Dal cappellano della rivoluzione appelli per la Siria | Padre Paolo Dall’Oglio, Federica Araco, jihad, Kurdistan iracheno, Bashar al-Assad, Deir Mar Musa al-Hanbashi, FOCSIV, Yohanna Ibrahim, Boulos Yaziji.
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Federica Araco   

//Padre Paolo Dall’OglioPadre Paolo Dall’OglioOrdinato sacerdote a Damasco nel 1984 con rito siriano, rifondatore del monastero cattolico Deir Mar Musa al-Hanbashi, che accoglieva anche ortodossi, Dall’Oglio ha vissuto in Siria per trent’anni prima di esserne espulso, nel giugno scorso.

Molto attivo nel dialogo interculturale e fermo oppositore del regime di Assad, è un interlocutore privilegiato del mondo musulmano, di cui è sensibile ed esperto conoscitore.

Al seminario “Siria: due anni dopo. Responsabilità ed esperienze a confronto”, organizzato a Roma dalla Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontariato (FOCSIV), il Padre ha parlato di jihadismo, questione kurda, strategie regionali e diplomazia internazionale.

 

Jihadismo non è terrorismo

“Propongo alla stampa italiana una de-criminalizzazione del termine jihadista”, ha esordito il gesuita, “che significa una persona musulmana credente che, obbedendo all’ordine divino di impegnarsi anche militarmente per la difesa della giustizia, opera in gruppi organizzati per i fini legittimi dell’islam. In questo senso non c’è una contraddizione in termini tra jihadismo, cioè un combattimento con valenza religiosa musulmana, e lotta per la democrazia.

Oggi in Siria la stragrande maggioranza dei giovani armati combatte per difendere il popolo nel suo diritto all’autodeterminazione civile e democratica di fronte all’esercizio criminale di una repressione indiscriminata operata innanzitutto con la tortura e l’imprigionamento senza processo di decine di migliaia di persone. Molte di loro, per il solo fatto di entrare in quelle carceri, sono torturate in un modo che merita l’interessamento di una corte penale internazionale”.

Il regime di Assad, ha ricordato il Padre, uccide il suo popolo anche “attraverso l’uso dell’artiglieria pesante e di ogni tipo di bombardamento aereo fino a giungere ai missili balistici Scud. Anche la linea rossa del chimico ormai è stata oltrepassata, benché si parli ancora di un suo uso sporadico”.

//L’intervento di Padre Paolo Dall’Oglio al seminario di Roma presso la sede della SIOI il 23 aprile. (Archivio FOCSIV)L’intervento di Padre Paolo Dall’Oglio al seminario di Roma presso la sede della SIOI il 23 aprile. (Archivio FOCSIV)

Tornando al concetto di jihadismo, Dall’Oglio ha insistito nel considerarlo “il nome musulmano della resistenza” e per questo, ha aggiunto, “non lo si può criminalizzare del fatto stesso di essere militare come non si può criminalizzare la resistenza italiana per essere stata armata. I criminali sono criminali, di qualunque borgo, partito o fronte essi siano e noi chiediamo alla comunità internazionale di cominciare a operare in senso penale nei confronti dei crimini di guerra da qualunque parte siano perpetrati. Non si può, nel nome della paura del jihadismo, negare il diritto all’autodeterminazione dei popoli”.

“Ho l’impressione – ha concluso Dall’Oglio – che si sottovaluti il fatto che l’estremismo islamista di area qaidista è stato strumentalizzato e usato dal regime siriano in Libano, Iraq e Siria spesso in combutta con i servizi segreti iraniani. Non considerare questo fa perdere il senso delle cose.

Anche il recente rapimento dei due vescovi in Siria rischia di dover essere inserito nell’ambito delle infiltrazioni da parte del regime che ha tutto l’interesse a estremizzare e polarizzare il conflitto per dimostrare la tesi che non si tratti di una rivoluzione ma di terrorismo islamista”.


Dal cappellano della rivoluzione appelli per la Siria | Padre Paolo Dall’Oglio, Federica Araco, jihad, Kurdistan iracheno, Bashar al-Assad, Deir Mar Musa al-Hanbashi, FOCSIV, Yohanna Ibrahim, Boulos Yaziji.Il ruolo strumentale della chiesa

Le parole del religioso riguardo alle posizioni assunte dalla chiesa nel conflitto siriano sono state molto dure e rigorose.

“La chiesa del Medio Oriente dopo quarant’anni di uso strumentale da parte del governo, che ha obbligato i suoi rappresentanti a diventare ripetitori della manipolazione di regime, ha mostrato un volto da collaborazionista che mette in gravissimo pericolo il futuro della comunità cristiana locale, che di fatto sceglie la fuga”.

“Dal punto di vista dell’informazione internazionale – ha proseguito Dall’Oglio – la questione è ulteriormente aggravata dal deplorevole rapimento del vescovo siro-ortodosso della diocesi di Aleppo, Yohanna Ibrahim, e dell’arcivescovo della diocesi greco-ortodossa della città, Boulos Yaziji” (sequestrati a Kafr Dael, a 10 chilometri da Aleppo, lo scorso 22 aprile e tuttora nelle mani dei rapitori, ndR. Nella foto.). “Addirittura ora si ventila che siano stati rapiti da ceceni”.

 

“Purtroppo – ha denunciato il Padre – le voci della chiesa sono state usate dal regime anche in Occidente. Per esempio, l’estate scorsa all’incontro generale dei partiti popolari europei a Bucarest gli unici cristiani che hanno parlato sono stati i rappresentanti ecclesiastici del regime. Questo è un fatto gravissimo che ha inceppato la coscienza civile europea”.

 

La centralità della questione kurda nelle dinamiche regionali

“Il Medio Oriente è teso tra il rischio di dislocazione settaria e il desiderio di ricostruzione democratica e consensuale”, ha proseguito Dall’Oglio, concentrando la sua analisi dei processi regionali sulla questione kurda.

“A febbraio scorso sono stato con i leader dei partiti kurdi siriani nel Kurdistan iracheno per organizzare un incontro con gli arabi democratici al fine di spiegare la loro posizione, che per un certo tempo è stata considerata equivoca nell’evoluzione siriana. I membri del partito di Öcalan sembravano essere in combutta con il regime e nello stesso tempo molti kurdi facevano già parte del consiglio siriano rivoluzionario.

I kurdi in Iraq sono in totale autonomia, c’è una specie di stato nello stato e le aziende, le banche, le strutture investono in quell’area, che è la più sicura del paese. Il Kurdistan ha dunque interesse a rimanere legato all’Iraq per questioni di affari. Inoltre, è anche in buoni rapporti con la Turchia, che è un partner economico importante.

Il triangolo sunnita iracheno propone o una disgregazione settaria finale o una riaggregazione federale: è interesse della Turchia favorire la seconda ipotesi in Iraq per evitare che il modello disgregativo si affermi anche entro i suoi confini dove i kurdi potrebbero effettivamente dislocare il paese.

Anche il nord-est siriano, a maggioranza kurda, si è praticamente reso autonomo. Ma i kurdi non vivono tutti in quel territorio: sono piuttosto ad Aleppo e a Damasco e molti di loro sono profughi nel Kurdistan iracheno.

L’incoraggiamento turco al modello federale si dimostra efficace oggi anche in Siria visto il lavoro di dialogo con Öcalan e i passi avanti importantissimi nel negoziato turco-kurdo che hanno un immediato riscontro nel versante siriano”.

//Il monastero cattolico Deir Mar Musa al-Hanbashi, nel deserto a nord di DamascoIl monastero cattolico Deir Mar Musa al-Hanbashi, nel deserto a nord di DamascoDall’Oglio ha poi raccontato la sua esperienza diretta con i guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). “Ho attraversato la regione kurda-siriana scortato dai giovani uomini e donne del PKK che vengono dal Qandil, la montagna al confine che è ormai la base della struttura militare del Kurdistan siriano. Questi ragazzi vivono in una condizione di totale consacrazione alla causa kurda al punto da osservare addirittura il celibato, sono laici e sono molto rigorosi nella preoccupazione di fronteggiare l’islamismo politico.

Ho assistito alla rinuncia da parte dei kurdi siriani dell’aggressione verbale nei confronti del jihadismo musulmano. Hanno capito che fare della Siria il luogo di una lotta senza quartiere tra islamismo e altri progetti politici sarebbe stato un bagno di sangue che forse avrebbe anche minato la riuscita del progetto kurdo stesso. La logica culturale kurda non è islamista, anche se non è antimusulmana e a Sulemanya ci sono quattro partiti musulmani kurdi. Ma l’intento oggi è conciliare il progetto kurdo, che è laico, comunista, nazionale, con una realtà siriana più vasta.

In Siria, quindi, in un certo senso la questione kurda impone un’attitudine sostanzialmente federale. Ma in arabo non usiamo la parola federalismo, parliamo piuttosto di unione siriana, come in Europa”.


L’appello alla diplomazia internazionale

“Il popolo siriano – ha denunciato il Padre – è stato abbandonato alla pratica criminale del regime con l’associazione a delinquere di Iran e Russia, dell’Iraq di Maliki e degli Hezbollah libanesi con altri associati indiretti come il Sudan e l’Algeria. Questo mancato soccorso da parte della comunità internazionale dovrebbe essere oggetto di un esame di coscienza molto doloroso.

Le preoccupazioni più che giustificate rispetto al futuro della minoranza alawita devono portare a un nuovo impegno internazionale e a una nuova disponibilità diplomatica per restituire ai siriani l’autodeterminazione, interrompere la guerra e offrire una via al negoziato civile costituzionale.

 

Alcuni giorni fa, in pubblico, il nuovo presidente del Consiglio Nazionale Siriano, George Sabra, un cristiano di sinistra, ha detto che forse c’è la possibilità che Assad, costretto da un atteggiamento occidentale più coerente sul piano della distribuzione delle armi, possa ritirarsi oltre l’Oronte arroccandosi nella zona alawita. È lì che poi deve cominciare un vero negoziato politico costituzionale per ricostruire la Siria su un principio nuovo ed è lì che la comunità internazionale deve essere disponibile”.

Dall’Oglio, definendosi il “cappellano militare della rivoluzione siriana”, ha infine lanciato il suo appello alla comunità internazionale.

“Dobbiamo lavorare politicamente e agire a livello della società civile italiana in collaborazione con le società civili del Medio Oriente. Abbiamo fatto il forum a Marsiglia della Fondazione Anna Lindh e c’è stata una decisione strategica: le società civili del Mediterraneo devono correre in soccorso di quella siriana.

Dobbiamo ripartire dalla Siria, che può diventare un cratere dell’irresponsabilità mondiale e di un peccato gravissimo di mancata assistenza e diventare poi la sorgente melmosa di progetti eversivi per tutto il Medio Oriente.

La famiglia Assad – ha ricordato il gesuita – è connessa e collusa e attore nei mercati internazionale di stupefacenti.

Nel Libano e in Asia centrale, a cominciare dell’Afghanistan, gli stupefacenti sono di importanza strategica. La gente di Al Qaida è andata fino in Colombia a studiarsi quel modello quindi il problema è trasversale e globale.

Occorre che la trasparenza della responsabilità democratica globale si opponga alla mafia globale”.

 

 


 

Federica Araco

30/04/ 2013