Testimonianze e racconti dalle prigioni del regime siriano | Omar Asaad, prigione di Adra, Lucia Veronica Gustato
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Omar Asaad   

Il dottor Mohammad esamina la sua nuova carta d’identità, poi guarda il suo vicino nel letto accanto, e viene sommerso da un attacco di risa; la nuova carta d’identità del dottore, detenuto nella prigione di Adra, contiene una voce che indica il suo crimine: “ indebolimento del sentimento nazionale”. È accusato dello stesso crimine di Fares che sta coricato sul letto di sopra, e il dottore assicura che “questo ragazzo è, come dicono in dialetto, un derviscio, non è dunque nè pazzo nè ritardato mentale, ma non è cosciente di ciò che avviene intorno a lui, non riesce a pronunciare le lettere in modo corretto e i lineamenti del suo volto, parlando in termini medici, non sono naturali”.

Non è importante che Fares sia un essere umano, alla fine non è che un numero nella serie di numeri dei detenuti che languono nelle prigioni siriane. Le campagne di arresti arbitrari portate avanti dalle forze di sicurezza siriane non distinguono tra lui e un altro, così come alcuni giudici non fanno distinzione tra le persone che si trovano davanti. Attualmente ci sono molti casi simili a quello di Fares nelle prigioni, e ogni detenuto ha la sua storia.
Testimonianze e racconti dalle prigioni del regime siriano | Omar Asaad, prigione di Adra, Lucia Veronica Gustato
Il paese è dissanguato da mesi, molti dei suoi figli sono stati arrestati e tenuti per lunghi periodi, in attesa di indagine, nei sotterranei delle sedi delle autorità di sicurezza, dove hanno dimenticato perfino i loro nomi, ben presto sostituiti con gli insulti che vengono loro rivolti durante tutto il periodo di detenzione. Non sono così importanti da essere conosciuti con i loro nomi propri.

Raduan, 18 anni, assicura di non aver neanche partecipato alle manifestazioni, essendo troppo impegnato a studiare per l’esame del diploma, ma un’ingiusta campagna di arresti ha portato alla sua cattura. È stato accusato di terrorismo, ma lui sostiene che questa accusa deriva dalla sua parentela con un esponente dell’ opposizione siriana all’estero, e per questo non la ritiene nient’altro che “ un’accusa basata sulla vendetta, infondata e senza prove”.

Un’intera ala della prigione di Damasco, conosciuta come carcere di Adra per la zona in cui si trova, è stata separata e destinata alle persone arrestate durante gli ultimi avvenimenti per isolarli dal resto dei detenuti presenti. Il numero dei detenuti in quest’ala oscilla tra le 400 e le 600 persone, a seconda dell’intensità delle operazioni di arresto, e i detenuti nel carcere sono circa 6800, incarcerati per motivi penali, economici, etici ecc.
L’atmosfera in quest’area è diversa rispetto al resto del carcere perché i detenuti affermano di essere “attivisti per la causa”, e rifiutano di essere considerati come gli altri prigionieri, in particolare come i criminali. Cercano dunque di ribellarsi alle dure condizioni di detenzione, di cui si lamentano i detenuti: la sporcizia, il sovraffollamento delle stanze e dei dormitori, l’assenza di assistenza medica e sanitaria, il diffondersi di malattie come le infiammazioni delle vie respiratorie e le infezioni della pelle. A questo si aggiunge la limitazione delle visite ad un solo giorno alla settimana, da svolgersi nell’area dei crimini contro la moralità pubblica, oltre alla limitazione movimento dei detenuti, alla sottomissione di alcuni di loro al controllo, e ai ricatti degli agenti di polizia che chiedono una tangente per assicurare loro i diritti stabiliti dalla legge.

I prigionieri hanno solo i loro racconti sulla rivoluzione per riempire le lunghe ore di detenzione, perché il carcere non offre altre opportunità di distrazione, se non una sola biblioteca interdetta ai detenuti di quest’area, che sono costretti a mandare qualcun altro a prendere i libri in prestito.
Nonostante le difficili condizioni, i detenuti nella prigione centrale assicurano di avere avuto migliore sorte rispetto agli altri, perché sono arrivati in carcere vivi, per loro è finito il periodo delle torture nelle sedi della sicurezza. In Siria la legge consente il fermo di un cittadino per motivi di indagine presso le sedi della sicurezza per un periodo non superiore ai 60 giorni, in particolare dopo l’annullamento dello stato di emergenza, e successivamente il detenuto dovrebbe essere portato in giudizio. Le autorità di sicurezza, però, non sempre si attengono alle leggi, e di conseguenza molti cittadini sono rimasti tre o quattro mesi in stato di fermo, periodo durante il quale hanno subito ogni tipo di violenza fisica e psicologica. I racconti dei detenuti abbondano di dettagli in proposito.

Maan afferma: “Mi hanno lasciato per tre giorni con le braccia aperte”. Questa tortura consiste nel legare le mani verso l’alto con delle corde, lasciando la persona in piedi sulla punta delle dita, fino a che tutto il peso del corpo si concentra nelle mani legate. Vengono impiegate anche altre forme di tortura, tra cui le scosse elettriche, in particolare attraverso bastoni elettrificati, che la maggior parte dei siriani ha imparato a conoscere in questi giorni. In cima alla lista delle torture più dolorose c’è “la ruota” a cui il cittadino siriano viene sottoposto al’interno delle sedi della sicurezza, e dopo tutto questo il carnefice non esita a far fare un giro al suo arrestato sul tappeto volante, un’asse di legno su cui viene legato il corpo dopo essere stato steso a terra; il prigioniero si rannicchia per cercare di proteggersi, ma proprio in quel momento iniziano le percosse, in tutte le parti del corpo. A volte proprio il fatto di stare piegato può causare la frattura della schiena. Le torture si accompagnano sempre ad insulti atroci e imprecazioni che feriscono la dignità umana, oltre alla minaccia costante di costruire accuse fittizie contro di loro.

I detenuti conoscono il valore della rivoluzione, che ha portato alla conclusione del più lungo stato d’emergenza conosciuto dalla storia, durato quasi mezzo secolo, e che il governo del partito Baath non ha mai abbandonato dal 1963. Prima della revoca dello stato d’emergenza lo stato di fermo non era limitato a due mesi, ma le autorità potevano mantenere un cittadino in stato d’arresto per un periodo di tempo indeterminato. E anche dopo i lunghi mesi di arresto molti detenuti non sono stati rilasciati. La rivoluzione siriana ha assistito a molte sparizioni, numerose persone sono state sequestrate dalle autorità di sicurezza, e di loro non si sa ancora niente.

Le sofferenze dei detenuti non si limitano alle torture subite nelle sedi della sicurezza e nelle stanze di investigazione, ma continuano con le accuse che vengono loro rivolte. Le accuse che accompagnavano gli oppositori politici davanti alla Corte della Sicurezza di Stato, attualmente abolita, accompagnano ora gli arrestati davanti ai tribunali civili e militari. Le accuse includono l’indebolimento del sentimento nazionale, l’insidia al prestigio dello stato, la diffusione di notizie false e l’incitamento alla lotta settaria, l’appartenenza ad associazioni illegali, fino ad arrivare all’insurrezione armata e al terrorismo.

Molti detenuti affermano che le accuse a loro rivolte non hanno basi veritiere, ma che al contrario si tratta di decisioni preconfezionate dagli organi di sicurezza, basate su confessioni ottenute con la tortura o su rapporti di sicurezza truccati. Basta, dunque, che un telefono cellulare contenga un pezzo di un video di una manifestazione o addirittura la canzone “Ya Haif” (che denuncia le violenze della sicurezza di stato, ndt) perché il proprietario venga accusato di diffondere notizie false “che indeboliscono lo spirito della nazione”. Tutto ciò può esporre la vittima di tale accusa ad un periodo di detenzione che può arrivare fino a tre anni secondo il codice penale. Così come basta che un giovane scriva una frase su una pagina di uno dei coordinamenti su Facebook per diventare questa una prova di appartenenza a “un’associazione illegale che intende sovvertire la struttura dello stato”.
Testimonianze e racconti dalle prigioni del regime siriano | Omar Asaad, prigione di Adra, Lucia Veronica Gustato
Secondo la legge siriana i cittadini non possono essere sottoposti a processi militari se non nel caso in cui una delle parti coinvolte sia un membro dell’esercito, o se il crimine abbia delle conseguenze sulle istituzioni militari. Ma questa legge viene spesso trascurata e le autorità di sicurezza portano la persona in stato di fermo davanti ad un tribunale da loro stabilito. Numerosi avvocati e attivisti per i diritti umani assicurano che “davanti alle corti militari ci sono oggi circa 10 mila citazioni in giudizio collegate agli ultimi eventi, e intendiamo trasferirne molte ai tribunali civili per mancanza di competenza nei tribunali militari”.

Quanto sopra non è che una parte delle testimonianze e delle esperienze vissute dall’autore di queste righe, tra i due periodi di detenzione trascorsi nelle carceri del regime siriano, e probabilmente ciò che non ho visto e vissuto personalmente è ancora più terribile.

Omar Asaad
Traduzione dall’arabo di Lucia Veronica Gustato
27/04/2012