Donne e web nelle rivolte del mondo arabo | Stefanella Campana
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Stefanella Campana   
A Bengasi, la città dei ribelli, le donne per la prima volta sono scese in piazza contro Gheddafi. Quante di loro sono tra gli oltre trenta blogger, attivisti politici e simpatizzanti dell’opposizione, scomparsi in Libia dall’inizio della rivolta, come denuncia Amnesty? In passato, dalla Libia ci arrivavano immagini tragico-comiche delle amazzoni guerriere di Gheddafi ma anche notizie di immigrate violentate nelle prigioni libiche.
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Bengasi

A Deraa, nel sud della Siria, fulcro della rivolta contro il presidente al Assad, un corteo di sole donne, molte con bimbi al braccio, hanno sfilato per gridare la loro rabbia contro l’oppressione e l’uccisione di molti rivoltosi. Non era mai successo prima. Su Facebook si sono viste molte immagini di piazza Tahrir, cuore della rivolta egiziana, con innumerevoli donne dall’aspetto sicuro e coraggioso, velate e non, giovani e meno giovani che invocavano libertà e diritti. Colpiva una ragazza molto bella, vestita di rosso e senza velo, che cantava in arabo: “Io sono libera e la mia parola è libera, io sono la voce di coloro che non si sono sottomessi. Non dimenticate il traditore”. Il nuovo protagonismo delle donne arabe nelle rivolte - sia laiche sia quelle che fanno riferimento all’Islam - hanno scosso Tunisia, Egitto, Libia, ma anche Yemen, Arabia Saudita, Siria. Sono scese in piazza per chiedere un cambiamento sociale e civile, acquistando coraggio e visibilità anche grazie al web. Superano censure, aggirano divieti e riescono a far conoscere al mondo intero i loro messaggi per chiedere dignità, cittadinanza e diritti.
Donne e web nelle rivolte del mondo arabo | Stefanella CampanaSe per il filosofo Baudrillard il virtuale uccide il reale, nel caso di Internet il virtuale ha trasformato la realtà. “Perché stupirsi se sui muri delle città infuocate dalla rivolta si legge ‘thank you Facebook’ e dei genitori egiziani hanno chiamato la loro bimba Facebook”, racconta Loredana Cornero, presidente della Commissione Donne Copeam, in un recente convegno svoltosi a Roma, all’Università Roma Tre, dal titolo significativo “La mimosa e il gelsomino. Le donne e il web nelle piazze del mondo arabo”. Eppure “i principali studi sulla rappresentazione di genere dimostrano che i media della regione euro mediterranea propongono ancora un’immagine stereotipata: madre, moglie, vittima o semplice testimone”, spiega Loredana Cornero che ha promosso diverse iniziative per favorire una diversa presa di coscienza, tra cui un blog di venti donne dell’area euro mediterranea con esperienze di giornalismo e comunicazione.
Proprio i più attenti al fenomeno dei blogger, dei social network nel mondo arabo sono stati presi meno in contropiede di quanti hanno seguito un’informazione più istituzionale per quello che è successo e sta succedendo nel Maghreb e Mashrek. E questo vale anche per il ruolo attivo giocato dalle donne, con una lunga storia alle spalle, come confermano Sondés Ben Khalifa, nota giornalista della Radio Tunisienne e Iman Sabbah di Radionews 24, “se solo l’Occidente si liberasse di molti stereotipi”. D’altronde già un libro tradotto in Italia nel 2004 (Giunti) della sociologa marocchina Fatema Mernissi “Dal deserto al web” evidenziava il ruolo importante di Internet per uscire dall’isolamento. E’ successo anche in queste rivolte: “La conoscenza di Internet e di alcuni ‘trucchi’ tecnici ci hanno permesso di aggirare gli oscuramenti della rete tentati dal regime e di rimanere in contatto con i nostri amici in Egitto”, hanno raccontato al convegno romano due giovani universitarie di famiglie egiziane che sono nate e vivono a Roma, Sara Said e Sabrina Mohamed, col capo coperto e dal piglio spigliato e sicuro: “Non ci riconosciamo nel modello Ruby o nella donna chiusa in casa”, ci tengono a precisare. Ma non avevamo dubbi.

Donne e web nelle rivolte del mondo arabo | Stefanella CampanaLe donne arabe hanno parlato, comunicato e da oggetto sono diventate soggetto ma in modo differenziato. Un’attenta studiosa di quel mondo come Renata Pepicelli, nel suo ultimo libro “Femminismo islamico” (Carocci, 2010) racconta le analisi e le molte battaglie dei movimenti femminili-femministi in tutto il mondo arabo-islamico fin dall’inizio del XX° secolo per chiedere diritti anche in nome dell’islam. “Esplorando i loro siti internet, ho scoperto il grande uso che queste donne fanno della rete e sono entrata nella dimensione transnazionale dell’umma islamica. Alla base di questo movimento vi è l’idea che i percorsi che portano all’emancipazione femminile non debbano necessariamente svilupparsi adottando il modello universalista dell’ideologia femminista occidentale, ma che possano invece realizzarsi attraverso l’accettazione e la reinterpretazione della propria tradizione culturale, in modo riformista e progressista”, scrive Renata Pepicelli. La lettura degli ultimi avvenimenti va fatta con un’attenzione alle differenti realtà, mette in guardia. “In Tunisia, grazie alla riforma del ’56, le donne hanno goduto di maggiori diritti anche per il forte laicismo impresso al Paese da Ben Ali che proprio per questo ha goduto presso l’Occidente di una piena legittimazione politica in quanto ha giocato la “carta-donne” come espressione di democrazia in Tunisia, nonostante la sua dittatura. Oggi le tunisine vogliono di più, anche la piena legittimazione politica. Bisognerà vedere cosa succederà alle prossime elezioni, visto l’attivismo delle donne nei partiti, senza dimenticare che nel Paese ci sono due milioni di blogger”.
In Egitto, per le donne - che hanno dato un grande tributo al cambiamento, anche con decine di vittime – i segnali non sono molto incoraggianti come si è visto in piazza Tahrir al corteo dell’8 Marzo. L’appello a riempire di un milione di manifestanti la piazza non è stato accolto se non da poche migliaia di persone e le donne presenti sono state insultate anche da molti uomini. Succederà come in Algeria, dove dopo le lotte contro il colonialismo le donne sono state rimandate a casa? “Nei momenti rivoluzionari ci si unisce contro un nemico comune poi si torna a dividersi. Persino la scrittrice femminista egiziana Nawal Al Sadawi ha ricucito i rapporti con i Fratelli musulmani contro il comune nemico Mubarak ma poi i contrasti riaffiorano”, sottolinea Pepicelli che si dichiara non pessimista: “I percorsi sono lenti ma molte cose sono cambiate, anche nei partiti islamisti”.
In Egitto la questione della libertà di espressione era complessa anche sotto il regime Mubarak (“tu scrivi quello che vuoi, tanto noi faremo come ci pare”). Basti pensare al fenomeno dei blogger. In Egitto più di 15 milioni di persone, su una popolazione di 80 milioni e un tasso di analfabetismo del 25%, navigano regolarmente anche grazie agli Internet Cafè, come ricorda Carolina Popolani che in Egitto ha girato nel 2009 un documentario “Cairo Downtown” sugli attivisti blogger egiziani. ( www.youtube.com/watch )
In prevalenza i blogger arabi sono giovani e di sesso maschile, una rete organizzata essenzialmente “per paese”, essendo i due “cluster” – o gruppi – principali costituiti dai blogger egiziani e da quelli sauditi. Tra i sottogruppi più importanti in Egitto, quello dei blogger laici e riformisti, affiancato da quello dei blogger affiliati ai Fratelli Musulmani, che è stato il maggior gruppo di opposizione a Mubarak, pur non essendo ufficialmente riconosciuto dal regime. Il gruppo dei blogger egiziani emerge come quello che conta la più alta percentuale di blogger donne.
Donne e web nelle rivolte del mondo arabo | Stefanella Campana
Già leggendo i risultati di un progetto dell’Università di Harvard, “Internet e Democrazia” del 2009 si potevano intuire gli sviluppi attuali. Il suo obiettivo era di esaminare in che modo il web influenza in Medio Oriente le regole democratiche attraverso il suo impatto sulla società civile, sui media, sulla trasparenza della pubblica amministrazione e sullo stato di diritto. Si scopriva così che in generale i temi maggiormente discussi sono legati a questioni locali ed alla vita personale. Non mancano i blogger che trattano temi politici, principalmente relativi ai propri paesi di appartenenza. Risulta così evidente il ruolo importante di Internet nel far emergere i problemi più vicini alla vita quotidiana, il bisogno di trovare ascolto. In altre parole, l’esigenza di una forma di democrazia partecipativa. Un aspetto non di poco conto emerso dallo studio è che i blogger arabi sono estremamente critici nei confronti del terrorismo e degli estremisti violenti. E che l’appoggio ad uno scontro globale violento con l’Occidente è estremamente raro nei blog arabi. Una delle conclusioni chiave è illuminante: “mentre gli studi accademici ed i reportage che si concentrano esclusivamente sul terrorismo e sugli usi terroristici del web possono dare l’impressione che quello terroristico sia un discorso dominante nel web in lingua araba, la realtà è molto diversa, molto più aperta, e molto più orientata a temi di carattere civico, politico e culturale che fa ben sperare in una evoluzione democratica”. Era il 2009. Nel 2011 le speranze stanno diventando realtà.

Stefanella Campana
(14/04/2011)


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