La guerra di Aleppo | Gabriele del Grande, Aleppo, moschea di Sukkari, frontiera Turchia, JuanZero
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Gabriele del Grande   

ALEPPO - Di Abu Abed rimane soltanto una foto. Ha in braccio le due figlie, una di tre anni e l'altra di quindici giorni. L'aveva scattata con il cellulare il giorno prima di partire per il fronte. Adesso il suo corpo è steso su una barella al centro della moschea di Sukkari. Coperto da un lenzuolo bianco macchiato di sangue. Rosso, come i tappeti sul pavimento. Un gruppo di uomini in armi si avvicinano al morto. Indossano tute mimetiche, le barbe lunghe e i piedi nudi. Con una mano sollevano il lenzuolo sopra il volto per un ultimo sguardo all'amico scomparso. Poi lo baciano sulla fronte fredda e ingiallita. Sono i suoi compagni di brigata. Alcuni non riescono a trattenere le lacrime. Ma sono pianti brevi e discreti. Non c'è tempo per il lutto. Pochi minuti, una preghiera che è promessa di vendetta contro il regime e si torna a combattere. Perché la guerra nella città di Aleppo non conosce sosta.

L'eco degli spari e delle esplosioni va avanti incessantemente giorno e notte. I combattenti dell'esercito libero si danno il turno su camionette e furgoncini scassati che fanno avanti e indietro dal fronte. Sono soprattutto ragazzi delle campagne di Aleppo. Mostafa faceva il commerciante, Yusef il falegname, Ahmed l'informatico, Abu Malek il rivenditore di auto. Sono quasi esclusivamente arabi musulmani, salvo qualche raro caso di ex ufficiali cristiani e drusi dell'esercito che hanno disertato per unirsi alla rivolta.

Molti di loro nel 2011 erano scesi in piazza durante i sei mesi di proteste pacifiche. Fino a quando, abbandonati dalla comunità internazionale e sottoposti ogni giorno a omicidi, arresti e torture, hanno aderito all'Esercito libero formato da un gruppo di ufficiali disertori. Era l'agosto dello scorso anno. All'inizio si limitavano a proteggere le manifestazioni dagli attacchi delle forze di sicurezza e degli sgherri del regime. Poi una parte dell'opposizione siriana – sostenuta dal Qatar, dall'Arabia Saudita e dagli Usa – ha scelto la soluzione militare, iniziando ad attaccare le forze del regime nelle campagne e in città.

Le armi nel paese sono arrivate velocemente. Le brigate più vicine ai fratelli musulmani siriani e ai salafiti hanno ricevuto fondi dai paesi del Golfo. Altri carichi sono arrivati dalla Libia o semplicemente sono stati razziati dalle caserme del regime durante gli scontri. La maggior parte dei combattenti però, le armi le ha comprate di tasca propria, spesso vendendo casa e proprietà perché ormai i costi sul mercato nero della mafia turca sono aumentati di cinque volte. Un anno fa un kalashnikov si comprava con 300 dollari. Oggi non si trova a meno di 1.500 e i proiettili costano due dollari l'uno.

I principali teatri di battaglia tra l'esercito regolare e l'esercito libero sono la città di Aleppo e le campagne di Damasco, Idlib, Homs, Hama, Deraa, Dair El Zur e Rastan. Ad Aleppo la situazione è un inferno. I punti di contatto tra i due eserciti sono una decina lunga una linea che divide in due la città. L'esercito libero ne controlla la zona sudorientale e tutte le campagne fino alla frontiera con la Turchia di Azaz e Bab Hawa. Mentre il regime ha in mano la zona nordoccidentale della città e l'aeroporto. Lo stesso da dove decollano gli aerei che bombardano giorno e notte i civili rimasti in città.

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Al pronto soccorso dell'ospedale di Sukkari ad Aleppo, i feriti arrivano ininterrottamente. I cadaveri ancora caldi vengono lasciati sulle barelle, mentre il sangue gocciola sul pavimento. Medici e infermiere non hanno il tempo di pulire. C'è da pensare agli anziani, alle donne, ai bambini piccoli. Che arrivano con le facce imbiancate dai calcinacci caduti sotto le esplosioni dei colpi di mortaio.

In via Tariq el Bab due missili hanno mandato in frantumi le facciate di due palazzi e gli appartamenti del primo piano sono crollati. Il giorno dopo, il signor Mohamed è già al lavoro per ricostruire il muro del negozio. Bozze di cemento e un po' di calce. Una vita di sacrifici, dice, e in un attimo non c'è più niente. Eppure gli è andata meglio delle famiglie al primo piano. Una strage: 11 morti, compresi 4 bambini, e 15 feriti.

Non tutti i cittadini delle zone libere di Aleppo appoggiano l'esercito libero. In particolar modo i meno coinvolti nelle manifestazioni, che giudicano un errore l'aver puntato tutto sulla guerriglia urbana. Perché così facendo hanno portato la guerra in città e alla fine – come in tutte le guerre – il conto più salato in termini di morti lo stanno pagando i civili.

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Ahmed però la pensa in modo opposto. È un ragazzo di 25 anni di Damasco. Ha una kefya nera avvolta intorno alla testa e i pantaloni mimetici militari. Dice che l'esercito libero non ha munizioni né armi pesanti, e che l'unico modo per battere le forze armate del regime è la guerriglia urbana.

Parla, e ha il volto teso. È il suo primo giorno di guerra e deve ancora abituarsi a vedere i corpi degli amici dilaniati dalle bombe, le teste esplose dalle schegge di una granata, i vestiti intrisi di sangue per un colpo dritto al cuore di un cecchino.

Fino all'anno scorso Ahmed viveva negli Emirati Arabi, dove aveva una ditta di informatica. In Siria era tornato per le manifestazioni, a Damasco, ma era finita con 45 giorni di galera. Appena è uscito ha preso il primo aereo per la Libia, dove ci sono dei campi di addestramento per i siriani, a Misrata. E da là è tornato con un fucile in mano, dice, per liberare il paese dalla dittatura.

Oggi la brigata di Ahmed ha fatto esplodere due carri armati e tre blindati del regime. Ma le perdite umane tra le fila dei combattenti sono altissime. Statistiche attendibili non ce ne sono, ma per farsi un'idea bastano i numeri di Abu Malek.
Abu Malek un anno fa faceva il rivenditore di automobili. Le armi le ha prese quando la polizia gli ha ammazzato il fratello in una manifestazione. E oggi è a capo della brigata dei martiri di Salah Ed Dine, tutti ragazzi dell'omonimo quartiere popolare di Aleppo. Dei 115 uomini che aveva a disposizione un mese fa ne ha già persi 40: dodici sono morti in battaglia e altri 28 sono gravemente feriti. Le vittime della guerra ad Aleppo però sono soprattutto civili.

L'ultimo martire è un uomo di mezza età colpito alla testa da un cecchino dell'esercito di Assad. Lo stanno seppellendo in quello che prima della guerra era il giardinetto di Sukkari. Due ragazzi scavano in fretta una buca, con la pala. Hanno paura di attirare l'attenzione degli aerei militari che sorvolano la città. Al lato della fossa, tre bambini stanno a guardare, ormai abituati a vedere la morte abitare i loro quartieri.

Improvvisamente uno stormo di uccelli neri attraversano il cielo. Questa volta l'esplosione è molto più forte delle precedenti. È un bombardamento aereo. L'ennesimo. Da una strada non lontana si leva una colonna di fumo. Seguono altre esplosioni, saranno a un chilometro di distanza, in mezzo a una zona abitata, lontano da qualsiasi obiettivo militare.

Intorno a noi la gente fa finta di niente. Nessuno fugge in cerca di un riparo. Sollevano per un attimo lo sguardo per scorgere la sagoma degli aerei militari, e poi ritornano a parlare. È come se ormai avessero imparato a convivere con la guerra. O forse semplicemente si arrendono alla sorte. Perché la verità è che è impossibile prevedere dove gli aerei colpiranno la prossima volta. Bombardano a caso i quartieri liberati con l'unico obiettivo di terrorizzare e punire la popolazione che è rimasta in città.

Intanto da Aleppo sono fuggite migliaia di persone. Dati non ce ne sono, ma basta guardare le strade semivuote e le serrande chiuse dei negozi per farsi un'idea. Eppure, nonostante tutto, Aleppo è tutt'altro che una città fantasma. Certo, l'acqua e la corrente elettrica vanno e vengono, i prezzi dei generi alimentari sono raddoppiati, la benzina scarseggia e le piazze sono diventate discariche dove brucia la spazzatura raccolta per le strade. Ma per chi rimane la vita va avanti lo stesso.

I negozi hanno iniziato a riaprire, nei mercati è tornata la frutta e la verdura, e la gente fa la fila davanti ai pochi forni aperti per comprare il pane. A ricordare la guerra sono soltanto i boati delle continue esplosioni e le macerie delle case crollate sotto i bombardamenti aerei.

Contro l'aviazione militare del regime, l'esercito libero non può fare niente. Servirebbero dei missili antiaerei terra-aria. Ma i contrabbandieri siriani ce lo hanno detto chiaramente: sulle armi pesanti c'è il veto assoluto degli americani. Lo prova è che il cargo di missili partito dalla Libia a inizio settembre, è stato sequestrato dalle autorità turche nel porto di Iskenderun. La paura di tutti infatti è che quelle armi finiscano nelle mani sbagliate. Ad esempio nelle mani di quel migliaio di mujahidin islamisti giunti in Siria a combattere al fianco dell'esercito libero siriano.

 

 


 

Articolo pubblicato 9/10/2012 su fortresseurope.blogspot.it, il blog di Gabriele Del Grande.

 

Sei anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell'Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. La storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d'Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere.