Gli ebrei del Libano, tra oblio e desiderio di ricostruzione | Francesco Mazzucotelli
Gli ebrei del Libano, tra oblio e desiderio di ricostruzione Stampa
Francesco Mazzucotelli   
Gli ebrei del Libano, tra oblio e desiderio di ricostruzione | Francesco Mazzucotelli
La sinagoga Magen Avraham e il Grande Serraglio
Il principale tempio ebraico della capitale libanese, costruito nel 1925, subì ingenti danni durante la guerra civile scoppiata nel 1975. Mentre il centro della città veniva distrutto dai combattimenti, la sinagoga, così come altri luoghi di culto, subì il saccheggio degli arredi e degli oggetti di valore, oltre a svariati danni strutturali. Paradossalmente, pare che sia stata l’aviazione israeliana ad infliggere all’edificio il colpo di grazia quando, nel 1982, bombardò la zona circostante, allora controllata dalle milizie palestinesi fedeli a Yasser Arafat.
Questa estate, dopo anni di incuria e di incertezza sul futuro della struttura, sono iniziati i lavori di restauro che dovrebbero restituire la sinagoga alla sue condizioni originarie e, forse, alla funzione di luogo di culto e di riunione per l’esigua comunità ebraica rimasta in Libano. Il condizionale è d’obbligo, non solo per la delicata situazione politica interna e regionale, ma anche perché il rischio di non riuscire ad ottenere la necessaria copertura finanziaria potrebbe indurre a riconsiderare il progetto o a sospenderlo per un tempo indefinito.
Il progetto di ricostruzione varato quest’estate è sostenuto dal Consiglio della Comunità israelitica libanese e dal suo presidente Isaac Arazi. Il Consiglio è, almeno sulla carta, l’organo interno di autogoverno della piccola comunità e l’ente giuridico che la rappresenta presso le istituzioni pubbliche. La religione ebraica è una delle diciassette confessioni ufficialmente riconosciute dallo stato libanese. In mancanza di fonti ufficiali, è difficile stabilire con precisione quanti siano oggi gli ebrei rimasti in Libano. Le stime più attendibili parlano di un numero compreso tra cento e duecento persone, più alcune migliaia che vivono stabilmente all’estero, ma hanno conservato la cittadinanza libanese.

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Vista frontale della facciata della sinagoga
Il progetto di restauro della sinagoga, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe servire a recuperare il patrimonio architettonico dell’edificio e svolgere il ruolo di custode della memoria storica di uno dei tasselli del mosaico confessionale e culturale libanese. Il Consiglio della comunità, tuttavia, non nasconde anche la speranza che il ripristino della sinagoga serva per riprendere le pratiche di culto e le attività sociali e culturali della comunità dopo anni di sospensione e di totale confinamento nella sfera privata.
La sinagoga Magen Avraham ha un valore simbolico particolarmente rilevante anche perché, dopo la ricostruzione post-bellica del centro di Beirut, è rimasta l’unica testimonianza del tessuto urbano dell’antico quartiere di Wadi Abou Jmil. Nella seconda metà dell’Ottocento, questo quartiere era divenuto il polo di attrazione di una variegata e fiorente comunità ebraica, che vi costruì agiate dimore borghesi, edifici privati di culto, associazioni caritatevoli e scuole.

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Il panorama di Wadi Abou Jmil dopo la ricostruzione
La presenza ebraica non era una novità per il Libano: fonti arabe attestano l’esistenza di comunità a Tiro, Tripoli e Sidone già a partire dal decimo secolo. Altri piccoli nuclei si erano formati con l’arrivo degli ebrei sefarditi provenienti dalla penisola iberica e dal Marocco. Fu tuttavia lo sviluppo di Beirut come centro commerciale, finanziario e culturale a richiamare persone e famiglie di ogni confessione dalle vicine regioni del Levante e del Mediterraneo orientale.
Nel 1911, quando un firman (decreto imperiale ottomano) organizzò dal punto di vista giuridico la comunità ebraica e le riconobbe alcune prerogative, Beirut contava una popolazione ebraica di circa cinquemila unità, costituita sia dalle famiglie di antico insediamento sia da nuovi arrivati provenienti da Aleppo e Damasco.
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Dettaglio decorativo della sinagoga Magen Avraham
Gli anni del mandato francese, tra le due guerre mondiali, videro un ulteriore sviluppo della comunità ebraica. In questo periodo, il ruolo degli ebrei libanesi all’interno del movimento sionista rimane oggetto di discussione. La nascita dello stato di Israele, nel 1948, e il conseguente afflusso in Libano di centinaia di migliaia di profughi palestinesi non determinò immediatamente un brusco cambiamento nei rapporti con le istituzioni e con la gran parte della società libanese. Al contrario, il carattere liberista e cosmopolita del paese negli anni Cinquanta richiamò molti ebrei in partenza dalla Siria, dall’Iraq e dall’Iran.
Il primo, vero spartiacque sembra essere stato la breve guerra civile del 1958 tra i sostenitori del presidente filo-occidentale Camille Chamoun e quelli del primo ministro filo-nasseriano Rashid Karami. La polarizzazione ideologica e confessionale invertì il flusso migratorio, spingendo alla partenza soprattutto i giovani e gli imprenditori; tuttavia, la comunità ebraica contava ancora quasi settemila persone quando, nel 1967, scoppiò la Guerra dei Sei Giorni.
Il rapido precipitare della situazione interna e regionale portò, nel giro di pochi anni, al dimezzamento della comunità, fino al definitivo tracollo avvenuto con lo scoppio della guerra civile nel 1975. L’invasione israeliana del Libano, nel 1982, segnò un punto di non ritorno: i siti ebraici furono oggetto di ritorsioni e numerosi esponenti della comunità furono rapiti e uccisi durante gli anni successivi, in un clima generale di violenza e di caos che comunque non risparmiò nessuno. Il numero estremamente esiguo di persone rimaste, la diffidenza e la paura di reazioni ostili ha lasciato la sparuta minoranza ebraica in una zona d’ombra anche dopo la fine delle ostilità e il lungo processo che ha portato il Libano ad una travagliata ricostruzione.

Gli ebrei del Libano, tra oblio e desiderio di ricostruzione | Francesco MazzucotelliIl contenzioso ancora aperto con Israele, con l’occupazione militare del sud del Libano che si è protratta fino alla primavera del 2000 e poi con il conflitto del Luglio 2006, così come la sempre instabile situazione politica interna non contribuiscono ad alleggerire il clima.
Proprio per questo, però, l’idea di partire comunque con il progetto di restauro della sinagoga Magen Avraham costituisce un segnale importante, ancor più se si considera il sostegno unanime offerto dalle differenti fazioni politiche libanesi, compreso Hezbollah. Nelle intenzioni di Isaac Arazi, il recupero del tempio principale di Beirut dovrebbe essere seguito da interventi simili sul cimitero ebraico della città e sulle sinagoghe situate nel resto del paese, a Sidone, Aley, Bhamdoun e Deir al-Qamar. Restano tuttavia da risolvere molti problemi di natura finanziaria e amministrativa.
Il Consiglio della comunità ebraica afferma di voler spostare il punto della discussione da una narrativa rivolta al passato alla reintegrazione della piccola comunità all’interno del tessuto sociale libanese contemporaneo, espressione di un paese plurale e costituito da molteplici minoranze religiose. Non casualmente, alcuni esponenti ebrei libanesi riecheggiano le parole di Giovanni Paolo II sul carattere di “messaggio di coesistenza” tra religioni che il Libano potrebbe rivestire.

Francesco Mazzucotelli
Foto © F. Mazzucotelli
(27/10/2009)


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