Il sodalizio Berlusconi-Gheddafi  | Cristina Artoni
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Cristina Artoni   
Il sodalizio Berlusconi-Gheddafi  | Cristina ArtoniE’ stato un sodalizio più che una relazione di buon vicinato quello che ha legato, come un filo rosso, Roma e Tripoli. Lo dimostra il tentativo estremo del governo Berlusconi di difendere fino all’ultimo il regime di Gheddafi. Solo dopo una settimana di violenze e la caduta del controllo di buona parte del paese, Roma ha preso le distanze, definendo “sospeso” il trattato di amicizia tra Italia-Libia.
In questione è l’accordo di cooperazione, approvato nel marzo del 2009, che prevedeva diversi impegni, tra cui la realizzazione di «progetti infrastrutturali di base»; il rafforzamento del partenariato nel settore energetico e alcuni contributi per chiudere la dolorosa pagina del colonialismo italiano.
Ma l’accordo ha sempre nascosto qualcosa di molto più insidioso.
Il collante dell’amicizia tra il colonnello libico e il governo italiano è infatti diventato indissolubile sul tema dell’immigrazione. Da anni Muammar Gheddafi gestisce i flussi migratori nel nome dei paesi europei: a volte chiudendo gli accessi dei migranti all’Europa, altre aprendo la strada ad ondate di persone come arma di ricatto.
Sono migliaia le persone finite nelle carceri libiche, sottoposte a trattamenti inumani o degradanti. Per molti la prospettiva è stata tra essere deportati e abbandonati nel deserto o rispediti nei paesi da cui fuggivano: come gli eritrei scappati dalla dittatura di Isaias Aferwerki, sudanesi del Darfur rispediti nella regione in cui hanno rischiato di morire, somali scampati all’eterna guerra.
Durante il governo Prodi, erano già stati stipulati degli accordi bilaterali tra l’Italia e Tripoli per limitare lo sbarco di migranti sulle coste italiane.
Ma con Berlusconi, l’Italia ha compiuto un passo in più: ha individuato in Gheddafi, il gendarme del continente africano, pronto oltre a collaborare per bloccare i flussi migratori, a ricevere gli immigrati espulsi dal territorio europeo. Tanto che, sempre con l’aiuto del governo italiano, il colonnello libico è stato assunto al ruolo di interlocutore affidabile sulla questione immigrazione per l’intera Unione Europea.
La legittimazione di questa politica l’hanno consacrata prima di tutto gli accordi milionari tra il governo Berlusconi e Tripoli che prevedono, tra gli altri punti, l’impegno dell’Italia a pagare al regime di Gheddafi i voli di rimpatrio. A queste operazioni partecipano all’occorrenza anche gli altri paesi europei, sulla base degli immigrati da espellere.
La macchina libica dei rimpatri è ben oliata. Recupera sempre più migranti reduci dall’Europa, di qualsiasi nazionalità, per poi in seguito deportarli al paese di provenienza.
Il sodalizio Berlusconi-Gheddafi  | Cristina ArtoniI dati, anche se parziali raccolti dalle ONG in Libia tra il 2009 e il giugno 2010, sono un esempio significativo. Nel 2009 su 8.369 cittadini del Ciad reclusi nei centri libici, ne sono stati rimpatriati 4.460 nel corso dell’anno. Nel 2010 sono stati deportati altri 3.288.
Altro esempio riguarda i migranti sudanesi. Dei complessivi 1.231 giunti in Libia, nel 2009 ne sono stati deportati 245. L’anno successivo è toccato ad altri 663.
Tripoli è inoltre una sponda preziosa per permettere all’Italia di esercitare i “respingimenti” alle frontiere. Tanto che gli effetti sono immediati: "Grazie alla politica dei respingimenti e agli accordi internazionali"- ha dichiarato Silvio Berlusconi - gli sbarchi in Italia si sono ridotti dell'88%, passando dai 29mila del 2008-2009 ai 3.500 dell'ultimo anno".(1)
L’ “effetto tappo” realizzato con accordi viene segretamente elogiato dalle cancellerie occidentali. Tanto da aprire la strada alla collaborazione di Tripoli con il resto dei paesi europei.
I contorni dei finanziamenti alle espulsioni restano fumosi e i governi europei coinvolti fanno calare un serrato top secret sui documenti che riguardano le deportazioni. Ma è una pratica che funziona e che tutela i governi dalle critiche delle organizzazioni per i diritti umani di fronte a espulsioni di massa.
Ora non è solo a livello bilaterale che si trovano intese, ma è la stessa Unione Europea ad essersi spesa con la Libia per la cooperazione.
Lo scorso ottobre 2010 si erano recati a Tripoli i commissari Ue Cecilia Malmstrom e Stefan Fule per siglare ufficialmente un accordo che offre 60 milioni di euro ''per migliorare le strutture sanitarie, favorire lo sviluppo delle piccole-medie imprese libiche e contribuire alla modernizzazione della pubblica amministrazione libica.”(2)
L’accordo è molto più interessante nei punti successivi, quando si rende esplicita che cosa Bruxelles si aspetta da Tripoli. Il punto 3 prevede: “Gestione efficace dei flussi migratori. (..) e possibile offerta di assistenza per rientri volontari dei clandestini intercettati, riammessi o rispediti dalle autorità libiche”.
Al punto 4 si chiede il “Controllo delle frontiere: rinforzo dei controlli contro gli ingressi irregolari dalle frontiere meridionali della Libia, con condivisione di informazioni e cooperazione per il pattugliamento delle frontiere”.
Tripoli è stato così “promosso” anche da tutti i 27 Paesi UE nel suo ruolo di gendarme.
Il budget, certo è molto inferiore alla richiesta avanzata dal colonnello Gheddafi di “5 miliardi l’anno” per ''fermare definitivamente'' i flussi migratori. Ma i 60 milioni dell’UE sono già una buona posta di partenza. Un chiaro segnale di disponibilità alla trattativa.

Cristina Artoni
(28/02/2011)
1) Fonte Reuters: www.reuters.it ; il 29/9/2010
2) Fonte www.ansamed.info/it/news/MI.XAM56302.html




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