Essere un uomo | maschi in Libano, iper-mascolino libanese, donne oggetto, mascolinità
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Sami Halabi   

Essere un uomo | maschi in Libano, iper-mascolino libanese, donne oggetto, mascolinità

Sono un tipico esemplare di uomo aggressivo e iper-mascolino libanese. In quanto tale, comincerò questo articolo in maniera diretta e provocatoria, caro lettore e cara lettrice, perché è così che mi sono sempre comportato, e ha sempre funzionato. Perché allora perdere tempo sulle sfumature di metafore per catturare la sottile espressione della mascolinità e del patriarcato? Se qualcuno volesse criticare il mio approccio, sono pronto a mantenere saldamente il punto, e a fare solo minime concessioni. Se questo non dovesse bastare, spingerò sull’acceleratore piuttosto, per attaccare il problema ancora più in profondità. Che sia chiaro a tutti/e che preferisco affrontare un conflitto ma fare le cose a modo mio, piuttosto che dover stare a sentire opinioni con cui non concordo.

Essere un uomo | maschi in Libano, iper-mascolino libanese, donne oggetto, mascolinitàDa bambino sono cresciuto in fretta: a sei anni ero capace di trasformare il ramo di un albero in un coltello di legno. Facevo parte di una banda di ragazzini della mia età o poco più grandi, bulli che aggredivano i bambini più piccoli nei corridoi della scuola. Non ne sono orgoglioso, ma ero di costituzione più minuta degli altri, perciò la cattiveria doveva compensare la taglia scarsa. Qualche anno dopo ho iniziato a giocare a rugby. Ho messo su massa, sono diventato più cattivo, e ho imparato a trattare le donne come oggetti.

All’età di 15 anni ero un macho a tutti gli effetti. Ero certo di poter fare impressione su chiunque, e di battere chiunque nella lotta. Esagerare la mia identità di genere maschile funzionava bene, anche perché la società intorno a me sembrava rispondere alla grande alla mia interpretazione adolescenziale della mascolinità, per questo me la tenevo ben stretta. Intorno ai vent’anni facevo quello che funzionava meglio: mi comportavo come un gigantesco gallo, sparlavo, cantavo a squarciagola, gonfiavo il petto e facevo tutto quello che mi passava per la testa, soprattutto se proibito. La cosa incredibile, era che tutti intorno a me sembravano non solo accettare ma addirittura condividere il mio modo di fare. Ero pienamente consapevole che c’erano delle differenze tra me e altri ragazzi, che non riuscivano a essere altrettanto macho o apertamente aggressivi, ma ciononostante tutti o quasi mi trattavano come se stessi facendo proprio quello che ci si aspettava da me.

Crescere ed essere socializzati secondo un modello iper-mascolino non era certo un’esperienza limitata a me soltanto, quanto piuttosto condivisa con molti degli uomini libanesi che conoscevo. Era semplicemente così che la maggioranza degli uomini libanesi era cresciuta: questo era il modo in cui si doveva comportare un uomo. Usavamo l’aggressività e la forza per risolvere la maggior parte dei nostri problemi quotidiani. Io me la cavavo molto bene, e questo modo di fare mi aveva portato avanti nella vita. Fino a quando ho capito che dovevo smettere.

Essere un uomo | maschi in Libano, iper-mascolino libanese, donne oggetto, mascolinitàEra a casa che la mia aggressività non funzionava. La trasformazione della piccola peste in un giovane uomo che sosteneva le proprie opinioni a suon di pugni non si adattava al contesto della mia famiglia e comunità. Perché se da una parte ci si aspetta da noi un comportamento “da uomini”, dall’altra si pretendeva anche un atteggiamento reverenziale nei confronti delle figure autorevoli della tribù, cosa di cui io non ero proprio capace. Il sé iper-mascolino, antagonista e corrosivo che avevo sviluppato non riusciva ad accettare che ci fossero altri uomini che potevano esercitare un qualche potere su di me puramente in ragione della loro collocazione genealogica, senza alcun merito. Ma nel momento stesso in cui ho cominciato a mettere in discussione la legittimità del loro potere, mi sono ritrovato a dover mettere in discussione la legittimità del mio.

Il processo è iniziato intorno ai 25 anni, quando mi sono reso conto che per continuare a imparare nella vita dovevo mettere da parte la mia testardaggine e accettare che anche il punto di vista degli altri era quanto meno degno di ascolto. Così sono diventato giornalista. Ho anche capito che la maturità arriva solo dopo uno sforzo notevole per analizzare la propria coscienza e il proprio ego.

Con il passare del tempo mi sono anche reso conto che il nostro concetto di mascolinità finisce per glorificare quei comportamenti arroganti, violenti e prepotenti che stanno distruggendo qualsiasi speranza di riformare la nostra politica e società, e che si riflettono nel modo in cui siamo governati. Al punto che anche molti attivisti, giornalisti e più in generale persone, in larga maggioranza uomini, che dovrebbero lottare per il cambiamento sociale continuano a percepire il loro ruolo come limitato a contestare ciò con cui non sono d’accordo e cercare di imporre nel modo più aggressivo possibile le proprie idee.

//Mohamad Atays. Le corpsMohamad Atays. Le corps

È precisamente questo approccio che crea il circolo vizioso e le contraddizioni che bloccano qualsiasi cambiamento sociale. Se noi uomini fossimo semplicemente dei reazionari aggressivi, probabilmente a un certo punto ci ribelleremmo all’approccio di dominazione e controllo patriarcale che governa le nostre case, scuole, la religione e la politica, in favore di un approccio più orizzontale e inclusivo. Ma poiché siamo educati, in quanto maschi, a perpetuare le strutture verticali di potere, la nostra aggressività maschile viene canalizzata contro coloro che non sono in condizione di reagire, con il risultato di reprimere all’origine qualsiasi possibile opposizione al sistema vigente, che viene piuttosto perpetrato attraverso le generazioni.

Quando ho cominciato a contestare le strutture di potere nella mia famiglia, il risultato iniziale è stato un conflitto assoluto e continuo. Fino a quando ho cominciato a capire che questo dipendeva soprattutto dal mio modo di reagire impulsivo e dalla mancanza di alternative praticabili, piuttosto che da qualche profonda ingiustizia di cui ero vittima. Quando ho cominciato a cercare modalità di relazione alternative con cui tutti, nella cerchia familiare, fossero a proprio agio, i problemi hanno cominciato a risolversi da soli e io ad essere meno arrabbiato.

//Tamara Saade. Système patriarcalTamara Saade. Système patriarcal

I miei cugini più giovani, cresciuti con Internet, stavano anch’essi cercando di sviluppare modalità di comportamento meno aggressive. Via via che crescevano, diventava evidente che il loro rifiuto delle strutture dominanti del potere maschile era meno brutale del mio. Senza fare drammi con lunghe discussioni e scazzottate, stavano progressivamente e pacificamente modellando percorsi di vita alternativi grazie alle infinite risorse che l’era dell’informazione metteva a loro disposizione. Contemporaneamente, le generazioni più vecchie si adattavano al cambiamento, quasi consapevolmente, limitando la loro insistenza sul rispetto di imposizioni antiquate nelle relazioni familiari e sociali e nelle pratiche educative.

Non è detto che il cambiamento in Libano sia davvero possibile grazie alla combinazione tra una maggiore circolazione delle informazioni e una progressiva riduzione del potere maschile: se c’è una cosa che è chiara, in questo paese, è che non c’è una bacchetta magica per risolvere i problemi. Ma in quanto uomini libanesi, a prescindere dal peso del nostro passato, è arrivato il momento di cominciare a pensare come vogliamo essere, quando finalmente saremo cresciuti.

 


Sami Halabi

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