura condotto un sondaggio su Wikileaks: la maggioranza dei lettori considera che le rivelazioni di Wikileaks non creeranno una crisi diplomatica. Dall’altra parte del mondo, un altro dispaccio definisce il movimento dei senza terra brasiliani un “ostacolo” alla creazione di una legislazione antiterrorista in Brasile, rivelando le pressioni americane sul governo di Lula per isolare centinaia di migliaia di famiglie contadine che contestano lo strapotere delle multinazionali dell’agrobussiness. Dell’Australia, si dice che il governo dubita degli esiti dell’avventura afgana, ed il ministro degli esteri locale vorrebbe invertire rotta, nonostante i 1500 effettivi orgogliosamente dislocati in quel paludoso terreno di conflitto.

Julian de la Serna | Gianluca SoleraLa vicenda di Wikileaks ha sollecitato la mia fantasia perché il signor Assange è un giornalista beffardo, che per il suo lavoro ha già ricevuto tre premi: il premio per la libertà di espressione della rivista The Economist (2008), il premio di giornalismo di Amnesty International UK (2009), ed il premio Sam Adams per l’integrità nelle attività di informazione e spionaggio, rilasciato dall’omonima fondazione creata da ex-agenti della CIA (2010). Un giornalista che pochi conoscevano fino a qualche anno fa, e attorno al quale ha preso forma l’inquietudine di migliaia, forse milioni di persone sul futuro della democrazia e della libertà di espressione, critica e conoscenza dei poteri che governano le nostre vite. Ed è interessante che questa inquietudine prenda corpo mentre un’altra ci assale: il cambio climatico. Due questioni apparentemente lontane tra loro, ma assolutamente presenti e determinanti per alimentare la speranza esistenziale delle giovani generazioni. Democrazia e ambiente, la parola e l’aria, la libertà e l’armonia. Non possiamo vivere senza di loro, e nessuno può più proclamare di essersele assicurate per sé e per la propria discendenza, se è onesto.

“Those who would give up essential liberty to purchase a little temporary safety, deserve neither liberty nor safety”. “Coloro che sarebbero disposti a rinunciare a libertà imprescindibili pur di conseguire una sicurezza temporanea non meritano né la libertà, né la sicurezza” – scrisse Benjamin Franklin sul libro “Recensione storica della costituzione e del governo della Pennsylvania” (1759).
Esigere beni fondamentali come la libertà di sapere e la libertà di decidere è un atto di pirateria, quando implica la rivelazione di fonti riservate? È un atto di terrore quando implica la pubblicazione della geografia degli interessi di una superpotenza nel mondo? È un atto di tradimento quando rivela i contenuti delle messaggerie che senza mezzi termini misurano gli interessi e le capacità dei personaggi pubblici? O è un atto rivoluzionario? È una domanda troppo difficile e irta di ostacoli, per me.
Posso solo esprimere la certezza che, nonostante le diferenze fisionomiche, quel ragazzo australiano sta diventando il simbolo di un nuovo modo di mettere in discussione lo status quo, un modo coraggioso, travolgente ed irrispettoso. Quel ragazzo sta diventando un simbolo universale di ribellione.
Ernesto Guevara de la Serna venne assassinato all’età di 39 anni, la stessa età che porta Assange mentre è tenuto in cella di isolamento a Londra ed il suo destino non è conosciuto. Ogni ragazzo che si fa uomo deve passare per una prova di fuoco. E se il valore di quell’uomo si misura nelle speranze e nelle illusioni dei molti per un mondo più giusto, speranze ed illusioni che vanno oltre la persona che le incarna, tutti noi ne soffriamo.

Continua in ciò che ritieni giusto, Julian de la Serna!

Gianluca Solera
(15/12/2010)


parole-chiave: