Il libraio di Tripoli | Ibrahim Sarrouj, Kafana Samtan, libreria Al Sa’eh, Beirut, Tripoli, Mashta Al Helo, Homs, Lattakia, salafismo, Bab el Tabbaneh, Jabal Mohsen, Lorenzo Tugnoli, Maria Camilla Brunetti
Il libraio di Tripoli Stampa
Maria Camilla Brunetti / Lorenzo Tugnoli   

Nel cuore dell’antico suq di Tripoli, 70 kilometri a nord di Beirut e pochi kilometri dal confine siriano, la luce filtra illuminando dettagli minimi di merce esposta: cibo, carne, vestiti, gioielli. È una giornata molto calda sul finire di agosto. Le voci della città risuonano nei vicoli stretti, una melodia scomposta di richiami di madri e giochi di bambini, di acquisti e venditori. Cerchiamo di ripararci sotto le arcate di pietra scura ma veniamo inondati, passo dopo passo, da una luce abbagliante che porta i confini delle immagini a vacillare, quasi a scomparire. È una libreria, il luogo nel quale siamo diretti.

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La libreria Al Sa’eh, o del pellegrino, la seconda più grande del Libano. Siamo attesi qui da padre Ibrahim Sarrouj, il prete greco-ortodosso che l’ha fondata nel 1972. Il 3 gennaio 2014 – mentre Tripoli era scossa da un inverno di scontri violentissimi collegati al degenerare del conflitto siriano – la libreria, che conservava più di 70mila volumi tra i quali diversi manoscritti antichi, venne data alle fiamme. Decine di migliaia di libri andarono distrutti per sempre.

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L’episodio colpì profondamente la città e l’opinione pubblica e lo sdegno per quanto accaduto portò a una grande mobilitazione civile. Centinaia di cittadini accorsero nella libreria il giorno seguente al rogo mobilitandosi per portare aiuto a padre Ibrahim. Così nacque “Kafana Samtan” (basta silenzio) un collettivo di giovani appartenenti a tutte le confessioni di Tripoli, per il ripristino dell’antica libreria. Grazie all’azione di Kafana Samtan in poco tempo sono stati raccolti circa 33mila dollari grazie ai quali la libreria ha potuto riaprire ufficialmente nel gennaio 2015.

Ci accoglie con un sorriso aperto padre Ibrahim: “Vi stavo aspettando” ci dice, “qui siete i benvenuti, entrate vi prego”. Troviamo conforto dal caldo opprimente tra le pareti di questa libreria-mondo. “Sono nato in Siria nel 1942, nel villaggio di Mashta Al Helo, non lontano da Tartus e da Homs. Ho fatto i primi studi dai padri bianchi a Lattakia, poi con la mia famiglia ci siamo trasferiti prima a Beirut e infine a Tripoli. Ho studiato negli Stati Uniti e a Strasburgo dove ho ottenuto il mio PhD in Teologia”.

Conversiamo unendo le lingue che conosciamo, il francese, l’arabo, l’italiano, l’inglese, il greco e lo spagnolo. Nella melodia esperantica, migrante e millenaria, del Mediterraneo.

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Siamo seduti attorno a un piccolo tavolo, al fresco del cortile interno invaso da volumi impilati in ordine ovunque. Dal suolo al soffitto. Libri recenti insieme ad antichi volumi in arabo, in francese, in inglese. Riviste libanesi di moda degli anni ’50 e ’60 e testi di filosofia e religione. “Sono nato in una famiglia povera”, continua padre Sarrouj. “Ho imparato fin da bambino a condividere tutto quello che avevo e a non sprecare nulla. Sono sempre stato dalla parte dei poveri – delle persone più umili – perché sono uno di loro. Per questo motivo mi sono molto battuto e continuo a battermi contro le gerarchie ecclesiastiche. Credo ci si siano persone nate per combattere per la verità, per la gente. Io sono una di queste persone. Qualcuno mi chiama il prete rosso. Forse hanno ragione”, aggiunge sorridendo. “Non faccio parte di nessun partito politico. La politica, in questa accezione, non mi interessa. L’unica cosa che per me è importante, quello che ho sempre fatto, è stare vicino ai poveri. Agli ultimi. Seguendo il vero insegnamento di Gesù Cristo.”

Ci comunica che pranzeremo insieme, “mia moglie ha preparato qualcosa per noi” e ci invita a sederci al tavolo con un “hasta la victoria, siempre”. Sorride, sembra felice della nostra compagnia. Dividiamo il cibo in porzioni uguali, bulgur con verdure, involtini di vite ripieni di riso, polpettine di mais e vegetali. Il padre spezza il pane dicendo che viene dal forno migliore di Tripoli e che quindi non mangeremo in tutto il Libano un pane più buono di questo. Ha ragione. “Non dobbiamo lasciare nulla, tutto ciò che è su questo tavolo deve essere finito. Sprecare è il vero peccato”. Ci offre una pesca e aggiunge “si mangia anche il seme”, così rompe il guscio estraendo il piccolo gheriglio bianco custodito all’interno del nocciolo. Tre semi bianchi sul palmo segnato della sua mano.

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Gli chiedo di parlarmi di quella notte di gennaio del 2014, quando la libreria venne data alle fiamme. “Il pomeriggio del 2 gennaio due uomini arrivarono davanti alla libreria con una moto. Uno dei due entrò e aprì il fuoco su un commesso che era al suo primo giorno di lavoro. In quel momento io mi trovavo sul retro, quindi non ero presente. La notte del giorno successivo cinque persone sono riuscite a forzare la porta e con taniche di benzina hanno dato fuoco alla libreria”. Gli chiedo quale sia il suo parere sul vero motivo di quell’azione, dal momento che i colpevoli non sono mai stati trovati. “Io ho solo ipotesi. Non ho certezze”, mi dice. “La mia libreria ha sempre esposto libri di ogni tipo. Su tutte le religioni, dal Cristianesimo all’Islam. Libri di filosofia, di storia, di politica. Libri di critica. Manoscritti rari. Ho sempre voluto tenere in libreria ogni tipo di pubblicazione e non ho mai pensato che avrei dovuto evitare di tenere alcuni testi. Ho sempre scelto con la massima libertà. All’interno di questa libreria la censura non esiste. Per questo motivo ci sono libri che forse possono avere contrariato qualcuno. Persone con visioni fondamentaliste possono non comprendere testi che propongono una critica alle religioni, per esempio. Per questo tipo di persone il pensiero critico non è comprensibile. Forse questo è uno dei nodi e delle possibili motivazioni per ciò che è accaduto. Al tempo però avevamo anche problemi con i proprietari dell’immobile e forse il rogo potrebbe essere collegato anche a quello. Ma, ripeto, anche questa è solo un’ipotesi.”

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Continuiamo a parlare di Tripoli, la città che viene sempre definita come una delle più pericolose del Paese, roccaforte del salafismo in Libano. Tripoli con i suoi quartieri poverissimi, come quello di Bab el Tabbaneh e di Jabal Mohsen che sono in lotta tra loro fin dagli anni del conflitto civile e che hanno visto radicalizzarsi gli scontri con lo scoppio della Guerra in Siria. Bab el Tabbaneh, quartiere sunnita che si oppone alla politica assadista e Jabal Mohsen, enclave alauita che appoggia Assad, del quale è correligionaria. Gli chiedo cosa significhi per un prete avere vissuto e lavorato per quasi tutta la vita a Tripoli, come e se sia cambiata la città in questi ultimi anni. “Anche durante la Guerra civile libanese sono sempre rimasto a Tripoli, mi sono rifiutato di lasciarla anche nei momenti più difficili. Tripoli è la mia città, è la città che amo. Nella mia libreria sono sempre venuti cittadini di ogni religione e credo. Personalmente sono molto vicino alla comunità musulmana. Loro visitano le nostre chiese per le festività cristiane e noi facciamo altrettanto per le loro festività. Per questo, quando la libreria è stata bruciata tutta la popolazione di Tripoli è insorta, senza distinzioni confessionali. Il salafismo viene portato dalla povertà. Quando un ragazzo non ha nulla, nessuna possibilità di avere una vita dignitosa, di studiare o trovare un’occupazione è facile che si avvicini a un certo tipo di pensiero, che faccia una scelta di radicalizzazione per dare un senso alla sua vita. È questo che non dobbiamo dimenticare, che è dalla miseria e dalla povertà estrema che nasce il salafismo. Ci sono fenomeni di questo tipo a Tripoli ma non rappresentano un’immagine complessiva della città. I tripolitani, nella stragrande maggioranza dei casi, sono persone moderate. Vieni, dai, che ti faccio vedere la libreria”, aggiunge alzandosi.

Lo seguo nei corridoi labirintici di questo luogo-mondo. Pile e pile di libri, assi di legno fino al soffitto alto di pietra antica. Migliaia di volumi in ogni angolo calpestabile della libreria. Mi indica le varie sezioni in cui sono ordinati i libri, ne sfogliamo qualcuno poi mi indica il bagno. “Puoi entrare è pieno di libri anche lì” aggiunge sorridendo. Rimaniamo ancora un po’ con padre Ibrahim, ci perdiamo sfogliando riviste e volumi, dizionari e libri di fotografia. Ci fa promettere di tornare a trovarlo e ci regala qualche volume. Cammino facendo attenzione a non urtare le pile e penso alla biblioteca nazionale di Mossul, data alle fiamme nel febbraio del 2015 da militanti dello Stato Islamico, alla biblioteca nazionale di Bosnia Erzegovina, a Sarajevo, distrutta il 25 agosto del 1992 durante il terribile assedio della città. La mia mente torna a Berlino in quel 10 maggio del 1933, quando a Bebelplatz venivano bruciati i libri di Thomas e di Klaus Mann, di Marx, Schniztler, Brecht, tra gli altri. Penso alla forza delle parole e al coraggio di chi protegge il pensiero. Coloro che lottano ogni giorno affinché la memoria delle nostre civiltà in tumulto, dimentiche e tragiche, non svanisca sotto la pressione degli ultimi giustiziatori.

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Testo di Maria Camilla Brunetti, foto di Lorenzo Tugnoli

Articolo pubblicato su DoppioZero

 

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