Siria, le nostre responsabilità | Istico Battistoni, as-Shabbīha, Radwān Ziādeh, Syrian Network for Human Rights
Siria, le nostre responsabilità Stampa
Istico Battistoni   

Siria, le nostre responsabilità | Istico Battistoni, as-Shabbīha, Radwān Ziādeh, Syrian Network for Human RightsRicevo quotidianamente dal Syrian Network for Human Rights un bollettino delle vittime dei crimini della repressione con nomi, circostanze e prove documentali. Il penultimo riguarda il massacro di al-Houla, nella regione di Homs, ed è stato redatto da uno dei membri della rete, che arrivò al villaggio di Tāldou alle 9 del mattino di sabato 26 maggio, intervistò alcuni residenti, documentò le loro storie e riprese quelle immagini che sono state postate su YouTube. Cosa è successo esattamente? L’esercito del regime ha bombardato con l’artiglieria pesante e i mortai le campagne e le località ribelli di al-Houla, Kafr Lāhā, Tal ad-Dhahab, ed in particolare il villaggio di Tāldou. L’artiglieria pesante ha bombardato durante quattordici ore. Il bombardamento è stato seguito da una massiccia campagna lanciata dalle forze di sicurezza assoldate tra i membri dei villaggi di al-Qabou e Filla, fedeli al regime. Queste sono passate di casa in casa ed hanno completato l’operazione perpetrando esecuzioni sistematiche tra uomini, donne, bambini e anziani, uccidendo le loro vittime a baionetta, e poi brutalizzandole e mutilandole. Li hanno finiti nelle proprie case, e hanno finito chi incontrassero sul loro cammino, come sette incauti pastori di passaggio nella piana. Le vittime registrate ora dopo ora hanno infine superato il centinaio, tra cui 49 bambini sotto i dieci anni e 32 donne.

Pochi giorni dopo il massacro, ho incontrato al Cairo due giovani attivisti siriani, ufficialmente in visita d’affari, presentatimi da un amico di Bengasi, e appena atterrati nella capitale egiziana da Damasco. Uno di loro, Hossām Abou ‘Amr, prima di rispondere alle mie domande, vuole avere assicurazioni al mio rispetto. Rotto il ghiaccio, mi racconta che il giorno precedente, per la prima volta, l’Esercito libero ha sferrato un attacco alle forze di sicurezza del regime nel centro di Damasco. Ad ogni mia domanda sulla situazione interna replica interrogandomi su che cosa facciamo noi in Europa per impedire che la repressione degeneri ulteriormente. Hanno provato con le proteste pacifiche, e non ha funzionato. Hanno provato a chiedere protezione internazionale, e non ha funzionato. “Non ci resta che un’alternativa, se non vogliamo essere tutti incarcerati, torturati, ammazzati o soggetti agli attentati di regime: sostenere l’Esercito libero”. Hossām non è un combattente, è un giovane della borghesia cittadina che aderisce alle aspirazioni della rivoluzione siriana e commercia detergenti, che rifiuta la propaganda della violenza inter-etnica, e rappresenta la grande maggioranza dei siriani.

Nel novembre dell’anno scorso, avevo visitato i campi dei rifugiati siriani in Turchia, nella regione di Antakya, che erano scappati alla furia distruttiva delle forze del regime. Uno di loro, che non mi volle rivelare la sua identità (“Sono un cittadino siriano, e questo ti basta”), un uomo di mezza età di Deir az-Zour, mi spiegava come funziona la repressione durante le manifestazioni contro la dittatura: il regime mette in prima linea l’esercito ed ordina di sparare sui civili; se l’esercito si rifiuta di sparare, ordina alle forze dell’ordine di sparare sull’esercito; se queste si rifiutano di sparare, ordina alle bande armate irregolari chiamate as-Shabbīha di sparare sulle forze dell’ordine; se queste si rifiutano di sparare, ordina ai mercenari di sparare sulle bande armate. È con questo sistema che abbiamo a che fare. La stessa strategia della repressione si applica sugli oppositori politici che vivono all’estero ed hanno famiglia in Siria: ai famigliari viene impedito di lasciare il paese, e vengono trattenuti come ostaggi, per essere sequestrati, torturati o uccisi a seconda della visibilità dell’attivista in questione. È così che Radwān Ziādeh, che insegna all’Institute for Social Policy and Understanding di Washington, ha perso il fratello Yāssein, sequestrato dalle forze dell’aviazione militare mentre stava pregando in una moschea di Damasco, e scomparso senza dare notizie da quel giorno dell’agosto 2011.

Che cosa potevo rispondere a Hossām? Abbiamo detto ai cittadini siriani: “Bravi, ammiriamo il vostro coraggio!”. Poi abbiamo imposto delle sanzioni economiche e politiche, poi abbiamo elogiato la missione degli osservatori della Lega Araba, poi abbiamo imposto delle restrizioni alla mobilità dei famigliari del presidente siriano e di rilevanti esponenti del regime, i cui effetti non sono stati dimostrati. International Crisis Group dice: “In una società fortemente mobilitata come quella siriana, tutti coloro che potenzialmente sarebbero tentati di aderire alla protesta l’hanno già fatto; le difficoltà economiche difficilmente spingeranno più persone nelle strade. Il collasso quasi-totale nell’amministrazione locale, nell’istruzione e nella sanità che ha interessato molte aree del paese ha ben poche conseguenze su un regime che sembra essersi dato il solo obiettivo di sopravvivere. E per quanto riguarda la famiglia al potere, questa può facilmente indirizzare i propri affari dall’economia legale verso quella nera, ugualmente lucrativa”(1). Infine abbiamo mandato degli osservatori internazionali, ma la repressione non solo ha continuato, ma è diventata più barbara.

In Libia, la Comunità internazionale reagì velocemente, e esattamente in un mese dall’inizio della rivolta popolare impose una No-Fly Zone, quando fino a quel momento il numero delle vittime della repressione del Colonnello si stimava tra le 2 mila e le 6 mila. In Siria, dopo quasi quindici mesi dall’inizio della rivolta popolare, si contano 13 mila vittime e 240 mila sfollati, e la misura più radicale presa dai paesi occidentali è stata quella di allontanare l’ambasciatore siriano dopo il massacro di al-Houla. “Perché non ci proteggete come avete protetto i libici?” – mi chiede Hossām. La risposta la insinua lui stesso: “Noi siriani non abbiamo petrolio, ed abbiamo come vicino Israele, che teme un Medioriente arabo democratico”.

Con la perspicacia che contraddistingue le diplomazie occidentali, abbiamo giustificato la nostra assenza con il fatto che a parte il ruolo forte della Russia, ci troviamo di fronte ad un’opposizione divisa, la cui mancanza di compattezza getta ombre su un possibile scenario post - Bashār al-Asad. Ma il Consiglio Nazionale Siriano, che rappresenta la componente più importante dell’opposizione al regime, si è evoluto enormente dalla sua fondazione avvenuta nell’estate del 2011, ed il cui funzionamento mi era stato personalmente descritto da ʿAbd ar-Rahmān al-Hājj, il coordinatore dell’Assemblea generale, durante un colloquio in un caffé di Istanbul. Il Consiglio ha formulato una sofisticata strategia per condurre la Siria verso la democrazia attraverso un periodo transitorio successivo all’uscita di scena di al-Asad. In particolare, ha lavorato per superare le divisioni settarie alimentate dal regime, includendo tra le file del Consiglio rappresentanti di tutti i gruppi politici, religiosi ed etnici del paese. Inoltre, ha disegnato una strategia in favore della giustizia transitoria e del rispetto dei diritti umani, tenendo in considerazione i rischi di un possibile regolamento dei conti contro la comunità alawita.

Ma nonostante questo, i siriani sono ancora soli nel fronteggiare la repressione, mentre un intervento esterno è già in corso da parte dei sostenitori più stretti del regime - Hezbollah, Moqtadā as-Sadr e l’Iran - in termini di appoggio tecnologico, logistico e militare. “Il flusso di armi che entrano per l’Esercito libero non è comparabile a quello che arriva a favore del regime”, stima Hossām. Dunque che fare? Vogliamo lasciare che le armi confluiscano nel paese, o assumerci la responsabilità di proteggere direttamente la popolazione? Dobbiamo decidere velocemente, perché se il regime diventa più violento è perché sa di godere di impunità e di beneficiare della titubanza della Comunità internazionale.

Mi sono sempre considerato vicino al pensiero pacifista ed ho sempre rispettato profondamente la giustezza della teoria e della pratica nonviolenta, ma ora in Siria siamo di fronte ad un gioco eliminatorio senza scrupoli, perché la mente che lo orchestra è malata e ha decretato di preferire la terra bruciata alla transizione. Per questo non posso che appellarmi a ciò a cui si appellano molti cittadini siriani, sostenitori dell’Intifādha nonviolenta ed ora preda di una caccia all’uomo: il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Il Consiglio Nazionale Siriano ha dichiarato che farà uso del diritto inviolabile all’autodifesa individuale o collettiva in caso di attacco armato, dopo l’ultimo massacro di al-Houla. Il che significherà però anche riprendere direttamente o indirettamente il transito di armi verso la Siria, dove l’esercito del regime è straordinariamente meglio armato che l’Esercito libero. In altre parole, un bagno di sangue senza limiti. Come ricorda Lorenzo Trombetta, giornalista di stanza a Beirut: “Da un calcolo effettuato sommando gli uomini indicati dai vari comandanti dei consigli militari locali dell’Esercito libero, si arriva a un massimo di 6.500 uomini in tutta la Siria. Una cifra ancora irrisoria se paragonata ai circa 300 mila soldati formalmente in quota nell’esercito governativo”(2). Ma il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite prevede anche l’intervento internazionale, e forse questo sarebbe il male minore.

Per questo, anche la società civile italiana dovrebbe mantenere contatti stretti con l’opposizione siriana ed ascoltare la loro richiesta di protezione, una richiesta di protezione che non verrà esaudita se non verrà esercitata una pressione sulle istanze governative. È tempo di assumerci le nostre responsabilità e chiedere pubblicamente almeno quanto venne applicato sui cieli libici in difesa del popolo libico, o simili forme di ostruzionismo nei confronti dell’apparato militare di regime.

La società civile italiana ha anche un’altra missione: quella di lavorare per creare una pìattaforma della società civile democratica che possa operare nella Siria post- al-Asad. Il governo italiano, che grazie all’impulso del suo Ministro degli affari esteri, ha nominato un Inviato speciale per il Mediterraneo ed il Medio Oriente e vuole giocare un ruolo di mediazione importante nella regione, dovrebbe promuovere scambi tra attivisti siriani e europei e organizzare incontri tra siriani residenti in Siria e all’estero. L’obiettivo di questa iniziativa sarebbe quello di preparare una strategia di sviluppo della società civile siriana, affinché giochi un ruolo autonomo durante la transizione, contribuendo a costruire pratiche collettive di democrazia e partecipazione. Se l’Italia guidasse quest’iniziativa con sostegno politico e economico deciso, coinvolgendo la propria società civile, assumerebbe un ruolo internazionale importante, e l’arcipelago di persone e collettivi che vogliono esercitare la propria cittadinanza in Siria e nella diaspora ne beneficierebbe. Ho parlato di questo anche con Hozān Ibrāhīm, membro del Segretariato generale del Consiglio Nazionale Siriano, che coltiva questa idea, e conosce molti siriani che vogliono lavorare su questo, anche per fronteggiare la strategia della divisione settaria perseguita dal regime siriano.

Queste credo sono le responsabilità che anche noi italiani dobbiamo assumerci. La mia opinione è che chiedere la protezione internazionale della popolazione siriana in un contesto in cui il regime sistematicamente viola il Piano di Kofi Annan ogni santo giorno è meglio che armare la resistenza e lasciarla combattere, voltando le spalle alla sistematica repressione del regime siriano. E la richiesta di protezione internazionale e nello stesso tempo la promozione di un’iniziativa per la costruzione di una piattaforma della società civile indipendente e democratica in Siria, che affianchi l’opposizione politica organizzata nel Consiglio Nazionale Siriano e nei Comitati di coordinamento locali, non sono in contraddizione, bensì riflettono entrambe le aspirazioni della popolazione siriana. I siriani vogliono uscire dal tunnel, e vorrebbero farlo in modo pragmatico, pacifico e controllato, evitando ulteriori spargimenti di sangue, ma non possono perché il regime agisce in nome del motto “Al-Asad, o metteremo a ferro e fuoco questo paese” - come scrivono truppe, ufficiali e Shabbīha sui muri delle città siriane. Un video postato ai primi di giugno su Internet dagli scagnozzi del regime, che sputano su un giovane siriano che aveva manifestato, lo schiaffeggiano cantando: “Allah, Siria, Bashār e nient’altro”, lo minacciano di sodomizzazione, lo costringono a dichiarare di aver ricevuto del denaro per protestare e gli fanno leccare degli stivali militari, è una delle testimonianze più vergognose che abbia ricevuto(3).

Dice il Corano: Furidha ʿalaikum al-Qitāl, vi è stata imposta la lotta. La lotta contro l’oppressore ai siriani, e la lotta contro la nostra coscienza e i nostri interessi a noi occidentali.



Istico Battistoni
13/06/2012


1) - International Crisis Group, Sirya’s Phase of Radicalisation, Policy Briefing, 33, aprile 2012.
2) - Lorenzo Trombetta, “Siria, L’atlante dell’Esercito libero brigata per brigata”, 8 maggio 2012, in www.sirialibano.com.
3) - http://www.youtube.com/watch?v=YpVPFW0dmng&feature=player_embedded