Come coniugare democrazia, economia e ambiente | Stefanella Campana
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Stefanella Campana   
Come coniugare democrazia, economia e ambiente | Stefanella CampanaIn questi giorni si sono vissuti drammi in diverse parti d’Italia, ferite da precipitazioni devastanti e sempre troppo tardi ci si ricorda degli sfregi al territorio, di piani casa e opere dove regna l’abusivismo e di una cementificazione che stravolge la penisola. Più che mai utile riflettere su come invertire questa tendenza guardando ad orizzonti più larghi, chiamando in causa le responsabilità di tutti, da chi governa a chi deve aiutare l’opinione pubblica a capire la necessità di comportamenti eco sostenibili.. Tutto ciò chiama in causa anche l’informazione. Come è successo per quattro giorni al IX° International Media Forum per la Salvaguardia della Natura su “Media, democrazia e sostenibilità” organizzato a Cuneo da GreenAccord, dove scienziati di fama mondiale, economisti, sociologi, politici hanno evidenziato davanti a una platea di cento giornalisti da 40 Paesi, il pericolo dell'attuale crescente cesura tra i governi e le popolazioni, il divario, sempre in aumento tra ricchezza e povertà, le conseguenze planetarie dell’eccessivo uso delle risorse, dai cambiamenti climatici alla desertificazione, dalle crisi idriche ed alimentari alla scarsità di acqua pulita. Tante le domande, difficili le risposte per trovare soluzioni concrete a una pesante recessione economica, a una grave crisi ecologica, all’aumento del divario tra ricchi e poveri.

Sotto osservazione l’attuale forma di democrazia rappresentativa, non sempre in grado di dare le giuste risposte ai problemi ambientali che affliggono l’umanità. “Ecco perché bisogna ripensare il modello di democrazia, partendo dall’idea forte della partecipazione. Una fetta di cittadini, sempre più ampia, chiede un nuovo modello di sviluppo e pretende dai politici scelte coraggiose e lungimiranti”, ha detto il presidente di Greenaccord, Alfonso Cauteruccio, in apertura dei lavori. La speculazione finanziaria ha sopraffatto l’economia obbligando la politica, per fronteggiare una grave crisi globale, a prendere decisioni il più delle volte in contrasto con i reali bisogni delle persone. E’ tempo di rivedere urgentemente certi modelli. “Non è democrazia un sistema in cui il fatturato di una sola azienda, come la multinazionale americana Wal Mart, nel 2010 è stato di 422 miliardi di dollari, superiore al Prodotto interno lordo di 179 Paesi. Né che questa azienda abbia ottenuto profitti in un solo anno per 16 miliardi, cifra superiore al Pil di 79 Paesi. Senza democratizzazione dell’economia non si potrà avere democratizzazione della politica”, avverte Euclides Mance, filosofo, consulente del governo federale brasiliano sui temi legati allo sviluppo e all’economia solidale e al progetto “fame zero”, fondatore del World Social Forum. “La democrazia non è solo forma ma anche contenuto. Significa garantire il diritto a mangiare, a poter vivere una vita dignitosa, a essere informati correttamente, ad avere un’educazione valida e a vivere in un ambiente sano e non degradato. Ma in quante democrazie avviene davvero questo?” Per Euclides Mance la proposta di un nuovo modello di sviluppo non è emersa né all’interno del mercato né nell’ambito delle istituzioni statali, bensì “nelle reti collaborative che danno voce alle istanze dei cittadini. Una vera e propria rivoluzione, quella delle reti, che sta diffondendo una critica culturale e propone un altro modo di vivere. La loro estensione è essenziale per ridurre il potere delle lobby e dare allo Stato il potere di difendere davvero gli interessi collettivi.”

Questo scenario chiama in causa anche l’economia, la necessità di un cambio di paradigma che può incidere direttamente sul futuro delle popolazioni locali. Luciano Canova, docente di economia comportamentale alla Scuola Mattei di Enicorporateuniversity, esorta ad abbandonare i modelli economici tradizionali perchè “riducono tutto a una dimensione monetaria sottovalutando tutte le altre componenti che determinano la felicità”. Elementi immateriali, come la qualità ambientale o la bellezza di un territorio, eppure determinanti per costruire il benessere di una comunità. Un ribaltamento dei fattori per mettere i valori etici al primo posto. “Per ovviare a questo problema, vanno superate le tradizionali valutazioni ambientali basate sulla mera analisi costi/benefici, che calcolano ex ante il danno di qualcosa che non può essere quantificato. Occorre invece definire criteri etici di gestione di quei beni”.

Pensare al futuro. Lo sfruttamento ineguale delle risorse danneggia i diritti non solo della generazione presente ma anche di chi ancora non è nato. Ecco perché serve una governance mondiale che in modo democratico coordini le politiche ambientali considerando tre problemi: il depauperamento delle risorse, la loro degradazione e il diseguale accesso ad esse. L’ambiente non ha referenti mondiali specifici, come invece accade nel settore economico. Di qui l’idea di Amedeo Postiglione, presidente onorario della Corte di Cassazione e direttore della Fondazione ICEF (International Court of Environmental Foundation), ripresa dal Parlamento europeo, che ha proposto la creazione di due autorità: un’Agenzia mondiale dell’Ambiente presso l’Onu e una vera Corte di Giustizia internazionale che giudichi sui reati ambientali.

Ma per aumentare la partecipazione e il controllo democratico sulle questioni ambientali, molto si può fare anche a partire dal livello locale: “Le istituzioni più vicine ai cittadini sono quelle più facilmente influenzabili dall’opinione pubblica” spiega Robert Engelman, direttore esecutivo del Worldwatch Institute. “Le istituzioni devono avere il senso di responsabilità di rappresentare tutti. Non solo gli elettori ma anche le generazioni future. In modo che tutti possano beneficiare di una governance intelligente delle risorse comuni”. E, a proposito della gestione dei beni comuni, il dibattito più avanzato è probabilmente quello che riguarda la gestione dell’acqua. Come assicurare il controllo democratico su questo bene cruciale è una delle domande che ci si pone a livello globale: “C’è un unico strumento principe che permette la partecipazione dei cittadini sulla gestione delle risorse idriche – spiega Hachmi Kennou, governatore del World Water Council – ed è la governance pubblica di questo bene primario. Sarebbe quindi necessario che in tutto il mondo le autorità locali e regionali si appropriassero di questo potere, per permettere alle popolazioni locali di controllare le attività di gestione anche attraverso i comitati degli utenti e i comitati degli agricoltori”.

I cambiamenti richiesti dalle crisi ecologiche ed economiche impongono scelte difficili, cambiamenti rapidi non solo nelle tecnologie ma anche nelle abitudini e negli stili di vita della gente, che possono a volte risultare impopolari. E la voce dei cittadini, a volte, può essere cruciale per evitare politiche dissennate che possono avere, alla fine, impatti non solo sul futuro di uno Stato ma del mondo intero. Ne sanno qualcosa gli abitanti di Fukushima. “Governo, stampa, agenzie specializzate e scienziati: nessuno ha mai detto a noi cittadini il pericolo che stavamo correndo”, denuncia Tetsuro Akanegakubo, direttore della Scuola Giapponese di Roma. “Se c’è una cosa che abbiamo imparato dall’esplosione della centrale nucleare è che non esiste nulla di assolutamente sicuro. E che il controllo della produzione energetica in poche mani non aiuta la sicurezza. Infatti, dopo la tragedia, abbiamo ripensato il modello energetico. A questo punto è urgente una domanda: le grandi opere sono compatibili con l’ambiente? Da Fukushima alla Val di Susa: “La tratta ad alta velocità che vogliono costruire qui in Val di Susa – commenta Ignacio Ramonet, già direttore di “Le Monde diplomatique - è una dei tanti progetti ingegneristici insostenibili e nemici dell’ambiente. Non possiamo continuare a costruire megastrutture, opere incompatibili con un modello di sviluppo a basso impatto ambientale”.
Trasformare le persone in attori del cambiamento sociale: il passaggio è cruciale, nella strada per costruire un modello di progresso condiviso dai cittadini: “Se pensiamo alle rivolte scoppiate in Tunisia, Egitto, Siria e Libia, internet, social network e tutti i mezzi di comunicazione nati grazie al web sono stati dei catalizzatori dei cambiamenti sociali“, spiega Belkacem Mostefaoui, sociologo dell’Università di Algeri. “Ovviamente quei cambiamenti già covavano nella società, a causa di regimi autoritari sempre più intollerabili. Ma le richieste di democratizzazione sono state senza dubbio diffuse in modo più rapido dai nuovi media. Il primo risultato è stato ottenuto: cacciare i dittatori. Forse il difficile arriva ora: costruire forme di società che aiutino davvero il benessere dei singoli cittadini”.
A parlare anche della Libia e delle rivolte che hanno reso protagoniste i popoli arabi e dell’Africa mediterranea è Ignazio Ramonet, già direttore di “Le Monde diplomatique”: “I risultati ottenuti in Tunisia e in Egitto, ma anche in Siria, Marocco e Bahrein sono stati resi possibili dalle nuove reti sociali, che hanno permesso di amplificare e accelerare i flussi d’informazione. L’uso dei nuovi media ha permesso alla società civile di marcare la propria presenza. In alcuni casi, in modo drammatico, con il sovvertimento dei regimi. In altri casi costringendo i governanti a concedere riforme”. Ramonet, da convinto utopista perché “significa dire che non siamo condannati ad accontentarci dello status quo”, ammonisce chi si occupa di ambiente “deve saper costruire una visione collettiva. Bisogna essere capaci di proporre un’alternativa a questo mondo, in tutti gli aspetti. Sociali, economici e paesaggistici”.
Le conclusioni dell'incontro di Greenaccord di Andrea Masullo, presidente del Comitato scientifico, sembra cogliere questa indicazione. “Esortiamo i legislatori e gli operatori di tutti i settori a prendere le azioni necessarie. Combinare l'urgenza delle richieste dei giovani con le conoscenze della comunità scientifica, con la capacità dei giornalisti di diffondere informazioni corrette alla cittadinanza: in questo sta la nostra forza, la chiave per realizzare la nostra utopia necessaria”.

Come coniugare democrazia, economia e ambiente | Stefanella CampanaSono due le utopie realizzate, entrate in scena a Cuneo, quella di ‘Radio Africa N°1 che ha ricevuto il Greenaccord Media Award, il premio che l’associazione assegna ogni anno alla testate che si sono distinte nella divulgazione dei temi ambientali, consegnato al direttore Guy Kalenda Mutelwa. E l’incredibile storia di Felix Finkbeiner, un ragazzo di soli 13 anni che pianta alberi in tutto il mondo.
Principale radio dell’Africa francofona, Radio Africa N°1 trasmette da Libreville, capitale del Gabon, e da Parigi, con le due redazioni collegate via satellite, ed una vasta rete di corrispondenti in tutto il mondo. Nata nel 1981, è stata la prima radio francofona africana e vanta oggi trenta milioni di ascoltatori, raggiungendo anche, tramite streaming, gli emigrati africani in tutto il globo. Più di 300 collaboratori lavorano per il successo dei suoi programmi. "Per parlare di democrazia, abbiamo bisogno di indipendenza: in Africa molte reti sono sotto il controllo di governi autoritari. Noi invece, essendo una radio transnazionale, possiamo permetterci di portare informazione corretta su quello che sta succedendo in tutta la regione.” Le priorità della radio, spiega Kalenda Mutelwa, sono quattro: ambiente, democrazia, salute, informazione. “Ma la prima di queste è l'ambiente: da dieci anni lavoriamo per diffondere tra gli africani l'importanza della lotta contro la desertificazione”.
Felix aveva solo 9 anni quando, dopo una lezione sulla fotosintesi clorofilliana, decise di piantare un primo alberello, nella propria scuola. Da quella prima “esperienza”, ha promesso di piantare un milione di alberi in Germania. Promessa mantenuta. Oggi Felix presiede un’associazione – “Plant for planet” con rappresentanze in 70 nazioni, che coinvolge 132 ragazzi, 23 dei quali sono “dipendenti” dell’organizzazione. Dei veri e propri ambasciatori di questo movimento che ha come obiettivo principale l'eliminazione delle emissioni di anidride carbonica e della povertà. Le idee sono chiare: bandire le emissioni di carbonio a livello globale e chiunque sia responsabile del superamento della cifra di una tonnellata e mezzo di CO2 dovrà pagare per l'eccesso. Infine, la riforestazione. L'obiettivo è quello di riuscire a piantare 500 miliardi di alberi, per arrivare a un trilione in dieci anni. Ispirato dal lavoro di Wangari Maathai, attivista keniota e Premio Nobel per la Pace, scomparsa qualche settimana fa, Felix ha creato una rete internazionale di “Accademie” dove ai ragazzi viene insegnato come entrare in azione nei loro paesi, cominciando dalla scuola, per cambiare il mondo. “A tutti piace parlare della crisi climatica. Ma il parlarne solamente non può arrestare lo scioglimento dei ghiacciai, o la scomparsa della foresta pluviale. E ogni qualvolta gli adulti semplicemente ne parlano e non agiscono, spetta ai ragazzi prendere in mano la questione.” Forse il pianeta può ancora sperare.

Stefanella Campana
(30/10/2011)


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