“New Syrian Voices”. Una rete di citizen journalists racconta la guerra | Caroline Donati, Carine Lefebvre-Quennell, Emmanuel Barrault, Oussama Chourbaji, Amer abdel-Haq, Majid abdel-Nour, Joudi Chourbaji
“New Syrian Voices”. Una rete di citizen journalists racconta la guerra Stampa
Nathalie Galesne   

Non si potrà dire che non si sapeva nulla: la follia assassina di Bashar el-Assad, l’orrore delle sue galere, la tortura, i bombardamenti, le armi chimiche, la distruzione di un intero paese e la sofferenza di un intero popolo. No, non si potrà dire: “io non sapevo”. Da ormai quasi tre anni il web documentario “Syrie. Journeaux intimes de la revolution” (“Siria. Diari intimi della rivoluzione”), ideato da Caroline Donati e Carine Lefebvre-Quennell e prodotto da Emmanuel Barrault, racconta attraverso le testimonianze per immagini di quattro protagonisti - Oussama Chourbaji, Amer abdel-Haq, Majid abdel-Nour e Joudi Chourbaji – la vita quotidiani dei siriani presi in trappola tra la violenza cieca del regime e il terrore degli estremisti dell’IS, lo Stato Islamico.

Con un approccio approfondito e originale, il web documentario costruisce un’informazione alternativa a quella diffusa dai mass media prigionieri della dittatura dell’attualità, nella quale il giornalismo partecipativa si rafforza grazie all’uso delle nuove tecnologie del web 2.0.

Il web documentario prende in prestito la struttura delle serie TV, con la sua scansione in “stagioni” per raccontare le diverse fasi di una guerra che sembra non finire più: la prima stagione accompagna lo slancio rivoluzionario dei siriani nel 2012; la seconda racconta l’inverno più duro, quando il paese precipita nella guerra, che si estende ben presto “su tutti i fronti” (stagione 3), seguita dall’“Orrore chimico” (stagione 4), il terribile abbandono (stagione 5) e infine, “Resistere”, la stagione 6, attualmente in corso. Di stagione in stagione, si segue un lungo tratto della storia recente della Siria.

Teaser

 “New Syrian Voices”. Una rete di citizen journalists racconta la guerra | Caroline Donati, Carine Lefebvre-Quennell, Emmanuel Barrault, Oussama Chourbaji, Amer abdel-Haq, Majid abdel-Nour, Joudi Chourbaji

Questo web documentario, ospitato su ARTE e MEDIAPART, si sta trasformando in un progetto ancora più ambizioso, intitolato “New Syrian Voices” (“Nuove voci siriane”). Nuovi giornalisti si aggiungeranno al team esistente per arricchire i contenuti editoriali e allargare la rete. Il metodo di lavoro sperimentato con il web doc sarà trasmesso ad altri/e, per continuare a documentare il conflitto, in Siria ma anche al di là delle sue frontiere, poiché il numero dei rifugiati siriani all’estero supera ormai i 2 milioni.

Intervista con Caroline Donati e percorso video in compagnia di Oussama Chourbaji, Amer abdel-Haq, Majid abdel-Nour e Joudi Chourbaji

Come è nata l’idea di News Syrian Voices?

Abbiamo dapprima creato il web documentario e la piattaforma “Syrie, journaux intimes de la revolution”, a partire da una riflessione condivisa con Oussama Chourbaji e Carine Lefebvre-Quennell sulla necessità di fornire un’informazione migliore sulla Siria, che non fosse tanto ancorata alle notizie e alle immagini della guerra. “Siria, diari intimi della rivoluzione” nasceva dunque come un servizio a disposizione dei citizen journalist, per un giornalismo partecipativo. Poi abbiamo deciso di prolungare il lavoro di questi primi due anni, di concretizzare questo accompagnamento a distanza e questo tipo di testimonianza ravvicinata attraverso la creazione della rete “New Syrian Voices”, un network che permetterà a queste nuove voci di emergere. I protagonisti dei “Diari” saranno dunque il nocciolo duro di questo nuova rete, che propone un giornalismo partecipativo e ravvicinato, a metà strada tra il documentario e il grande reportage. Saranno soprattutto loro a trasferire le conoscenze acquisite e a formare nuovi autori per la piattaforma.

Credo che questo giornalismo partecipativo e ravvicinato sia molto adatto per raccontare una situazione come quella che sta vivendo questa area del pianeta martoriata dai conflitti, e per informare un pubblico occidentale stanco, disorientato di fronte a queste guerre lontane e alla complessità dei rapporti geo-politici, ma anche prigioniero degli stereotipi veicolati dai media di massa. La nostra piattaforma vuole essere un modello d’informazione alternativo, di qualità, basato su rigore e innovazione, un modello valido sia per i paesi del Sud che per la stampa europea. Quest’ultima ha molto da imparare dal giornalismo partecipativo come si è sviluppato, ad esempio, con Altermondes.

Concretamente, come si svolge il vostro lavoro?

All’inizio abbiamo dato vita a un gruppo di lavoro su Skype: abbiamo chiesto ai giornalisti coinvolti di filmarsi quotidianamente, di giorno e di notte, nei loro momenti di solitudine, testimoniando quanto stavano vivendo e cosa sentivano. Abbiamo chiarito il nostro approccio e ciò che volevamo ottenere, vale a dire una cronaca della realtà siriana a partire dal loro vissuto personale. Come citizen journalist, sono nella posizione migliore per descrivere la realtà: più che dei testimoni, loro la incarnano.

Ciascuno/a descrive la situazione nella quale si trova, filmando l’ambiente circostante e rivolgendo la telecamera verso se stesso/a, secondo uno schema predefinito.

Quando abbiamo ricevuto i primi video, abbiamo formulato le nostre osservazioni sulla forma e il contenuto, e dato dei suggerimenti per migliorare il loro lavoro. Da allora, si procede così giorno per giorno. Possiamo per esempio chiedergli di documentare una situazione, piuttosto che un’altra, perché talvolta per loro è difficile cogliere cosa è importante per noi che siamo qui, visto che si tratta semplicemente della loro vita “di tutti i giorni”. Con Amer per esempio, insistiamo affinché riprenda l’ambiente circostante nel dettaglio, perché questo ci aiuta a capire come si vive in una città sotto assedio.

Amer

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A Majid, che fa parte di una brigata dell’Esercito libero, abbiamo chiesto di filmare la vita quotidiana dei combattenti, non soltanto al fronte, ma anche nelle retrovie, come i pasti o il rifugio dove dormono.

Majid

“New Syrian Voices”. Una rete di citizen journalists racconta la guerra | Caroline Donati, Carine Lefebvre-Quennell, Emmanuel Barrault, Oussama Chourbaji, Amer abdel-Haq, Majid abdel-Nour, Joudi Chourbaji

Li invitiamo anche a parlarci dei loro parenti, e a intervistarli – se sono disponibili, certamente – nel pieno rispetto delle condizioni di sicurezza, in modo da informare sulle condizioni di vita in una situazione di conflitto straordinaria come quella attuale. Quando Majid ci parla del suo matrimonio, per esempio, ci dice che la vita continua nonostante tutto, e ci permette di scoprire la società siriana tradizionale, sconosciuta ai più.

Majid

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Come funziona l’accompagnamento dei giornalisti?

I video che realizzano sono il frutto di uno scambio costante nel nostro gruppo su Slype o via Facebook. Anche così, i/le giornalisti hanno un ampio margine di manovra, perché sono loro gli autori dei video e riprendono in completa solitudine. Noi spieghiamo loro cosa desideriamo, abbiamo a volte richieste precise, ma sta a loro farle proprie, perché hanno ben chiaro che ciò che conta di più per noi, è il loro sguardo personale. In altri casi, sono loro che ci fanno delle proposte, e decidono cosa vogliono riprendere e mostrare. C’è un che di intimo in questo approccio alla narrazione, e sono loro che ne fissano i limiti. Questo è un aspetto essenziale. D’altro canto, ci sono anche degli standard di qualità tecnica, e ci è già successo di non poter pubblicare dei contributi perché la qualità non era sufficiente. In questo caso, li invitiamo a riprendere nuovamente il soggetto e trattarlo in modo diverso. In linea di massima, interveniamo molto poco sul girato in sede di montaggio. Il lavoro dell’équipe francese consiste soprattutto nell’organizzare le riprese locali, dar loro un senso e fare un lavoro editoriale per contestualizzarle: scriviamo l’introduzione e scegliamo un titolo che faccia presa sul pubblico. Ma anche questo lavoro si fa insieme: chiediamo loro informazioni sugli elementi di contesto che mancano, e che possiamo aggiungere inserendo dei testi, o nell’introduzione pubblicata sul sito. In questo lavoro il ruolo di Oussama è essenziale, perché grazie anche alla sua collocazione geografica, agisce come trait-d’union tra Parigi e la Siria.

Come intendete utilizzare i finanziamenti del progetto Ebticar per sviluppare il progetto?

Grazie al sostegno finanziario del progetto Ebticar Media potremo mantenere online la piattaforma dei “Diari intimi della rivoluzione” fino al mese di maggio 2015 e rafforzare la formazione dei giornalisti attraverso dei corsi che saranno realizzati in Turchia. Questo lavoro “alla base” è fondamentale per assicurare un’efficace documentazione di una realtà molto complessa come quella siriana. Il coinvolgimento di giovani citizen journalist per tutto il periodo e la possibilità di fornire loro un compenso sono condizioni imprescindibili per permettere loro di sviluppare le competenze necessarie per poi gestire e realizzare i propri contenuti. Grazie a queste competenze, potranno a loro volta formare altri giovani al giornalismo partecipativo. Tre nuovi autori siriani si uniranno al gruppo attuale, e due di loro sono donne. La prima, Joudi, è già al lavoro dall’inizio di settembre.

Joudi

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Per finalizzare la trasmissione delle competenze, sono previsti due laboratori di formazione. Inoltre, per dar loro degli strumenti pedagogici, l’équipe francese vuole produrre un manuale. Per cominciare, la “Carta del giornalismo partecipativo ravvicinato” sarà stilata insieme all’équipe siriana, così che tutti i/le partecipanti se ne sentano completamente titolari. E insieme realizzeremo un teaser come strumento di promozione supplementare per la rete. D’altro canto, il lancio della Carta sarà l’atto di fondazione della rete New Syrian Voices. Questo termine, New Syrian Voices, vuole incarnare una nuova modalità espressiva democratica, libera e solidale nello spazio Mediterraneo.

Collaborate con altri media alternativi siriani?

Certamente, siamo in contatto con diversi altri media, con altre reti alternative, e vorremmo coinvolgere alcuni dei loro citizen journalist nei corsi di formazione che stiamo preparando, e potranno via via anche entrare a far parte della rete New Syrian Voices. La nostra ricerca di canali di diffusione ci ha messo inoltre in contatto con media alternativi in Europa, perché il giornalismo partecipativo ha un futuro pure qui, nell’ambito delle lotte per la democratizzazione dell’informazione che sono in corso anche, e prima di tutto, nel vecchio continente. Uno di questi contatti è Altermondes, che ha appena realizzato la propria versione web.

Quale diffusione immaginate per New Syrian Voices così da permettere al progetto di raggiungere un pubblico più vasto? Pensate di creare una nuova piattaforma web autonoma?

Innanzitutto vorremo realizzare una versione araba e inglese del web documentario, e costruire delle partnership (siti web e web radio) per raggiungere un pubblico più vasto e soprattutto per far penetrare il progetto nel suo contesto regionale naturale. All’inizio, e in ragione dei fondi a disposizione, New Syrian Voices potrà creare la propria piattaforma web che, oltre ai contenuti realizzati dai/lle citizen journalist, conterrà tutti gli strumenti editoriali e di formazione elaborati con l’équipe siriana durante gli anni dei “Diari intimi della rivoluzione”, come pure i materiali dei corsi di formazione. La diffusione di New Syrian Voices punterà su tutto lo spazio mediterraneo, non solo sulla regione araba.

Non temete che la copertura giornalistica delle vicende dello Stato Islamico (IS) in Iraq e Siria finisca per impedirvi di raggiungere gli obiettivi di visibilità che vi siete posti?

È vero che l’attualità ha come priorità la questione dell’IS a scapito di altri aspetti della realtà siriana. La guerra contro l’IS in Siria è affrontata sia da Oussama, che da Majid e Amer, perché fa parte della realtà che vivono, li colpisce direttamente. Ma loro l’affrontano in maniera diversa, attraverso un racconto personale. Ed è proprio questo approccio della testimonianza ravvicinata che permette di coinvolgere il pubblico. Lo si vede bene durante le proiezioni nei festival a cui partecipa il progetto: il pubblico è colpito dal racconto di questi/e giornalisti/e, perché li/le percepisce prima di tutto come persone. Sono dei/lle cittadini/e che si rivolgono ad altri/e cittadini/e, a partire da valori universali ed emozioni condivise, come la paura, il lutto, l’entusiasmo…

Inoltre il progetto è già diffuso sia su Mediapart che su Arte, grandi media d’attualità, con un ampio pubblico, ma aperti all’approccio alternativo che proponiamo. Mostrare altre cose, quelle che abitualmente non si vedono, permette di attirare un pubblico che non trova più, sui media di massa, l’informazione di cui sente il bisogno. Ma è, soprattutto, il nostro dovere di informare.

Quali sono le vostre priorità in questo momento?

Ora dobbiamo concentrarci per allargare il nostro pubblico e fidelizzarlo, fare in modo che visiti il sito regolarmente. Stiamo dunque cercando nuovi partner e canali di diffusione a livello internazionale, per realizzare le versioni araba e siriana e diffonderle sia sul web che attraverso le reti sociali, in Siria, nel mondo arabo ma anche in Europa. Ma la chiave della visibilità e del successo di pubblico è sempre avere un’informazione di qualità, innovativa e facilmente accessibile.

 


 

Nathalie Galesne

15/10/2014