Tra Maometto e Mao | Federica Araco
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Federica Araco   
“Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Kamal Lahbib cita Gramsci per commentare i profondi cambiamenti che attraversano le società arabe contemporanee, frammentate in diverse religioni, etnie, tribù e caratterizzate da una grande complessità politica e ideologica. E spiega: “Da Rabat a Jeddah, nessuna rivolta è uguale all’altra. Sarebbe un grave errore cercare di analizzare il fenomeno dei moti nelle regioni del Maghreb e del Mashrek come se si trattasse di un unico, grande movimento. Alcuni leader, appoggiati dai paesi del Golfo, hanno represso con violenza criminale i manifestanti, la Libia è precipitata in una sanguinosa guerra civile mentre in Tunisia la rivolta è stata più rapida e risolutiva. Il futuro di questi Paesi è ancora incerto, ma nulla sarà più come prima”.

In un contesto così complesso e diversificato tutti i riferimenti ideologici e politici finora validi sono saltati, e ora la dinamica del cambiamento sociale deve trasformarsi altrettanto velocemente. “I movimenti democratici devono ripensare il loro approccio alla politica e alla religione, temi, questi, estremamente attuali, e non solo nel mondo arabo. In Italia, per esempio, il Vaticano continua ad avere un ruolo di primo piano nella scena politica del Paese – osserva Lahbib – e in tutta Europa ci sono chiese luterane forti e influenti, per non parlare degli Stati Uniti, dove ogni discorso politico è a sfondo religioso. In Occidente l’unico esempio di laicità è quello francese, ma ancora oggi tutti guardano al mondo arabo attraverso la lente deformante di questo modello concettuale astratto che si cerca di applicare senza un’analisi accurata dei diversi contesti a cui si fa riferimento. In Marocco, per esempio, il mondo islamico ha al suo interno tre gruppi ben distinti: una frangia salafita estremista, che propone un cambiamento violento del governo, un gruppo moderato e riformista e una parte che rivendica un approccio più laico in linea con la politica della sinistra marocchina sui temi dello stato civile”.

Tra Maometto e Mao | Federica AracoHussein Mahmoud, docente di letteratura italiana all’Università de Il Cairo, guarda la rinascita dell’Islam politico in Egitto con preoccupazione. “Il risveglio religioso degli anni Settanta è stato strumentalizzato e incoraggiato dal presidente Sadat in chiave antisovietica. La sua scelta di allearsi con l’Occidente ha destabilizzato gli equilibri politici e strategici nella regione e, al contempo, ha neutralizzato il proliferare dei movimenti di sinistra nel Paese. Le rivoluzioni in Tunisia ed Egitto non hanno portato a una corrispondente fioritura ideologica: il popolo ha cacciato i dittatori, molte richieste sono state fatte ma non esiste un programma chiaro per raggiungere gli obbiettivi posti. I profeti della rivoluzione sono giovani che non hanno nulla da condividere con gli attuali referenti politici, ormai troppo vecchi. Ma il rischio è che in Egitto si continui a vivere sulla base delle vecchie ideologie, incapaci di coinvolgere i veri fautori delle rivendicazioni sociali che hanno animato le rivolte arabe. Approfittando di questo vuoto ideologico, i movimenti islamici nel Paese sono in rimonta, divisi tra salafiti, jihadisti, Fratelli musulmani e sufi. Anche l’università coranica Al-Azhar, che rappresenta l’Islam moderato ufficiale, svolge un ruolo importante perché forma i nuovi capi religiosi che andranno a ingrossare le fila dei movimenti islamici politicizzati. Dopo la cacciata di Mubarak, il tessuto sociale in Egitto sembra più permeabile alla penetrazione della religione, sia per l’alto tasso di analfabetismo che impedisce la creazione di una coscienza politica critica e democratica, sia per l’elevata percentuale di musulmani che, nel Paese, sono quasi il 90% della popolazione. Con le elezioni autunnali potrebbe formarsi un governo di stampo religioso che difficilmente potrà e vorrà aiutare il movimento rivoluzionario giovanile di Piazza Tahir a formulare una propria ideologia politica. Se l’esito delle consultazioni confermasse questa previsione, a livello geopolitico potrebbe crearsi un pericoloso triangolo islamista tra Iran, Turchia ed Egitto che aumenterebbe le tensioni politiche con Israele ostacolando gli interessi delle potenze occidentali nella regione”.

Mouin Rabbani, analista sul Medio Oriente con base ad Amman, in Giordania, sembra più ottimista a riguardo: “La primavera araba ha liberato forze politiche e sociali che hanno il potenziale per scalzare i movimenti islamisti dalla posizione di principali partiti di opposizione ai regimi autoritari della regione. Ma la grande frammentazione dei movimenti democratici e laici, da un lato, e l’organizzazione dei gruppi islamici, dall’altro, potrebbe rendere particolarmente difficile il processo di democratizzazione in questi Paesi. I gruppi islamisti, inoltre, godono dell’appoggio di poteri esterni, primi fra tutti degli Stati Uniti, che sono alla ricerca di nuove formule per garantire la stabilità nel Medio Oriente. Inoltre, non è detto che la consultazione elettorale porti realmente a un’apertura democratica. Ci sono enormi contraddizioni tra i movimenti politici di sinistra, che sostengono le rivendicazioni sociali e sono a favore di un vero pluralismo nel dibattito politico, e le forze di sicurezza che in molti Paesi, come l’Egitto, esercitano ancora un forte controllo. Non può esserci una transizione rapida e indolore: la società deve sforzarsi per accogliere e permettere il cambiamento”.

Tra Maometto e Mao | Federica AracoL’economista egiziano Samir Amin ha concentrato il suo intervento sull’analisi dei movimenti politici di stampo islamista nel suo Paese, in particolare sui Fratelli musulmani che, ricorda, “hanno condannato le manifestazioni di Piazza Tahir per i primi quattro giorni di mobilitazione. Poi, quando hanno compreso che la rivolta non poteva essere fermata, l’hanno sostenuta”. E precisa: “Il blocco reazionario di stampo islamista è stato appoggiato per decenni dagli Stati Uniti, contrari alla nascita di un Egitto democratico che avrebbe potuto mettere in discussione la loro politica estera e il ruolo di Israele negli equilibri regionali. Anche l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo Persico hanno interesse a sostenere i Fratelli musulmani, che condividono la concezione politica dell’Islam di Riyad. Infine, Israele si oppone alla nascita di un Egitto democratico perché metterebbe in crisi le sue spinte espansionistiche nei territori occupati. Questi tre poteri esterni sostengono l’alleanza che si è creata a Il Cairo tra la giunta militare, che deve controllare il processo di transizione fino alle elezioni di ottobre, e i Fratelli musulmani”.

“Ma nel blocco reazionario – prosegue l’economista – sono confluiti anche i partiti di destra e altri gruppi islamisti, contro i quali sono schierate le forze politiche democratiche dei giovani di Piazza Tahir e della classe media. Non è ancora detto che i Fratelli musulmani otterranno la maggioranza – conclude Amin, con un misto di eccitazione e speranza – la società civile è molto attiva e in fermento, anche se il pericolo c’è, e non dobbiamo dimenticarlo”.

Docente al Sapir College in Israele ed editorialista de il Manifesto, pacifista e attivista per i diritti umani, Zvi Schuldiner nella sua analisi ha messo in evidenza l’impatto delle rivolte egiziana e tunisina sul conflitto tra Israele e Palestina. “Il cambiamento avviato in Egitto – ha spiegato – ha avuto un impatto enorme nel processo di decolonizzazione del Medio Oriente e nella progressiva diminuzione dell’influenza imperialista statunitense nella regione. Ma è importante precisare che non ci sarà nessuna stabilità senza la risoluzione della questione palestinese, che deve passare per la riunificazione del Paese. Uno degli aspetti più innovativi di questa primavera araba è stato senza dubbio la ripoliticizzazione dei giovani, che sono scesi in piazza per inventare un nuovo mondo. È questo che io chiamo ‘politica’”. 


Federica Araco
(22/06/2011






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