Rivoluzionari VS Facebook | Pepe Egger
Rivoluzionari VS Facebook Stampa
Pepe Egger   
La cronaca della primavera araba continua a parlare di Twitter revolutions, rivolte 2.0, appoggiate, guidate e addirittura create dai social media. Ma questa è una visione parziale, eurocentrica e pericolosa.
Rivoluzionari VS Facebook | Pepe Egger
Facebook graffiti in Tahrir Square, Cairo. Photograph: Peter Macdiarmid/Getty Images Europe

È parziale perché si concentra su un singolo elemento come fosse l’unica spiegazione a tutto, senza avere un panorama completo, fatto di persone vere, dinamiche reali e situazioni realmente esistenti.
Questa fotografia risale all’aprile 2008 ed è stata scattata nella cittadina egiziana di al-Mahalla al-Kubra. I soggetti rappresentati sono gli operai di Ghazl el-Mahalla che il 6 aprile di quell’anno hanno abbandonato i loro attrezzi da lavoro per scendere in piazza. La foto li ritrae mentre denunciano i sostenitori di Mubarak, abbandonati e delusi da migliaia di manifestanti virtuali di Facebook e Twitter.
Rivoluzionari VS Facebook | Pepe Egger
The workers in Mahalla el Ghazl
Nella primavera del 2008 ero al Cairo. Da allora, i lavoratori di Mahalla immortalati in questa foto, scattata da Per Bjoerklund, mi hanno sempre accompagnato. Per me rappresentavano il meglio dell’Egitto di allora. E sono stati il loro coraggio e il loro essersi trasformati in rivoluzionari, a tre anni di distanza, a permettergli di prendere in mano il paese e cacciare Mubarak. Nel 2008 erano stati gli unici a sfidare il regime, abbandonati dal popolo di Facebook. Forse la loro foto ha un così forte impatto perché rappresentavano per me la promessa, o la premonizione, che anche uno stato di polizia come quello di Mubarak può diventare impotente di fronte alla disperazione rivoluzionaria e al coraggio.
Poco prima dello sciopero generale del 6 Aprile, parlare dei nuovi media era di moda: gli operai a Mahalla el Ghazl volevano scioperare contro l’aumento dei prezzi del cibo e gli stipendi bloccati; su internet quest’appello ebbe una gran risonanza fino a trasformarsi in uno “sciopero generale”. Il gruppo di Facebook che promuoveva lo sciopero raggiunse in pochi giorni 70mila membri e sembrava che stesse per succedere una cosa senza precedenti: uno sciopero generale in Egitto? Erano anni che non se ne faceva uno, da quando i sindacati erano stati incorporati nel regime ed erano tenuti sotto schiaffo. Di colpo la rivoluzione sembrava vicina, una finestra aperta sulla libertà. Poi la notizia arrivò al ministero dell’Interno. Alla vigilia dello sciopero, un aspro comunicato del ministro avvertì i manifestanti che non avrebbe tollerato nessuna manifestazione. Naturalmente ci fu il solito dispiegarsi di forze della polizia pronte a reprimere la protesta. Il risultato? Nonostante lo stato di assedio intorno alla fabbrica, gli unici a rispondere all’appello furono gli operai di Mahalla: non c’era nessuno dei loro amici di Facebook. Il regime di certo non tollerò il corteo e cercò di sopprimerlo con la forza e negli scontri morirono un uomo e un bambino.
Probabilmente solo alcuni dei manifestanti avevano un computer o accesso a internet. Lo sconforto, la determinazione e la temerarietà non sono certo frutto del cyberpazio anzi, sono stati proprio i contestatori virtuali gli unici a disertare. Ora, tre anni dopo, milioni di egiziani hanno seguito l’esempio dei lavoratori di Mahalla. Per fortuna non quello degli amicidiFacebook.
Rivoluzionari VS Facebook | Pepe Egger
Slim Amamou / Wael Ghonim

Si può forse avere l’impressione che le rivoluzioni in Tunisia ed Egitto siano il frutto della Twitter generation: le cronache in occidente si basavano su quello che veniva raccontato nei blog, su Twitter e nei video anonimi di youtube. Ma potremmo dire lo stesso se i dittatori dello Yemen e della Siria fossero davvero sconfitti da manifestanti che non usano internet?
O forse gli occidentali sono rimasti incollati davanti agli schermi dei loro computer proprio perché i media davano all’evento quell’unica spiegazione. Vorrebbero forse farci credere che una rivoluzione senza Facebook sia qualcosa di antico, fuori moda, e poco interessante per gli “spettatori” del mondo occidentale? In un paese come lo Yemen, per esempio, la rivoluzione può nascere solo dalla disperazione e dall’audacia, non certo grazie a internet. Forse l’interesse del pubblico europeo e statunitense sta diminuendo non solo perché la primavera araba è entrata nel suo settimo mese, ma anche perché non parla più di noi, in quanto non è più un prodotto scaturito e trasmesso dal nostro mezzo del momento. E se Google non fosse gratis? E se i blogger non appartenessero tutti alla classe media? Un altro esempio di questa eccessiva focalizzazione su se stessi ci è offerto da Julian Assange, che ha detto che le rivoluzioni arabe sarebbero nate proprio grazie a Wikileaks.

Rivoluzionari VS Facebook | Pepe EggerRiguardo a queste “twitter rivoluzioni” arabe, poi, c’è da dire che forse alcuni analisti del fenomeno hanno trovato rassicurante dire che i rivoluzionari in Egitto o altrove fossero amici di Facebook e, quindi, non nemici di Israele, e che è impossibile pensare che utenti di internet così occidentalizzati possano essere anti-europei. Invece sì. Insieme ai loro dittatori, il popolo di turno desiderava la caduta di un intero “sistema”. E questo “sistema” comprende tutto lo scacchiere regionale e internazionale del potere, compresi gli stati amici dell’Europa e degli Stati Uniti e il loro avamposto in Medio Oriente, cioè Israele.

Il coraggio e la disperazione di milioni di persone hanno rovesciato lo status quo. Non certo un gruppo creato su Facebook.


Pepe Egger
Traduzione dall’inglese di Barbara Tresca
(12/07/2011)



parole-chiave: