Twitter non fa la rivoluzione | Federica Araco
Twitter non fa la rivoluzione Stampa
Federica Araco   
Per la loro struttura aperta e flessibile, i social network permettono di scambiare informazioni in modo veloce e consentono in poche ore a centinaia di persone di mobilitarsi aderendo a una causa comune. “Ma Twitter non fa la rivoluzione”, ha scritto qualche mese fa Malcom Gladwell in un controverso articolo pubblicato sul New Yorker. “Il mondo, dicono, è nel bel mezzo di una rivoluzione – leggiamo nel suo testo – I nuovi strumenti offerti dai social media hanno reinventato la militanza politica.[...] Con Facebook, Twitter e tutto il resto è stato capovolto il rapporto tradizionale tra autorità politica e volontà popolare”. Ma, prosegue Gladwell, “gli innovatori tendono spesso a essere egocentrici e a ricondurre tutti i fatti e le esperienze casuali al loro nuovo modello” che si regge su “legami deboli che raramente portano alla militanza politica ad alto rischio”.
La giornalista e blogger Amira Al Hussaini concorda in parte con questa posizione. Nel suo Paese, il Bahrein, è stata la prima donna ad aver collaborato con un quotidiano anglofono e oggi è redattrice di Global Voices Online in lingua araba. Nel convegno di Roma ha parlato del rapporto tra internet e attivismo con un intervento intitolato “La rivoluzione non passa per Twitter e Facebook” anche se, ammette, “i social network hanno giocato un ruolo importante nelle rivoluzioni arabe”. Ma pensare che la cacciata di Ben Ali e di Mubarak siano il frutto di qualche settimana di mobilitazione è un’assurdità: “La possibilità del popolo di scendere in piazza deriva dal bisogno di sovvertire regimi autoritari e corrotti alimentato da anni di malcontento, sofferenza, censura violenta. Molti attivisti erano da tempo braccati, minacciati, perseguitati e alcuni di loro erano stati arrestati già molte volte prima di scendere in piazza e lottare per liberare il proprio Paese. Internet ha permesso di raccontare al mondo ciò che succedeva attraverso le parole della gente in strada, ma dobbiamo ricordare che molti rivoluzionari erano alle prime armi con i social network, come per esempio in Yemen e Libia, dove i tassi di penetrazione di Internet sono bassissimi (meno del 5%). Inoltre, in alcuni Paesi, come l’Egitto, il governo ha bloccato le comunicazioni via internet, proprio per tentare di sedare la rivolta. Ma è stato inutile”.

Della stessa opinione è l’egiziana Nermeen Edrees, impiegata di banca di giorno, blogger e redattrice di Global Voices on line nel tempo libero: “Molti dicono che la rivolta di Piazza Tahir sia nata nei social network, ma non è così. In realtà affonda le sue radici in un processo di mobilitazione nato nel 1995 e cresciuto in modo inarrestabile durante gli anni duemila, fino all’esplosione del gennaio 2011. Twitter e Facebook sono solo alcuni degli strumenti usati dagli attivisti per velocizzare il processo, ma la maggior parte del lavoro è stata fatta nelle strade e nelle piazze, durante i sit-in di protesta e in occasione delle manifestazioni. Tutti questi eventi sono stati promossi on line, ma prima ancora con il passaparola”.

Twitter non fa la rivoluzione | Federica AracoAnche in Libia il movimento rivoluzionario del 17 febbraio ha radici profonde, spiega il giornalista e attivista per i diritti umani Farid Adly. “Per comprendere l’origine della mobilitazione che sta infiammando il Paese bisogna risalire al massacro nel carcere di Abu Slim dove 1.271 detenuti furono uccisi il 26 giugno 1996 perché chiedevano condizioni di vita migliori e l’accesso a cure mediche adeguate. La sanguinosa rappresaglia fu nascosta all’opinione pubblica e nemmeno i familiari delle vittime furono informati della morte dei loro cari. Il figlio di Gheddafi, Sayf al-Islam, nel 2004 decise di diffondere la notizia proponendo di risolvere la questione con degli indennizzi. Alcuni accettarono il risarcimento, ma molte famiglie rifiutarono e cominciarono a organizzare sit-in e manifestazioni a Bengasi e a Tripoli. Dal 2008, ogni sabato a mezzogiorno decine di madri, mogli, sorelle, figlie delle vittime di Abu Slim si sono riunite a Tripoli per chiedere giustizia e verità sul massacro. Quando scoppiarono i primi scontri in Tunisia ed Egitto, centinaia di manifestanti si sono uniti a loro, grazie anche al passaparola alimentato dai social network”. E i giovani che si sono riversati nelle piazze, spiega Adly, stanno ora creando giornali, radio, blog, web tv per reagire a quarantadue anni di censura spietata e completa manipolazione politica dei mezzi di informazione. “Recentemente è nata Radio Misurata Libera, che durante i giorni dell’assedio della città ha dato alla popolazione e ai guerriglieri le informazioni necessarie per evitare la disfatta. Gli speaker, tutti volontari, sono insegnanti, giovani senza esperienza, studenti universitari, intellettuali, blogger che si battono per la libertà di stampa e alcuni di loro dimostrano già grandi capacità professionali”.

La situazione in Siria è meno chiara, spiega Donatella della Ratta, appena rientrata in Italia da Damasco, dove la repressione di Bashar al-Assad si fa ogni giorno più violenta e sanguinosa. “Le televisioni nazionali non parlano della rivoluzione in atto nel Paese, solo Al Jazeera ne parla. In internet, invece, si assiste a una vera guerriglia tra i diversi schieramenti: su Facebook esistono molti gruppi di sostegno al presidente ma anche moltissimi gruppi che chiedono a gran voce le sue dimissioni. Ma la maggior parte delle proteste di queste ultime settimane è organizzata dalle reti sociali, non in rete. Scendere nelle piazze siriane oggi significa rischiare di essere arrestati, o uccisi. Quasi tutte le manifestazioni sono “flash mob” improvvisati e pacifici, durano 10-15 minuti al massimo e si svolgono di solito il venerdì, l’unico giorno della settimana in cui è possibile riunirsi, in un Paese che ha vissuto per anni nello stato di emergenza. Molto spesso, poi, le donne si riuniscono in casa per sit-in più raccolti, che filmano e diffondono in internet. Pochi giorni fa, in una casa di Damasco, una ventina di donne si sono ritrovate per manifestare insieme dopo la morte di un ragazzo di tredici anni, Hamza Al-Khatib,il cui corpo è stato restituito ai genitori gravemente mutilano dalla polizia ( con viso tumefatto, lividi su tutto il corpo, ferite da arma da fuoco, collo spezzato e sesso mutilato, ndr). Cantando l’inno nazionale siriano, queste madri, mogli, figlie, sorelle tenevano in mano dei cartelli con scritte a favore della libertà e della giustizia. E alcune foto dell’ultimo martire bambino di questa sanguinosa rivolta”.


Federica Araco
(22/06/2011






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