Lavorare con dignità | Beirut, Shatila, rifugiati siriani, Basmeh e Zeitouneh, Homs, Damasco, Daara, campi profughi, UNHCR
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Ella Wind   

Attraverso le sbarre, oltre la finestra, edifici costruiti con blocchi di calcestruzzo non verniciati sono ammassati gli uni sugli altri all’orizzonte. Con così poco spazio a disposizione, anche i tetti sono pieni. Uno contiene una raccolta di pneumatici, altri mucchi di vecchi vestiti e mobili ormai in disuso o materiali da costruzione utili per quando il piano superiore potrà essere costruito usando i pali in acciaio arrugginito che sporgono dai quattro angoli del palazzo. Cartelloni sbiaditi dal sole commemorano i combattenti palestinesi uccisi gettando qualche ombra sulla strada. Ovunque fili elettrici appesi, avvolti e intrecciati tra di loro che penzolano a casaccio dai palazzi, sulle insegne e sulle strade.

Lavorare con dignità | Beirut, Shatila, rifugiati siriani, Basmeh e Zeitouneh, Homs, Damasco, Daara, campi profughi, UNHCR
All'interno della stanza, l'atmosfera è altrettanto caotica ma molto più accogliente. Il laboratorio entra giusto giusto in questo piccolo spazio, ma non manca nulla. Tra il ronzio di una macchina da cucire e le grida dei bambini, alcune donne chiacchierano con accenti tipici di diverse parti della Siria – Daraa, Damasco, Homs. Sedute su comodi cuscini lungo il perimetro della stanza, ognuna è concentrata sul proprio scampolo di tessuto, con fili sparsi e stoffe al centro della sala.
Questo piccolo laboratorio di ricamo si affaccia sul campo di Shatila, il luogo dell’orrendo massacro subito dai palestinesi da parte del partito libanese Kataeb, sostenuto da Israele, nel 1982, che ospita 9.842 rifugiati palestinesi. Situato in un sobborgo meridionale di Beirut, il campo, di appena un chilometro quadrato, ha una densità di popolazione quasi paragonabile a quella di New York City, a fronte di uno scarsissimo sviluppo infrastrutturale gestito da una rete di organizzazioni non governative e dalle agenzie dell’ONU.


Oltre 1 milione di rifugiati siriani è stato registrato in Libano negli ultimi tre anni – un numero tutt’altro che piccolo – che diventa enorme se consideriamo che la popolazione del Paese arrivava quasi a 4,5 milioni nel 2011, prima dell'inizio della guerra. Inoltre, questo numero si riferisce solo ai siriani che si sono registrati presso l’UNHCR; altre centinaia di migliaia di persone risiedono nel Paese in modo informale. Tuttavia, il governo libanese ha dimostrato la sua riluttanza a costruire nuovi campi per alleggerire l’enorme crisi degli alloggi, e questo ha spinto un numero crescente di rifugiati a cercare rifugio nei campi palestinesi.


In particolare, molti dei siriani riluttanti a registrarsi sono giovani e istruiti appartenenti alla classe media, le cui competenze e conoscenze spesso consentono loro di sostentarsi in qualche modo. Ma la maggior parte è ancora povera e vive in condizioni di disagio dovute al sovraffollamento e alle discriminazioni nel mercato del lavoro libanese. Molti di questi giovani erano coinvolti anche nella società civile e nel contesto politico nel proprio Paese e ora si ritrovano frustrati dalla mancanza improvvisa di sbocchi dovuta a questa condizione di esilio.


Questa frustrazione, insieme alle necessità più urgenti che hanno i profughi, è alla base di numerosi progetti autogestiti nati a sostegno delle comunità siriane in tutta la regione. Reem,  coordinatrice di un progetto di questo nel campo di Shatila a Beirut, Basmeh e Zeitouneh, sottolinea che queste attività locali sono spesso in grado di rispondere ai bisogni che le ONG internazionali di maggiori dimensioni non sono in grado di vedere.


Lavorare con dignità | Beirut, Shatila, rifugiati siriani, Basmeh e Zeitouneh, Homs, Damasco, Daara, campi profughi, UNHCRGiovane architetta di un villaggio vicino al confine, Reem è arrivata in Libano poco più di un anno fa. Dopo mesi di clandestinità in Siria, sapendo di essere ricercata dal governo, si è trasferita a Beirut. Prima di lasciare il Paese, era attivamente coinvolta nell'organizzazione delle proteste, nei gruppi di discussione e in un giornale non autorizzato che parlava degli eventi della rivolta in tutto il Paese. Insieme ad altri giovani rifugiati siriani in situazioni simili alle sue, ha deciso di iniziare ad andare di casa in casa per controllare quanti siriani vivessero nei campi. "All’inizio non c’era niente di organizzato, abbiamo solamente riempito i sacchetti con un po’ di provviste, una cinquantina di buste piene, e siamo andati in giro per Shatila a distribuirle". In poco tempo hanno messo in piedi un piccolo studio medico e di raccolta fondi, grazie ai quali hanno contribuito a pagare gli interventi più urgenti. “L’UNHCR paga già circa il 70 per cento del costo delle operazioni. Ma a volte anche solo il restante 30 per cento è estremamente costoso per chi vive nei campi. Molta gente non ha potuto sottoporsi ad adeguati controlli medici per anni”, spiega.


Un suo amico, un giovane medico siriano che vive nel Regno Unito, ha accettato di venire nei campi per dieci giorni per effettuare delle visite a domicilio ai rifugiati. "La cosa di cui più ci siamo resi conto facendo le visite a domicilio è stato che le donne stavano soffrendo molto, e nessuno realmente lo aveva compreso prima perché il loro dolore non era visibile”. Tenda dopo tenda, casa dopo casa, hanno incontrato donne da poco vedove che tenevano insieme le nuove famiglie arrivate a Shatila, con molti bambini piccoli. “Piuttosto spesso queste donne avevano vissuto tutta la loro vita nelle città siriane in cui erano nate, ma nel giro di pochi mesi si erano ritrovate in case semidistrutte in mezzo a un campo profughi di Beirut. Molte erano talmente terrorizzate che si sono rifiutate di uscire per settimane, facendolo solo per necessità qualche volta. Dopo aver ascoltato le loro storie, spesso è difficile non comprendere il loro comportamento. Guardando fuori, una donna mi ha detto che dopo la fuga dalla Siria e l'arrivo nel campo, suo figlio è morto fulminato per una scossa elettrica presa da uno dei fili pendenti per la strada”.


Con questa situazione bene in testa, nel maggio 2013 è stato aperto il laboratorio Basmeh e Zeitouneh, con otto donne provenienti dai campi lì intorno per essere formate nel lavoro di ricamo che avrebbe consentito loro di cominciare a produrre sciarpe, borse e altri piccoli oggetti, dalla cui vendita avrebbero ricevuto tutti i profitti. "Tutte le altre spese, come la scuola, le spese mediche, le visite di controllo, sono coperte da altre fonti di finanziamento. Ma le vendite di questi lavori resta a loro. La maggior parte di queste donne non aveva mai lavorato prima, e nessuna di certo aveva mai ricamato", spiega Reem; Basmeh e Zeitouneh forma tutte le nuove arrivate da zero. Ma anche se il progetto prevede un certo reddito per le donne che ci lavorano, questo è per lo più un effetto collaterale dell’obiettivo sociale fondamentale del progetto.


Le donne siriane di Shatila cuciono insieme una comunità
Reem spiega: "La maggior parte delle donne non ha capito subito l'idea di venire qui a lavorare. All'inizio, spesso ci chiedevano di poter prendere i materiali per lavorare da casa. Ma sempre di più, con il tempo, hanno cominciato a rimanere per lavorare qui, e grazie a questo, hanno costruito una piccola comunità". Quando ho intervistato in giro le ricamatrici sulla propria storia e sui loro lavori di cucito, in ogni angolo della stanza chiacchieravano per invitarmi a parlare con la donna con le storie più avvincenti, o con quella che ha realizzato il ricamo più creativo, oppure con la meno timida con gli estranei; stuzzicandosi tra loro e incoraggiandosi l’un l'altra a raccontare le proprie storie era evidente che tutte si conoscevano abbastanza bene.


In origine, i siriani che hanno messo insieme il progetto Basmeh e Zeitouneh avevano in mente qualcosa di ancora più grande. Eppure ben presto si sono resi conto dell’importanza di rispondere anche ai bisogni essenziali che erano negati in una situazione estrema come quella. "Ci sono parecchie cose che queste grandi ONG internazionali non possono fare. Possono fornire molti soldi, tanti generi di prima necessità, ma essendo noi stessi siriani, e profughi, possiamo essere più in contatto con la gente del campo di Shatila”. Con la costruzione di uno spazio comune che riuniva insieme le donne siriane sparse nei campi, hanno scoperto di essere capaci di soddisfare alcuni bisogni più economicamente e con più facilità. L'organizzazione vanta ora una casa-scuola a più piani per aiutare i bambini siriani a restare al passo con i livelli di istruzione francesi e inglesi dei loro coetanei libanesi, ed stato possibile anche espandersi per restaurare edifici di rifugiati siriani in giro per i campi. Di conseguenza, i prezzi di costruzione dei proprietari terrieri palestinesi sono aumentati, smorzando alcune delle crescenti tensioni tra le due comunità.


E Basmeh e Zeitouneh continua a crescere. Mentre ero lì, tutte le lavoratrici parlavano intensamente dei loro piani per espandere alcuni progetti di giardinaggio e agricoltura.
Le donne che lavorano con il ricamo descrivono la loro attività come un “lavorare con dignità". Dicono di "riprendere il controllo" sulla propria vita, gestendo da sole il proprio tempo e dedicandosi alla costruzione di nuove reti di supporto. "Onestamente, non è solo una questione di soldi ", dice Nour*, una donna di mezza età arrivata dalla campagna di Homs più di un anno e mezzo fa. "Lavorare aiuta con il costo della vita perché le ONG non possono offrire gli stessi importi di prima dato che sempre più siriani vengono nei campi. Ma a me piace venire qui, mi piace stare con la mia amica Sarah e parlare, mi piace creare qualcosa”. Sarah*, che ha lasciato Idlib tre anni fa, dopo che il marito e il fratello sono stati uccisi, sta realizzando un ricamo dalle forme molto complicate che è quasi ultimato. "Quando sono arrivata qui, non avrei mai saputo realizzare una cosa simile. Abbiamo imparato questa arte da alcuni disegni palestinesi, che sono molto famosi per il loro lavoro di ricamo. Prima abbiamo provato a ricopiarli, ma dopo un po’ migliorando la tecnica puoi essere più creativa. Ora so esattamente come riprodurre i decori che ho in mente".

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Il senso di riprendere il controllo vale non soltanto per le donne che lavorano nel negozio, ma anche per i siriani che si occupano della parte amministrativa del progetto. Anche con la relativa sicurezza di un diploma di laurea, si trovano ad affrontare molti degli ostacoli giuridici, economici e sociali ormai divenuti famigliari ai rifugiati siriani sparsi in tutto il mondo.
Più di tre milioni di siriani, circa una persona su sette della popolazione totale, sono ora registrati come rifugiati, ma molti altri vivono in esilio in modo irregolare. Come i palestinesi che lasciavano le loro case portandosi le chiavi con sé, o gli iracheni arrivati a Damasco nel 2003, molti immaginavano che sarebbe stato un viaggio temporaneo, di un paio di mesi, forse un anno, solo fino alla “fine delle ostilità”. Sarah è ancora in contatto con i suoi pochi famigliari rimasti a Idlib e si aggiorna costantemente sulla situazione attraverso di loro. "Prima è stato ucciso mio marito da ignoti e siamo partiti perché non sapevamo se anche le nostre vite fossero minacciate. Poi ho sentito dai miei cugini che erano cominciati i bombardamenti. Ora non ci sono davvero le bombe, ma ci sono moltissimi rapimenti per ottenere un riscatto. Solo dio sa quando tutto questo finirà”.


A più di tre anni dall'inizio del conflitto in Siria, con nessuna fine in vista, molti si sono rassegnati all'idea che il loro esilio non durerà mesi o anni, ma decenni. Eppure, sembra che questa rassegnazione non sia un tizzone che si sta per spegnere, ma una scintilla, una possibilità per molti di loro di ricostruire la loro vita all'estero, in modo da poter tornare un giorno con più cose da offrire di quelle che hanno lasciato.


*nomi di fantasia 


Ella Wind

edito da Laïla von Alvensleben e Ellie Swingewood

traduzione dall’inglese di Federica Araco