Le donne libanesi in primo piano in tempo di guerra | Sahar Al-Attar, Marco Ceccarelli, WEPASS, Zeina Mezher, KAFA
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Sahar Al-Attar   
Le donne libanesi in primo piano in tempo di guerra | Sahar Al-Attar, Marco Ceccarelli, WEPASS, Zeina Mezher, KAFA«Se le donne partecipassero appieno al processo di pace, il mantenimento e la promozione della pace e della sicurezza internazionale sarebbero facilitati» afferma la risoluzione 1325 dell'ONU, facendo un appello agli Stati membri per rafforzare il ruolo della donna a livello decisionale nella prevenzione, gestione e regolamentazione dei conflitti. Questa risoluzione è stata votata nel 2000.
Sei anni dopo, sotto le bombe israeliane, le Libanesi hanno giocato un ruolo di primo piano, ma ancora non a livello decisionale. In maggioranza sono state, così, doppiamente vittime. Vittime innanzi tutto perchè sono state prese come obiettivo, in quanto civili. Doppiamente vittime perchè hanno subito, e subiscono ancora, le conseguenze di scelte fatte indipendentemente dalla loro volontà.

Luglio 2006. Gli Hezbollah rapiscono un soldato israeliano alla frontiera, in nome dei prigionieri libanesi detenuti in Israele, e di un fazzoletto di terra sempre occupato. La reazione è immediata. Per più di un mese, lo Stato ebreo bombarda, senza sosta né criterio, le città e i villaggi libanesi, causando 1911 morti e circa 4400 feriti tra i civili, di cui il 70% sono donne e bambini. Quasi un quarto della popolazione libanese viene deportata.
Di questi 33 giorni d'orrore, le donne del sud e della periferia meridionale di Beyrouth, principali bersagli degli attacchi israeliani, non hanno dimenticato niente anche se tentano di ricominciare. Non la paura, nè l'umiliazione, nè questo sentimento di incertezza che persiste a quasi due anni dal dramma. Nell'ambito di un progetto di rafforzamento del ruolo delle donne nelle regioni colpite la WEPASS, ovvero la Commisione nazionale per la donna libanese, ha raccolto le loro testimonianze. «Erano le 10 e mezzo, avevamo sentito un avviso di evacuazione immediata del villaggio, ma non c'erano abbastanza auto. Abbiamo camminato, con i figli in braccio, fino a trovare un autobus che ci ha portati a Beyrouth», ricorda una di loro. Una donna ha anche dovuto portare sua madre, malata, sulla schiena.
Altre sono rimaste sotto le bombe: «Abbiamo passato 16 giorni nascoste in un rifugio sotterraneo con altre 20 persone, tra cui una donna incinta. Verso la fine non avevamo più abbastanza viveri. Abbiamo dovuto trasportare la donna incinta a un ospedale vicino su di un trattore!», racconta Fayza.
La cosa peggiore è che molte non hanno avuto la scelta tra partire o restare. «Mio marito non mi ha fatto abbandonare il villaggio racconta Sana, il cui figlio aveva solo pochi mesi. Ero talmente angosciata che ho perso il latte». Fatima, invece, voleva restare per «resistere al nemico» ma suo padre gliel'ha impedito.
Escluse una decisione che colpisce comunque la loro vita, le donne hanno in seguito dovuto subirne le conseguenze, gestendo una quotidianità di crisi. «Durante e dopo la guerra di luglio, le donne si sono prese la gran parte delle responsabilità, spiega Zeina Mezher, capo del progetto. Spesso, i mariti partecipavano al combattimento e le donne stavano con le persone anziane. Alcune non hanno nemmeno osato abbandonare il villaggio aspettando le indicazioni del marito. Altre sono state molto coraggiose, organizzando la partenza di un convoglio di svariate decine di persone. Ma anche quando gli uomini sono presenti, le donne si occupano da sole dei bambini e degli anziani. Al termine del conflitto, molti uomini avevano perso il loro impiego, e le donne si sono messe al lavoro, spesso artigianale, per assicurare un minimo di reddito».
Stesso scenario per le famiglie trasferite nei luoghi d'accoglienza. «Gli uomini sono troppo orgogliosi per fare la fila per ottenere gli aiuti umanitari. Stava alle donne farla, dovendo anche rincorrere i propri figli. Gli uomini, invece, si limitavano a seguire le notizie alla televisione», sottolinea Ghida Anani, membro del KAFA, un'organizzazione non governativa contro la violenza nei confronti delle donne.
Da questa esperienza, a molte è rimasto il ricordo della discriminazione subita, ma hanno anche scoperto il gusto dell'indipendenza. «Dopo aver vissuto questi momenti, alcune donne hanno capito che potevano cavarsela da sole. In un certo modo, si sono emancipate», aggiunge Ghida Anani.
Nella gestione della crisi e in seguito della ricostruzione, le donne hanno dunque giocato un ruolo importante, sia quelle che ne sono state colpite direttamente, sia attraverso la partecipazione nelle ONG. Ma innanzi tutto le donne del sud e della periferia di Beyrouth, come le Libanesi in generale, sono state e restano oggi totalmente escluse nel prendere decisioni.
Chi ha scelto di dare un pretesto a Israele (che certamente era in agguato) per attaccare il Libano? Questo sentimento di essere messi da parte è condiviso da molti Libanesi, uomini e donne, cittadini di un paese democratico nel quale lo scoppio della guerra ha eluso il loro controllo. Ma anche presso gli Hezbollah, le donne non rappresentano forse anche loro il 50% della comunità sciita che il partito pretende di rappresentare? Ebbene, quante donne ci sono ai posti di comando del partito? Nessuno lo sa, ma nessuna donna si è mai espressa politicamente in nome del partito, e quando abbiamo voluto entrare in contatto con qualche donna di Hezbollah, questa richiesta ci è stata negata, senza giustificazione, per ordine del partito.
A livello nazionale, la donna Libanese non è implicata di più nella politica.
Il parlamento attuale conta 6 donne su 128 deputati (4,7%), di cui più della metà sono mogli o sorelle di uomini politici famosi. La sola donna ministro è infatti la moglie di un ex presidente assassinato.
Ma, in fondo, cosa apporterebbero le donne al mondo della politica?
afferma Zeina Mezher: «Le donne sono più portate degli uomini per quanto riguarda le questioni di sviluppo e hanno molto da dare a livello delle politiche sociali. In caso di catastrofi umanitarie, in particolare, conoscono meglio le realtà del territorio. La loro partecipazione alle decisioni potrebbe migliorare l'efficacia dell'aiuto. Esse hanno anche qualità comunicative che faciliterebbero le risoluzioni del conflitto».
E per quanto riguarda la prevenzione, attraverso la promozione della cultura della pace?
«Noi lavoriamo molto con le donne per la consolidazione della pace civile e l'apertura alle altre comunità», risponde Zeina. Oggi, in un momento in cui il paese attraversa la peggiore crisi politica dalla fine della guerra civile originata dalle tensioni tra sunniti e sciiti, quest'apertura è più che mai necessaria.
Quanto alla pace con Israele, «è difficile parlarne alle donne che hanno subito anni di occupazione, e che hanno visto i loro villaggi devastati nel giro di poche ore. Per loro, il Libano non fa che difendersi».

Con lo Stato ebreo, è dunque soprattutto una questione di pace «giusta», che rispetti e preservi il loro diritto di vivere liberamente e dignitosamente. Ma a questa pace «giusta» loro ci credono solo a metà. Nell'attesa, stanno pronte a tutto.

  • Questo ciclo di inchieste è stato realizzato con il sostegno della fondazione Anna Lindh.


Sahar Al-Attar
(traduzione Marco Ceccarelli)
(18/07/2008)