Diritti negati nei contesti di conflitto | Medyan Dairieh, Lauren Wolfe, Peter Bouckaert, Human Rights Watch, Andreja Restek
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Stefanella Campana   

//“The spread of the Caliphate” - M. Dairieh“The spread of the Caliphate” - M. Dairieh

Sono immagini forti quelle che scorrono nel video pluripremiato “The spread of the Caliphate” girato da Medyan Dairieh, giornalista anglo-palestinese, collaboratore di Al Jazeera e Vice News, il primo occidentale a documentare l’esercito del Califfato, seguendolo per tre settimane tra Siria e Iraq, dopo aver stabilito contatti con i miliziani a Falluja. Colpisce un bambino arrivato col padre dal Belgio, costretto a dire quanto sia contento di trovarsi lì per combattere e uccidere gli infedeli, ma le parole sono del padre e lui è smarrito, fa fatica a ripeterle. Ma ci sono ragazzi già addestrati, imbevuti di fanatismo. Dairieh va in giro per Raqqa, città siriana, con due uomini di hisbah, una specie di polizia speciale dello Stato islamico che controlla la vita della città. Medyan Dairieh ha documentato con i suoi reportage i molti conflitti che stanno dilaniando il Medio Oriente, cancellando frontiere e vite. Parla a Torino al Circolo dei lettori di Torino al convegno su “Diritti negati nei contesti di conflitto”, mentre giungono dalla Siria, da Palmira, notizie agghiaccianti di uccisioni di civili, donne e bambini, di esecuzioni sommarie di soldati. “L’Occidente deve temere lo Stato islamico che nasce dalla voglia di vendetta, di rivalsa dopo l’occupazione degli Usa in Iraq. E la delusione dei giovani che hanno sperato nella Primavera araba, nella democrazia, ma fatta fallire, Una delusione che si è unita a quella doppia dei giovani arabi europei di seconda generazione che nutrivano speranze nelle rivoluzioni e dalla fuga dei dittatori, in crisi pure per la mancata integrazione in Europa. L’Isis si è presentato come la risposta a tutto questo, ma con esecuzioni senza controlli, con stupri come arma. Non c’è nessuna assoluzione per questo comportamento. Noi giornalisti dobbiamo dare un’immagine vera di quello che sta succedendo”, dice con toni pacati Medyan Dairieh, ma senza far sconti a nessuno: “L’Italia, dopo la Francia, è il secondo Paese che fornisce armi, ma la soluzione è solo politica e mettere a freno le ingerenze degli stati dittatoriali arabi che fomentano questa situazione”.

//Medyan DairiehMedyan DairiehCon Medyan Dairieh ci sono anche Lauren Wolfe, giornalista e direttrice di “Women under Siege” (Donne sotto assedio, progetto di Women’s Media Center) e Peter Bouckaert, Emergencies Director di Human Rights Watch. Un incontro organizzato dall’associazione “L’ambulanza dal cuore forte”, un progetto umanitario, nato nell’estate del 2013 a Torino grazie alla fotoreporter di origine croata Andreja Restek, a cui hanno aderito una quarantina di giornaliste. Con incredibile tenacia, attraverso una serie di iniziative per raccogliere i fondi necessari, è stata capace di portare a segno in poco tempo iniziative molto concrete, come portare un’ambulanza per l’ospedale Dar El Shifaa di Aleppo carica di farmaci e pagare l’affitto per un anno a due famiglie di rifugiati siriani in una casa in Turchia, vicino al confine siriano. “Non ci illudiamo certo di fermare la guerra, né di porre fine alla catastrofe umanitaria, ma pensiamo però che sia possibile alleviare le sofferenze della popolazione con azioni concrete che richiedono un contributo alla portata di tutti”, dice Andreja Restek, coraggiosa fotoreporter dal “cuore forte” che con le sue foto dalla Siria, dai luoghi dei conflitti ha mostrato le sofferenze delle popolazioni, ma ha anche saputo mantenere le promesse che aveva fatto a chi chiedeva aiuto.

//Lauren WolfeLauren WolfeLauren Wolfe, pluripremiata giornalista, con il progetto “Donne sotto assedio” ha testimoniato nel 2012 alle Nazioni Unite con numerosi report le violenze contro le donne in Siria, un’arma di guerra su cui ha fornito un’ampia testimonianza. “Le guerre colpiscono il 90 per cento dei civili”, ha detto Lauren Wolfe, ricordando che “le rifugiate nei campi non hanno nessun controllo della propria vita. E le donne, violentate come strumento di guerra da umiliare, distruggere, sono poi stigmatizzate, colpevolizzate nel loro stesso ambiente”. Critica nei confronti dei media, per il divario tra l’interesse alle “storie” maturate nei conflitti e la carenza di risposte per fermare le violenze. “Si fa fatica a parlarne anche perché nei media sono poche le esperte di questi temi”.

//Peter BouckaertPeter BouckaertPeter Bouckaert, direttore di Emergenze di Human Rights Watch, opinionista del Washington Post, è esperto di diritto bellico e autore di indagini sui crimini di guerra di cui si è occupato in Paesi in ogni angolo del mondo. E’ stato testimone davanti al Tribunale dell’Aja e al Consiglio d’Europa proprio sui crimini di guerra. “Ogni persona ha diritto alla dignità, al rispetto. E’ quindi importante il ruolo di un’organizzazione neutrale, non governativa per documentare gli abusi, le violenze, per dare una visione reale di quello che succede” . Nel 2011 è stato in Libia per una missione sulle mine anti-uomo: “Dopo l’uccisione di Gheddafi si è fatto poco per sostenere la democrazia e ora c’è una proliferazione terribile di armi, almeno 20 mila missili terra-aria. E molti giovani delusi sono pronti a unirsi all’Isis”. Dal suo osservatorio Peter Bouckaert ha seguito le rivoluzioni egiziana, siriana, libica “fatte da giovani che volevano più libertà e invece la tragedia è che sono tornati i regimi militari, e ora in quei Paesi è peggio di prima. L’Isis ha giocato su questa paura, ha capitalizzato la disperazione. Lo Stato islamico è barbarico e le vittime di abusi sono soprattutto musulmani. Non dimentichiamo che alla base c’è stato l’errore degli americani in Irak nel ’93 di marginalizzare i sunniti. L’Occidente ha dunque responsabilità per questa crisi in Medio Oriente e deve aiutare a raggiungere una soluzione, a trovare una scelta possibile che non sia dittatura militare o Isis. Non dobbiamo pensare che sia un loro problema e voltare loro le spalle. Se li isoliamo, le conseguenze saranno tremende.”

 


Stefanella Campana

25/05/2015